Schizofrenie moderne: ferite di violenze invisibili



Sempre più spesso colleghi che lavorano con bambini e pre-adolescenti mi riportano questioni che hanno a che fare con la precocità nel parlare di argomenti sessuali. In diversi casi la precocità non è legata ad una curiosità per la sessualità, indiretta, ma ad una quasi naturalezza nel considerare e parlare di aspetti del mondo adulto come appartenenti anche al mondo dei bambini. Tra questi il sesso orale, piuttosto che altre pratiche, denudate da quelle che possono essere l'integrazione con un'affettività e mondo di relazione. 
Questo può terrorizzare, ma nella coda c'è il veleno e la soluzione.

Spesso sono i genitori, che impauriti e disarmati dalle parole pronunciate dal loro bambino, o bambina, decidono di "spedirlo" dallo psicologo, con la speranza che questo cancelli tutte le parolacce scritte sul muro della mente della loro creatura con una tinteggiatura bianca e candida.

La cronaca ci espone inevitabilmente ad eventi che vedono coinvolti bambini o giovani pre-adolescenti in pratiche sessuali, che definiscono quel mondo di violenza denominato abuso infantile.  E quando parliamo di abusi è quasi automatico pensare a situazioni squallide di maltrattamenti fisici e sessuali ad opera di qualche adulto nei loro confronti. Tuttavia la realtà descritta ci parla anche di ferite di violenze invisibili, dove non è avvenuto un maltrattamento fisico, dove non c'è stata violenza sessuale. Un bambino che parla di sesso non necessariamente è un bambino abusato sessualmente. Concentrare l'attenzione su tutte quelle che sono forme invisibili e di conseguenza più subdole di violenza, ci può portare a trovare qualche spunto di riflessione su ciò che accade a tutti quei bambini travestiti da adulti.

Nel cercare delle immagini su internet di bambini coinvolti in pubblicità non possiamo non notare come la nostra società adotti realmente una comunicazione schizofrenogena nei confronti dei minori, vittime. Siamo abituati a pensare alla schizofrenia come a qualcosa di lontano da noi, internata negli istituti psichiatrici o in qualche paziente dei centri di salute mentale, ma devo dirvi che non è così. Agli psicologi è molto nota una situazione che si chiama doppio legame, che descrive la comunicazione tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, caratterizzata da incongruenza tra il livello del discorso esplicito, quello che viene detto, e un altro livello, detto metacomunicativo (non verbale, gesti, atteggiamenti, tono di voce). Questo porta alla situazione per cui il ricevente del messaggio non ha la possibilità di decidere quale dei due livelli ritenere valido, visto che si contraddicono, e nemmeno di far notare l'incongruenza a livello esplicito.

E quindi?

Schizofrenia moderna. In tal senso è sicuramente importante notare come da un lato la tutela della minore età, la protezione, siano sbandierate sui libri, telegiornali, talk show con applausi, e tutti riconoscono questi aspetti come valori primari ed intoccabili. Dall'altro lato invece si assiste, ad opera delle stesse persone a comportamenti sempre più diffusi di adultizzazione ed erotizzazione dei bambini. Queste tendenze sono, ad un occhio ingenuo, buone, ma in realtà possiedono un potenziale nocivo che si traduce spesso in un togliere la possibilità ad un bambino di crescere e vivere la propria età. Vittime

Guardate la bambina della foto per esempio. Cosa potrebbe significare per lei mettersi i tacchi, la pettinatura a scimmiottare le soubrette televisive, lo smalto, il gloss alle labbra, incorniciata da leopardi e sdraiata su una tigre? E che effetto può fare ad un altra bambina che la vede? Perchè l'adulto che sta dietro questo teatrino squallido ha usato questi simboli? Certamente il leopardo e la tigre non sono simboli di un pellegrinaggio a Lourdes. Con tutto il mio rispetto per chi lo fa. La bambina è bella, ed è sexy ... Cosa dicono i genitori di una bambina che guarda quest'immagine? Come glielo spiegano?

E' un abuso. A quel punto si tratta di capire che nel mondo dell'infanzia entrano nuovi elementi, che appartengono più al mondo dell'adulto che a quello di un bambino. E certamente una mamma più fragile nel proteggere il proprio bambino, la propria bambina, sulla scia di questi messaggi porterà la figlia dal parrucchiere a fare la pettinatura all'Ilary Blasi, piuttosto che comprare le calze a leopardo di Amanda Lear. La bambina della foto avrà 8-9 anni e un intero mondo di adulti non parla davanti a questo foto: sarà pertanto bella e forse fortunata per essere stata scelta. Allora bello diventa "adultizzazione e erotizzazione".  Si chiama così. Cosa manca a questa bambina? Il mondo degli adulti vive anche il sesso.

In questo caso parliamo di erotizzazione dei bambini, un processo di adultizzazione precoce che molto spesso viene veicolata da messaggi pubblicitari.
L'erotizzazione è un processo che consta di quattro fattori che sono stati definiti dall'American Psychological Associaton. Per poter parlare di erotizzazione è sufficiente il soddisfacimento di un solo fattore:

  1. Il sex appeal, o il comportamento sessuale diventa il valore al quale viene ricondotto il valore di una persona;
  2. Una persona è considerata un oggetto sessuale, viene usata dagli altri come tale e non viene stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;
  3. Una persona si conforma al pensiero secondo il quale l'attratività fisica significa essere sexy;
  4. Ad una persona viene imposta in modo inappropriato la sessualità.
Anche i più giovani hanno una sessualità, ma il fenomeno dell'erotizzazione è questione del mondo degli adulti e rappresenta un aspetto sempre più forte. Le bambine e le giovani ragazzine sono tempestate di messaggi che sbandierano l'importanza di essere sexy per stuzzicare i leopardi maschi. Neanche nella giungla funziona così ...
Gli stilisti impazziscono e fanno sfilare, abusando, giovani ragazzine e bambine senza preoccuparsi di cosa significhi realmente per loro e per tutti coloro che vedono una così squallida scena. Ma loro sono chic....
L'eleganza non è griffata, e la decenza tanto meno.
L'esposizione a tematiche sessuali oggi per i bambini è diretta, e nelle pubblicità i messaggi veicolati sono di tipo erotico. Questo porta poi alla ricerca di informazioni sul sesso, al voler conoscere subito, a diventare delle piccole Paris Hilton e Britney Spears, che tra un vomito e l'altro per il troppo alcool, seducono qualche leopardo ferito.

Così spesso assistiamo a  bambini adultizzati, che assumono comportamenti tipici del mondo adulto. In tutto questo la pubblicità, il consumismo, hanno permeato le strutture familiari, dando luogo a comunicazioni di tipo orizzontale, ovvero con deboli confini in quelli che sono i confini generazionali. Tutto questo crea confusione ed allo stesso tempo cancella quelle che sono le tappe evolutive, necessarie all'esplorazione ed alla crescita. Si perdono i riferimenti. I cartelli di indicazione sono diventati altri.

Cosa succede ai bambini erotizzati. Ciò che gli psicologi osservano nei bambini erotizzati è in genere un ventaglio di conseguenze che sono rintracciabili nella loro personalità. Sono stati fatti degli studi che hanno messo in evidenza come l'esposizione a tematiche legate all'aspetto esteriore, l'essere sexy ecc... portano ad un impoverimento delle qualità cognitive del bambino, in quanto queste vengono ignorate a dispetto di altre più vincenti. Le capacità artistico e creative ne restano coinvolte profondamente.
Relativamente a tutto ciò che riguarda l'aspetto esteriore, il bambino può iniziare a strutturare degli schemi cognitivi di inadeguatezza per ciò che riguarda la propria immagine corporea, ad un'età dove il bambino è bene che viva il proprio corpo in maniera totalmente libera.
L'erotizzazione delle bambine può portare ad un incoraggiamento verso tutte quelle che sono le "manovre" seduttive che una donna adulta può adottare nei confronti di un partner. Ecco allora che si possono creare delle situazioni, come spesso mi viene raccontato da colleghi, di bambine che vengono derise, prese in giro dai compagni maschi, i quali possono anche fare richieste esplicite di essere toccati nei genitali, baciati, o sesso orale. Nei racconti di questo tipo, spesso è importante che si riconosca che il sesso viene spacciato come una merce, un qualcosa da dare, da fare. Anche in questo caso l'oggettivazione del corpo porta con sé un alto tasso di analfabetismo emotivo. 

Però ai bambini non si fa educazione sessuale, affettiva e relazionale!!
Quella si che è pericolosa e immorale! Meglio insegnare alle bambine a mettere le calze di Amanda Lear ....



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Vittime del Noi: l'amore diventa danza della morte



Corigliano Calabro. Fabiana è stata uccisa e bruciata viva a 16 anni dal suo fidanzato a seguito di una lite nata per il rapporto travagliato che esisteva tra loro. Un rapporto ripreso da poco e caratterizzato da gelosie reciproche. 

In questi giorni ci si ripresenta davanti agli occhi l'ennesimo fatto di cronaca che vede coinvolta una giovane donna vittima di un "fidanzato".
Ho seguito diverse trasmissioni dove si è parlato di ciò che è successo, e mi è sembrato di notare una continua attenzione e concentrazione sul gesto, sul trovare i segreti più nascosti nella mente di chi ha potuto commettere un atto del genere. Riconosciuta la gravità di ciò che è nei fatti successo, non si può prescindere dal considerare che anche in questo caso "l'amore" si è tramutato in una danza della morte, a due.
Una spiegazione razionale può aiutarci inizialmente, a patto che lentamente ci si possa poi allontanare, smettere di suddividerlo in microsequenze e guardarlo nella sua interezza, come l'esito drammatico di una "storia d'amore" conclusa. 
"Era una ragazza bellissima, dai capelli lunghi, dagli occhi dolci", così Fabiana anche stamattina è stata descritta in tv. Guardavo i video che venivano trasmessi con la musica e le foto. Sembrava la descrizione di un oggetto. Tutti parlavano del suo corpo, della danza, e nessuno dava voce alla sua anima, a ciò che significa per un adolescente confrontarsi con la società di oggi, a quanto questi oggi annaspino nell'analfabetismo emotivo e a quanto vengano deprivati da un'educazione all'affettività. Qualche intervento di  esperti, chi ha parlato di prevenzione, chi di adolescenza e dei misteri di questa fase della vita. O si parlava di lei, o si parlava di lui. Nessuno parlava di loro, il loro Noi, la dimensione dove questo omicidio è avvenuto.
Non si parlava di lei, di come aveva vissuto questa storia, chi era il "fidanzato", di cosa potesse esserci dietro questo tragico epilogo. Fabiana e il suo fidanzato non sono l'unica coppia che viene risucchiata dal vortice della gelosia, e non sono certamente l'unica coppia ad avere un Noi "ad alta tensione" ... per intenderci, con il teschio nel cartello. Per l'ennesima volta, dalla tv, Fabiana veniva vista come un oggetto, bella, brava, dagli occhi dolci. Non è certamente la prima volta che questo succede, ma al di là del gesto del suo "fidanzato" che è certamente folle, ho pensato a quante coppie presentano lo scenario di donne che in realtà stanno dentro una "relazione d'amore", meglio dire di dis-amore, e perdono la capacità di affermarsi come persone, diventando di plastica, giorno dopo giorno.

Non è infrequente che vicino ad un collezionista di Barbie pronto a staccarne braccia, bruciarne i capelli, denudarla e farle marciare sopra un esercito di soldatini di plastica ci sia  una donna che profondamente ha accettato di diventare giorno  dopo giorno un pezzo di plastica. La nostra società promuove sempre di più un modello di donna bambola, e questo è un richiamo molto forte per tutte coloro che si sentono fragili. Ci sono donne che nonostante la french non si ritrovano unghie per liberarsi di un uomo che le perseguita.
Le giovani oggi sembrano essere sempre più fragili a questi richiami, e dietro un abito, una coroncina da principessa si può trovare un'anima che non sa dire di no, che scambia l'amore con l'abuso, che vede nella gelosia l'essenza del vero interesse che l'altro ha per se stessa.

Ci sono uomini poi che non hanno la minima consapevolezza di quello che stanno provando e che rispondono solo a bisogni di tipo pulsionale. Spesso sono bambini viziati che giorno dopo giorno aspettano che il loro giocattolo di plastica diventi giorno dopo giorno sempre più duro, la Barbie, per poi incendiarla, toglierle gli occhi, strapparle i capelli, come il più macabro dei giochi infantili.
Non è raro riscontrare che uomini che iniziano a perseguitare donne attraverso chiamate continue, pedinamenti, appostamenti, scenate pubbliche in realtà abbiano una difficoltà in quelli che sono i temi legati all'abbandono e al rifiuto, aspetti che sicuramente fanno parte della loro struttura di personalità e del loro funzionamento cognitivo, aspetti che non permettono loro di accettare che una donna possa decidere di andare via. Ma la catena non finisce. Spesso il "Me ne vado" si traduce in un "Vediamo cosa mi dimostri se me ne vado". E' il caso di tutte quelle donne che credono che un con la forza del cuore il mostro che le ha torturate strappandole i capelli le liberi dalla prigionia. Tutto questo per "amore".

E a questo va spesso riconosciuto che certe donne scambiano la disperazione che prova un uomo che non sa gestire l'abbandono con amore: "Ah si, è proprio innamorato ...".
Ci sono degli aspetti potenziali che uniti alla dinamica di coppia potrebbero scivolare in eventi tragici. Tra questi sicuramente è la mancanza di autocontrollo che non permette all'individuo di contenere i propri impulsi in maniera adeguata e rinunciare alle gratificazioni immediate "Tu sei la mia Barbie". Ci sono donne che si sentono lusingate da sentire un uomo dire "E' vero che sei mia?". Se qualcuno vi dice questo scappate se non è troppo tardi ... E' l'ennesimo passo verso la trasformazione di un essere umano in plastica, in Barbie.

L'essere punitivi e non accettare che l'altro possa sbagliare è un altro aspetto coinvolto assieme all'abbandono, il rifiuto, e la mancanza di autocontrollo. Ma tutto ciò è una base, la quale è importante inserire all'interno di una relazione che è quella di coppia. L'esplosione avviene nella ricerca della terza dimensione nell'incontro a due, e in questi casi parlo sempre di "Noi esplosivi". 1 + 1 non fa l'esplosione. Ci sono coppie che vivono come due statuine in ceramica poggiate sulla credenza della loro casa. E' certamente vero, come sostengono alcuni colleghi, che ci sono donne che non resistono alla tentazione di diventare oggetti, e si prestano a qualsiasi tortura, in virtù di un amore .... in metastasi. 
Ci sono donne vittime di uomini all'apparenza gentili e cortesi che vengono riprese per come si vestono, per come parlano, per come mangiano, per il profumo che indossano. E tutto questo passa come amore... Ma ciò che voglio esprimere è che la richiesta è certamente frutto di un aspetto individuale, ma si esprime nel tentativo di "fecondare" il terzo elemento dell'incontro a due, il Noi. Quell'uomo, senza quella possibilità di fecondare, e senza quella donna, potrebbe essere per esempio depresso.

Diventare una Barbie è un vero lavoro, e fa parte del "Noi". La nostra società offre una buona base, se pensiamo a come la donna viene rappresentata e a tutti quei segnali così forti che bloccano il fluire di un mondo interiore a favore dell'incantesimo che proietta nel mondo esteriore. Un mondo che, se viene seguito, avvia a quel processo di plastificazione, di interruzione di un'interiorità, al bloccaggio degli occhi in un punto fisso: l'ossessione per una relazione, unica fonte di vita per un essere umano che diventando una Barbie ha rinunciato a vivere.

E più la donna diventa di plastica, più il bambino impulsivo vuole punirla. E se in qualche momento riesce a far parlare ancora il suo cuore, questo viene zittito con una tortura. Le torture possono essere tante, e di gradi diversi. L'uccisione di Fabiana è il livello più alto di questo gioco, ma ogni giorno si fa un gradino in più.

E allora basta fermarsi un attimo, e se non si è persa la capacità, chiedersi se realmente stiamo bene in quella relazione e chiedere aiuto. Questo processo rende ciechi, si ha difficoltà a vedere il mostro delle Barbie come tale, ma esiste e non si trasforma in un principe azzurro.

La gelosia. Nel caso di Fabiana e il suo fidanzato si è parlato di gelosia. E' un sentimento che qualsiasi persona, in misura più o meno intensa, può aver provato. Sperimentarla in un rapporto di coppia significa consegnarsi ad una vera e propria dis-percezione della realtà, ovvero una percezione alterata del proprio partner, che da onesto, affidabile, buono, può diventare mostruoso. Se questo sentimento lo inseriamo nel contesto adolescenziale possiamo fare alcune considerazioni. L'adolescenza è sicuramente uno dei periodi più complicati che un essere umano affronta, implica un cambiamento e una crescita.
E' un processo di sviluppo che procede per tappe ed implica una ristrutturazione dell'immagine di sé. L'adolescente affronta un mondo caratterizzato da paura e incertezza. Il cambiamento di fatto non è un processo che si interrompe a conclusione dell'adolescenza, ma fa parte dell'intero ciclo di vita di un individuo.
Un adolescente affronta dei compiti evolutivi, nuove sfide e scoperte per le quali non mancano vulnerabilità e tensione. Dall'accettazione del proprio corpo, allo sviluppo di un'identità sociale, dalla strutturazione di valori individuali alla differenziazione dai propri genitori e sviluppo dell'autonomia. Tra questi compiti evolutivi c'è anche la costruzione di rapporti affettivi e l'integrazione della sessualità; questo porta all'avvio delle prime relazioni sentimentali. Sulla base di cosa l'adolescente fa tutto questo? Osservando e apprendendo dall'esterno.
Allo stesso tempo, da un punto di vista affettivo l'adolescente affronta il superamento dell'individualità, lo sviluppo di capacità empatiche, la sperimentazione di condivisione e reciprocità, la visione della coppia come configurazione relazionale investita di grande valore affettivo e significato soggettivo e la creazione di un ponte, la coppia appunto, tra passato e futuro.

Ne consegue che un adulto che è in comunicazione con un adolescente è indirettamente invitato a riflettere su se stesso.
Non sappiamo niente dei genitori di Fabiana, e non abbiamo un'identità del suo "fidanzato", ma con questo post volevo mettere in evidenza solo alcuni aspetti. Mentre entravo in un bar ho sentito alcune persone che parlavano del fatto, ed in generale tratteggiando il gesto, isolandolo, vivisezionandolo senza interrogarsi in maniera più ampia, sulla costruzione di quello scenario, un teatro macabro che dietro ha tanti autori, inclusa la nostra società. Alla base c'è una diseducazione all'affettività, al riconoscimento dell'altro e del rispetto per i propri sentimenti e a volte ad un esasperante oggettificazione dell'altro

Ma quante coppie "adulte" per età litigano per gelosia, arrivano alle mani, si insultano ecc...ecc...?
Quante donne non riescono a separarsi da un partner che le tormenta? Quanti uomini sono ossessionati dal controllare la propria partner, e sprofondano in sentimenti di abbandono? E' per fare fronte a questo che si entra in scene macabre, si accettano schiaffi e pugni, si vive nell'ossessione, si disegnano cuori con il sangue. In nessuno di questi casi è stato interiorizzato un modello di coppia con un Noi che funziona.
Basterebbe dire "No", e se il primo non si sente abbastanza, un secondo "No" con più forza; e riconoscere che non ce la stiamo facendo a costruire una dimensione di coppia funzionante e che abbiamo bisogno di aiuto per capire noi stessi, le nostre difficoltà, quell'aiuto che non c'è stato per poter risolvere i nostri compiti evolutivi, e che oggi, nel presente, ci tengono in una palude, senza pane, con un goccio d'acqua e le torture.

Se riconosciamo questo, allora quell'adolescenza appena iniziata di Fabiana e il suo fidanzato non sono poi così lontane.


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"Vogliamo uno psicologo, ma ..."



Premetto che non ero certo di pubblicare questo post, ma alla fine, nel discutere  con diversi colleghi ho ritenuto la questione molto importante, al di la del caso specifico descritto, che rappresenta solo un esempio di tanti.
Qualche settimana fa ho ricevuto la telefonata di un collega di un istituto che a livello nazionale si occupa di clinica sessuologica e di formazione e che, avendo avuto un contatto con me, avevano pensato alla mia figura professionale come candidato ideale per una collaborazione professionale per un progetto che, tra le varie figure, prevedeva anche il coinvolgimento di una figura professionale che non fosse solo uno psicologo, ma più specializzata nell'ambito della sessuologia clinica . Il collega mi ha chiesto se ero d'accordo a fornire il mio cellulare professionale ad un'azienda farmaceutica. Ho accettato e dato autorizzazione alla comunicazione dei miei riferimenti.

Passa qualche giorno e vengo contattato da un delegato dell'azienda che telefonicamente mi accenna brevemente al progetto e mi propone un incontro di conoscenza. Nell'incontro mi sarebbero state date tutte le linee progettuali dell'iniziativa e quale sarebbe stata la richiesta e il carico di lavoro.

Puntuale all'incontro, davanti ad un caffè faccio conoscenza del delegato, che mi illustra l'iniziativa ma anche ciò che sta alla base della loro presenza nel progetto: i loro prodotti. Mi sorpresi subito nel sapere che un solo loro prodotto equivaleva, giusto per usare una metafora, ad una cena completa, con ostriche ed aragoste! Questa era la base su cui veniva progettato un lavoro di integrazione tra medicina e psicologia. Fantastico! La proposta era interessante in quanto proponeva un lavoro sul superamento del concetto in medicina di corpo come macchina, e in questo senso il divario mente-corpo.
Ero molto interessato alla possibilità di collaborazione al progetto e di conseguenza ho dato la mia disponibilità. Il delegato mi ha espresso la loro sensibilità verso questo tema e di conseguenza si erano rivolti ad un centro specializzato, attraverso il quale erano poi giunti ai miei riferimenti.

Sin qui tutto bene,  si trattava di collaborare in ambito clinico per qualche mese e partecipare a delle iniziative pubbliche attraverso un'attività convegnistica.
Consapevole di quanto potesse impegnarmi questo progetto in termini di tempo tolto alla mia attività privata in studio, quanto questo avrebbe dovuto subire una riorganizzazione, e inoltre fatica e studio ho deciso di dare la mia disponibilità.
Dopo qualche giorno ho ricevuto comunicazione di conferma della fattibilità della collaborazione  per tutta l'attività e mi viene comunicata la necessità di determinare un onorario.
In questa richiesta si comunicava che l'attività prevista sarebbe stata di "counseling psicologico".
Ovviamente qualsiasi psicologo sa benissimo che l'attività di counseling non è una chiacchierata, ma un intervento clinico a tutti gli effetti che tende ad orientare, sostenere, sviluppare potenzialità nel cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi, e stimolando la capacità di scelta
In questo caso si trattava di counseling specialistico e in aggiunta anche attività di dialogo con il settore medico, sempre nell'ottica per cui il progetto è nato. 

Alcune riflessioni ...

Lo psicologo gettoniera. Ciò che è interessante notare è come questo progetto preveda la partecipazione di uno psicologo, ma allo stesso tempo non viene chiesto allo psicologo quali siano, dal suo punto di vista professionale, le più adatte modalità per gestire un'attività di quel tipo. Ovviamente uno psicologo sa benissimo che nell'ottica di integrazione è necessario che svolga un'adeguata osservazione clinica e a seguito un'attività di restituzione su ciò che ha osservato, sia per quanto concerne il paziente, sia per quanto riguarda il personale medico che collabora al progetto. "Sarà una pubblicità anche per lei". Ma un professionista che lavora con etica ha molto a cuore la modalità con cui svolge la sua attività professionale e mette sicuramente in secondo piano le "uscite in abito da sera", che in questo caso non erano sostenute da una reale attività di integrazione.

Lo psicologo in gabbia. Un vero lavoro di integrazione nasce dalla discussione e progettazione a più mani di un intervento. In questo caso si trattava di un lavoro di integrazione dove allo psicologo era stata già riservata una gabbia, e pertanto poca possibilità di movimento e affermazione del proprio ruolo professionale. In questo senso, per chi vuole realmente lavorare nell'ottica dell'integrazione, si trova a vivere costanti frustrazioni che poi si ripercuotono nel lavoro clinico. Ah si, tanto ci si mette l'abito da sera ...

E le ostriche e aragoste?

Ma torniamo alla questione dell'onorario. La sua determinazione si basa su diversi aspetti, che non sono solo legati all'attività svolta in loco, ma anche su ciò che uno psicologo è necessario che faccia per portar avanti un'adeguata valutazione di counseling. Ovviamente per me era chiaro che probabilmente avrei avuto necessità di poter pensare a più possibilità di intervento per i pazienti che avrei visto (incontri individuali, di coppia ecc...), ma tutto questo è stato bypassato perchè tanto "Per lei si tratta di fare attività di counseling". Insomma, avrei dovuto fare la "chiacchierata con la tecnica casa farmaceutica". Non lo so fare.

Ma non basta ...

Lo psicologo non riconosciuto. Determinato l'onorario, passa qualche giorno e questo viene valutato. 
" No ci dispiace ma noi per la sua attività avevamo previsto un tozzo di pane e due filini di erba amara".
Ora, mi spiegate perché, se sai già di avere un tozzo di pane, viene richiesta la determinazione di un onorario? E perché pensi che ad uno psicologo debba dare un tozzo di pane e due filini di erba amara? Come se non bastasse mi viene anche richiesto, cortesemente e ... con il cuore in mano ..., di determinare un secondo onorario che venga loro incontro considerando che, nel tagliare una pagnotta per cena è caduto un tozzetto di pane per terra, e siccome non si può più mangiare, hanno pensato di offrirlo ad uno psicologo
"Ma certo! facciamo l'integrazione medicina psicologia!!"
Al di la del fatto che questo è un caso dove la figura dello psicologo non viene realmente riconosciuta, sento come molto importante scrivere questo post perché spesso diversi colleghi si ritrovano in situazioni di questo tipo, dove a fronte di grandi fatiche, studio e passione viene loro offerto un tozzo di pane. 
Qualcuno accetta, ma fa un danno. Ogni tozzo di pane è un punto in meno alla figura dello psicologo e al suo riconoscimento.

Lo psicologo faticaSono tantissimi i sacrifici che uno psicologo deve sostenere per conseguire il suo titolo. Per chi ha svolto la sua laurea con i vecchi ordinamenti 5 anni di corso, per chi ha avuto la sfortuna di accedere alle riforme si è trattato di un percorso difficile e duro, con infiniti esami, spesso alcuni, per pochi crediti, erano gli stessi del vecchio ordinamento. A questo un anno intero di tirocinio gratuito e un esame di stato che non sempre si riesce a passare alla prima volta. Per chi poi ha deciso di fare una formazione specialistica successiva, o chi due, come nel mio caso, si tratta di fare ulteriori quattro anni per specializzazione in scuole che per poter frequentare richiedono il perfezionamento di una quota di iscrizione annuale con una cifra che si aggira intorno ai  4000 euro per anno. Frequentare una scuola costa 16.000 euro di iscrizione circa, e poi ... trasferte per poter frequentare la scuola, pernottamenti, corsi aggiuntivi, seminari, libri e studio. Inoltre uno psicologo che intraprende una formazione specialistica affronta e lavora in un percorso di analisi individuale che spesso dura anni al fine di permettergli di poter lavorare con etica, tecnica e senza incidenti di percorso che potrebbero invece avvenire in una relazione diversa o con uno psicologo che non ha svolto questo tipo di formazione successiva. Inoltre specie all'inizio dell'inizio dell'attività professionale uno psicologo oltre a tutto ciò affronta ore di supervisione clinica sui casi che segue. A ciò si aggiunga che, sulla base delle disposizioni dell'Ordine degli Psicologi, uno psicologo è tenuto ad aggiornarsi professionalmente ogni anno per un numero di crediti attraverso master, corsi di perfezionamento, seminari ecc... Pertanto i colloqui non sono "chiacchierate" o semplicemente "counseling", ma un'attività clinica a tutti gli effetti che va riconosciuta, e che è il risultato di fatica, studio, dedizione.


Per concludere ...

Il tozzo di pane ho preferito lasciarlo per terra. 







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L'amore è un'altra cosa







L'amore è un'altra cosa 
(Arisa)


Ridere, adesso manca il nostro ridere,

rimane solo un quieto vivere sterile,

il cuore mio non ce la fa.



Semplice, sembrava tutto così semplice,

per chi credeva nelle favole come noi,

cercando un'altra verità.



Senti che ci manca qualcosa,

che c'è sempre una scusa,

che la gioia si è offesa,

che non c'è la scintilla,
che si è spenta la stella,
ma una colpa non c'è.
La notte è troppo silenziosa,
l'amore è un'altra cosa.



Utile, adesso dirsi tutto è utile,

farà del male a queste anime fragili,

più di ogni altra verità.



Resta che una parte del cuore

sarà sempre sospesa

senza fare rumore,

come fosse in attesa
di quel raggio di Sole,
che eravamo io e te.



Senti che ci manca qualcosa,

che c'è sempre una scusa,

che la gioia si è offesa,

che non c'è la scintilla,
che si è spenta la stella,
ma una colpa non c'è.
La notte è troppo silenziosa e adesso
l'amore è un'altra cosa.



Tu dimmi se ci credi

a quello che non vedi, eppure

resta che una parte del cuore

sarà sempre sospesa
senza fare rumore,
come fosse in attesa
di quel raggio di Sole,
che eravamo io e te.
La notte è troppo silenziosa e adesso
l'amore è un'altra cosa.




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Coppia: Vicini vicini ...ma lontani



Era una fredda giornata di Dicembre quando Laura decise di prendere il telefono e contattarmi. Mi spiegò subito che si trattava di una situazione urgente e mi chiese la possibilità di ricevere lei e il suo compagno il prima possibile. Le chiesi se avevano già preso un accordo e se entrambi fossero disponibili ad effettuare un incontro di consulenza assieme e mi disse che Giovanni eri li mentre parlava con me.
Passarono circa dieci giorni e Laura e Giovanni suonarono al campanello dello studio. Uno, due, tre squilli. Aprirono la seconda porta del palazzo, quella che li avrebbe condotti all'ascensore e già sentivo Laura che rimproverava Giovanni: "Vedi è li, te l'avevo detto". Una sola voce per due. Si aprì la porta dell'ascensore ed ero già li ad accoglierli sulla porta. Arrivarono in fila indiana, a debita distanza, prima Laura, poi come un topo che si intrufola, con aria da chi per l'ennesima volta ha sbagliato qualcosa, Giovanni.
Entrarono nella stanza. Una volta seduti Laura iniziò subito a parlare e a dirmi che quella non era per loro la prima volta che si rivolgevano a qualcuno, ma la terza. "Dottore, noi abbiamo capito che ci sono aspetti che ci uniscono, ma c'è qualcosa che non riusciamo a capire". Laura aveva gli occhi umidi e mi disse che era molto stanca della situazione. "Anche oggi in macchina ci siamo picchiati, mentre stavamo venendo da lei. E lo facciamo spesso negli ultimi tempi".

I litigi sono sempre più intensi e Laura qualche volta ha lanciato piatti contro Giovanni, e lui l'ha presa a calci.
Laura e Giovanni si sono conosciuti nei banchi di scuola e da allora la loro storia è iniziata. Si sono sposati dopo una decina d'anni di fidanzamento e da allora ne sono passati altri dieci.
Giovanni definisce la situazione "un inferno" e mi comunicano subito la loro difficoltà a trovare uno spazio per poter respirare. L'aria che si respira a casa è tossica e in qualsiasi momento può esplodere una lite.

Nell'osservare il loro funzionamento di coppia era molto chiaro da subito come la distanza interpersonale tra Laura e Giovanni non permettesse loro di riconoscersi come individui separati, tale da permettere l'accoglienza  delle reciproche differenze.

"Dottore, conosciamo un'amica che, non ho ancora capito per quale motivo, mi ha eliminato da facebook e non mi cerca più. Ho chiesto a Giovanni di vedere se anche lui era stato eliminato e questo non è successo. Ora mi spiega lei perchè Giovanni non la elimina? Noi siamo una coppia!!!"

Dall'inizio della loro storia le cose sono cambiate e lentamente si sono sempre fatte più sentire le esigenze individuali di Giovanni, che Laura non tollera, perchè "Prima non eravamo così, andavamo sempre d'accordo, non si litigava mai".

Premesso che anche le cocorite litigano in gabbia, ma loro si, effettivamente erano realmente uniti, così tanto da non avere più una vita sessuale, da prendersi a schiaffi, da urlarsi parole volgari maledicendo il giorno che hanno deciso di stare assieme. Mai pensare di allontanarsi un po'. Questo veniva percepito come rottura del rapporto e "Niente ha più senso".

La regola "meglio schiaffi che fermarci a pensare ognuno a sé, a cosa cerchiamo in un rapporto di coppia, a quali sono i bisogni che cerco di colmare attraverso la relazione con l'altro", sta paralizzando Laura e Giovanni. Ma nell'osservazione di una coppia è sempre importante considerare, oltre agli aspetti individuali e di relazione, anche ai modelli che ognuno dei partner si porta dentro relativamente ad una relazione di coppia, più o meno caratterizzata da amore, riconoscimento e libertà.

Una coppia come Laura e Giovanni usa la relazione per colmare un vuoto emotivo e bisogni rimasti inappagati specie con le figure di riferimento dell'infanzia, attraverso dei meccanismi che sono l'esito di una sovrapposizione tra componenti individuali e relazionali. Laura e Giovanni si piacciono fisicamente, e l'hanno capito nei precedenti percorsi di terapia, ma non riescono a capire perchè tra di loro non funziona, perchè la loro affettività li unisce talmente tanto da farli sentire lontani.
L'inconsapevole tentata soluzione di appagare i propri bisogni frustrati attraverso una relazione di coppia non è infrequente, e Laura e Giovanni rappresentano solo una tipologia di cristallizzazione di modalità relazionali, rigidità di ruoli, e aspetti disadattivi rispetto alle possibilità di crescita individuali e di coppia.

"Per non parlare dottore della madre di Giovanni. E' sempre tra le nostre decisioni. Non so se è importante dirlo, ma ha addirittura una copia delle chiavi della nostra casa, e una volta l'ho trovata dentro quando sono rientrata da fare le compere".

Laura mette in evidenza un'altra problematica di una coppia che possiamo definire simbiotica: la difficoltà di svincolo dalle rispettive famiglie di origine.

La coppia simbiotica ha spesso giurato amore eterno, ma in questo giuramento c'è la difficoltà per entrambi di costruire una relazione e di definire se stessi come separati dall'altro. Stare attaccato da la possibilità di non riflettere su di sè, sulla propria vita passata, sulle difficoltà incontrate, e si delega totalmente il proprio benessere ad un sogno d'amore, poi infranto dalla realtà degli schiaffi e da ogni tentativo, seppur minimo (non cancellare l'amica da facebook) che uno dei partner può fare rispetto alla propria autonomia. Segnali provenienti dalla dimensioni Noi della coppia che chiedono a ciascuno dei partner di riflettere su di sé.

L'esordio di queste coppie è caratterizzato da una situazione idilliaca, ciò che all'esterno può sembrare un'unica persona, insomma, SIAMO LA COPPIA PIU' BELLA DEL MONDO e da questo ne deriva un unico modo di pensare, sentire, opinioni simili ecc... "Siamo proprio simili per sulla stessa onda per fortuna". Peccato che l'onda sia uno tsunami ...
Inizialmente sono coppie che non conoscono il litigio e la diversità, ma l'ambivalenza ragionevole di un rapporto di coppia non è tollerata. Può sembrare che il potere decisionale della coppia provenga da un'unica persona.
Nel frattempo il dialogo e il potenziale di cambiamento, che ogni coppia per poter sopravvivere è necessario che alimenti, risulta essere già in metastasi.

In questo modo la coppia si chiude in un acquario per due, dove ciò che un partner proietta sull'altro è la possibilità di ottenere protezione e rassicurazione ed allo stesso tempo il sentimento di inadeguatezza ed insicurezza nei confronti del mondo esterno.
L'insicurezza in queste coppie è un'ottima colla, un vero psico-attack, in quanto garantisce la possibilità che l'altro non si muova, e se non si muove non si muove nemmeno l'altro partner.
E così si resta, vicini vicini ...ma lontani.
Nella possibilità di muoversi, i partner di questa tipologia di coppia, si sentono sicuri solo se l'altro cammina mano nella mano, a cazzotti, stesso ritmo, stessa velocità dei passi, ma mano nella mano.

Nella creazione di un sistema che non riconosce e rifiuta la diversità uno degli esiti immediati è il venire ad impoverirsi della gamma di emozioni che si possono provare all'interno di una coppia e l'assenza di un'attività sessuale. Il paradosso di una coppia strutturata come quella di Laura e Giovanni è che i partners non si perdono d'occhio e non tollerano le distanze, questo porterebbe ad inferire che la vicinanza significa anche sessuale ed intima, ma in realtà non è così: "Ti tengo d'occhio, stai vicino, ma non troppo vicino".

La difficoltà maggiore è dovuta alla presenza di bisogni infantili frustrati che non consentono di relazionarsi in maniera adulta e più matura. E' sempre necessario rassicurazione e protezione piuttosto che intimità e crescita.

Un'altra caratteristica delle coppie che sposano la simbiosi come modello relazionale è la ripetitività. Sono metodici, non amano in genere i colpi di scena, e anche quando vanno dallo psicologo sperano in un appuntamento sempre allo stesso giorno e allo stesso orario. Spesso dalle loro storie emerge una presenza importante delle famiglie di origine. La vita di coppia e quella sessuale vengono pensate e agite entro percorsi ragionevolmente controllabili: "Abbiamo pensato di darci un po' di intimità".

Quando questa tipologia di coppia ha prole in genere trasmette molte paure rispetto allo svincolo, talvolta anche attraverso la strutturazione di vere e proprie fobie.






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Il complesso di Adone: la base dell'ossessione per il corpo



Passare molto tempo in palestra, dimagrire, sottoporsi ad esercizi sfiancanti non è sempre indice di aver abbracciato una vita più salutistica. Al di la' del comportamento legato all'attività fisica probabilmente è successo a tutti di incontrare uomini e ragazzi dall'aspetto "normale" che provavano sensazioni di inadeguatezza, bruttezza e anche fallimento nei confronti del proprio corpo, e se ci si rivolge ad una popolazione di body-builders avremo la sensazione di aver sempre maggiormente individuato un gruppo di uomini avente in comune la stessa insicurezza ed ansia quasi paralizzante riguardo il proprio aspetto fisico.

A ciò è dimostrato che gli uomini non sono solo insoddisfatti della loro immagine corporea, ma possono avere anche un'immagine corporea distorta e percepire se stessi generalmente peggiori rispetto a come realmente sono. L'ossessione per una ricerca di un "corpo perfetto" colpisce sempre di più i giovani che si esprime attraverso la ricerca esasperata di un corpo sempre più muscoloso e all'utilizzo di sostanze, a volte anabolizzanti, come via privilegiata per raggiungere un'immagine di sè percepita come ideale.
In tal modo si viene a creare un circolo vizioso per il quale più una persona si focalizza sul proprio aspetto corporeo, tanto peggio si sente nel proprio corpo: l'ossessione genera malcontento.
Gli uomini con questa insoddisfazione o spesso distorsione corporea tendono ad avere una scarsa autostima, sono più inclini a sviluppare sintomi depressivi e vivere con preoccupazione i periodi di riposo dall'attività fisica.
E' certamente vero che le forze implicate in questo processo sono molteplici, biologiche, culturali ed individuali. In particolare queste forze, come gli standard di mascolinità, che culturalmente sono sempre esistiti, hanno subito un alterazione nelle presenti generazioni per diversi motivi.

Sostanze chimiche. Il primo elemento che ha contribuito all'alterazione del modello di mascolinità è la scoperta della sostanza chimica che può rendere gli uomini più robusti di quanto non lo siano mai stati: a volte si parla di steroidi anabolizzanti, la cui storia inizia quasi un secolo fa, ma che hanno cominciato ad influenzare la rappresentazione dell'immagine maschile a partire dagli anni 70, con l'arrivo dei primi uomini sui set holliwodiani.
Uomini e ragazzi hanno così cominciato a vedere film con protagonisti maschili dotati di corpi più grossi di quanto sia naturalmente possibile; nel tentativo di emularli hanno cominciato a frequentare le palestre, pensando ingenuamente che dedizione ed allenamento avrebbero garantito loro una forma fisica simile.
La rappresentazione maschile gonfiata si è in seguito diffusa persino nei giocattoli per bambini (attraverso una crescita della massa muscolare degli eroi di plastica davvero inquietante), insinuandosi anche nelle fasce di età più precoci. Alcuni autori hanno visto nel progressivo incremento della magrezza della Barbie un messaggio nocivo rivolto alle bambine. Allo stesso modo ipotizzano un meccanismo analogo riguardo ai bambini.
Ed i messaggi analoghi continuano anche ad arrivare nell'adolescenza, grazie alle star di alcuni sport. Gli uomini quindi sarebbero stati indottrinati da tali immagini attraverso giocattoli, fumetti, televisione e film molto prima che fossero abbastanza maturi da sapersi chiedere se queste fossero realistiche e/o obiettivi ragionevoli per un corpo maschile

Nessuna generazione precedente è mai stata sottoposta alle stesse rappresentazione super muscolose, che prima della diffusione degli steroidi.
Una situazione analoga si ritrova, inoltre, nella rappresentazione dell'immagine maschile posseduta dalle donne di queste ultime generazioni. Così come uno studio canadese ha valutato l'evoluzione dell'immagine delle ragazze di Playboy, uno studente di psicologia americano ha compiuto una ricerca sull'equivalente maschile, confrontando la forma fisica dei maschi di Playgirl degli ultimi 50 anni. Così come la controparte femminile è diventata sempre più magra, gli uomini di Playgirl sono diventati sempre più muscolosi  e asciutti.

Incremento della parità tra i sessi. Durante gli ultimi decenni le donne si sono sempre più avvicinate alla parità con gli uomini in molti aspetti della vita, per cui gli uomini hanno gradualmente perso la loro tradizionale identità di sostenitori e protettori, lasciando come ultimo baluardo della mascolinità l'immagine corporea.
Il corpo maschile infatti è sempre stato rappresentativo dello stesso ruolo di genere maschile. Anche se alcune ipotesi possano risultare controverse, alcuni autori hanno suggerito che il corpo ipermascolino simbolizzi il tentativo da parte degli uomini di ristabilire i sentimenti e le sensazioni di autocontrollo e valore maschile.
In tal senso, ora più che mai, il corpo maschile definisce gli uomini, e poiché molti troverebbero impossibile raggiungere questo standard di "supermaschio", essi riverserebbero quest'ansia ed umiliazione al loro interno, continuando in superficie a condurre ciò che sembra un'esistenza regolare e tranquilla. Sono stati fatti degli studi che indicano che la maggioranza di questi uomini non si sognerebbero mai di farsi visitare da uno psicologo, sebbene molti siano preoccupati per il loro aspetto fisico, talvolta da essere clinicamente depressi.
Gli uomini inoltre, diversamente dalle donne che nel tempo hanno imparato a confrontarsi con gli ideali di bellezza e parlarne apertamente dando voce alle proprie preoccupazioni, non lo fanno.
Da queste osservazioni è stato tratteggiato il complesso di Adone, in riferimento al personaggio della mitologia greca, mezzo uomo e mezzo Dio, ideale supremo di bellezza maschile come quello che cercano disperatamente di raggiungere gli uomini affetti da tale complesso.

Nel tempo continua ad arricchirsi di contenuti "gonfiati" e nella mia esperienza clinica ho modo di vedere, spesso nei ragazzi molto giovani (tarda adolescenza) che il complesso non riguarda più solo le forme corporee, ma anche la sessualità. Non è raro che il coito diventi una palestra con movimenti ripetitivi e ossessione. Alla base ho spesso ritrovato l'ansia sessuale, ma ad un livello più profondo la presenza di complessi che si intersecano spesso con quelli dell'immagine corporea, disturbata da aspetti come il complesso di Adone. Il rischio maggiore è oggi per i giovani, infatti si stima che gli aspetti legati al complesso di Adone e il conseguente disturbo dell'immagine corporea, caratterizzato dalla sensazione soggettiva di bruttezza o di difetto fisico inizi già a 16 anni.
Si stima che si arrivi all'attenzione di uno specialista a 30 anni, in media.

Il complesso di Adone si intensifica nel momento in cui non sono più solo l'esercizio fisico ossessivo a placare l'ansia di inadeguatezza ma si ricorre all'utilizzo di sostanze chimiche per incrementare la massa muscolare, gli anabolizzanti, dai meno pericolosi di tipo proteico, ai peggiori di tipo steroideo
La differenza del complesso di Adone rispetto al disturbo dell'immagine corporea è che chi ne soffre ha insoddisfazione per tutto il corpo, mentre invece nel disturbo dell'immagine corporea può trattarsi di parti specifiche (spesso localizzate nel viso, capelli diradati, naso troppo grosso ecc....).
Non sempre è semplice identificare questi aspetti, dalle normali insicurezze, in un adolescente.

Il complesso di Adone è spesso la base per la strutturazione di disturbo del comportamento alimentare al maschile che può tradursi in comportamenti orientati dal complesso. Non sono certamente solo variabili culturali ad intervenire, ma anche aspetti legati alla personalità, storia di vita, o anche altri disturbi psicologici. 


Presto nuovi articoli sui disturbi del comportamento alimentare ...
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Paura del sesso: il vaginismo




Il dolore, nella vita della donna,
si ripresenta con inquietante frequenza.
(A.D. Turchetto, 2006)


Il vaginismo è una sindrome dolorosa associata all’attività sessuale che agisce in maniera anticipatoria, impedendo la penetrazione, che viene percepita dalla donna come elemento attivante il processo dell'esperienza dolorosa.

Sono sempre più donne che lamentano di vivere i rapporti sessuali con dolore. Il vissuto del rapporto sessuale doloroso è molto di più di un semplice sintomo che lascia le sue tracce solo a livello fisico, infatti tutti i più recenti studi in sessuologia clinica mettono in evidenza come le componenti psicologiche, affettive e sociali che si celano dietro le patologie del dolore sessuale femminile siano molto complesse.

Con il termine vaginismo si intende una persistente o ricorrente contrazione spastica, riflessa, involontaria della muscolatura perineale e del terzo esterno della vagina, stimolata dall'immagine, l'anticipazione o il reale tentativo di penetrazione vaginale mediante il pene, un dito o un oggetto, nonostante l'espresso desiderio della donna di avere un rapporto coitale.
Un gran numero di pazienti affette da vaginismo è sposata o ha un partner e la richiesta di intervento psicosessuologico è motivata spesso (ma non sempre) dal desiderio di gravidanza.
Il vaginismo è spesso associato ad un evitamento fobico e una paura anticipatoria del dolore di variabile entità (lieve, moderata, grave). La contrazione muscolare e la componente fobica sono quindi i due sintomi che caratterizzano il vaginismo, potendosi combinare fra loro con diversa intensità.

La contrattura muscolare anticipatoria determina la comparsa del dolore nel momento in cui viene forzata dal tentativo di penetrazione. Spesso i tentativi di penetrazione possono a loro volta causare delle microabrasioni che producono un'infiammazione cronica dell'ingresso vaginale (vestibolite) che contribuisce ad amplificare e mantenere il dolore.

La classificazione del vaginismo viene fatta sulla base di alcuni parametri fondamentali:

  1. Intensità dello spasmo muscolare
  2. Gravità della fobia (lieve, media o severa)
  3. Presenza e gravità di fattori psicosessuali, personali o di coppia, che concorrano alla genesi e/o al mantenimento del sintomo.
Tipicamente la donna vaginismica quando sente (alcune volte anche solo quando pensa) che "sta per essere penetrata", sperimenta una contrazione involontaria della muscolatura pelvica. In quel momento l'ansia cresce e la penetrazione diventa impossibile.

Ci sono degli indicatori che possono far pensare ad una situazione di vaginismo?

Molte donne che soffrono di vaginismo non hanno mai potuto sottoporsi ad una visita ginecologica o potuto usare tamponi vaginali. Non è raro che siano coinvolti nella contrazione anche altri muscoli come gli adduttori della coscia e i muscoli dorsali della schiena, infatti, lo spasmo muscolare a livello vaginale è spesso associato a tensioni diffuse in altri distretti del corpo (lombare, cervicale, delle articolazioni). Il bisogno di controllo, la difficoltà a lasciarsi andare, lo stato di ansia-allarme crea tensione in tutti i gruppi muscolari del corpo e l'incapacità di assecondare l’eccitazione sessuale a livello fisico. Inoltre, a seconda della gravità o meno della fobia, si può arrivare all’insorgenza di veri e propri attacchi di panico al tentativo di penetrazione.


Presto nuovi articoli sul vaginismo ...
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Mi muovo come un camaleonte: Hiv



Stamattina è stato pubblicato sulla Nuova Sardegna un articolo che ha messo in evidenza come la Sardegna nello specifico la città di Sassari abbia registrato nel 2012 il tasso più alto di infezioni da Hiv rispetto al resto di Italia. Si parla di due nuove infezioni al mese. Ciò che è stato evidenziato è  che la totalità dei nuovi casi diagnosticati ha contratto il virus per via sessuale, con un equilibrio tra rapporti di tipo omosessuale e rapporti eterosessuale. 

Dalla Clinica per le malattie Infettive di Sassari si denuncia quanto oggi i giovani non abbiano tanto una mancanza di informazione, ma un abbassamento della soglia di percezione del rischio. Non è infrequente che durante un rapporto occasionale si decida di non utilizzare il preservativo solo perchè davanti si ha una persona dall'aspetto piacevole o dal carattere gentile. Il virus dell'Hiv, come un camaleonte, così innocuo e all'apparenza docile si muove e passa inosservato, e nessuno se ne preoccupa.

Nelle città esistono tanti posti dove si può fare sesso occasionale, dai luoghi di ritrovo all'aperto (luoghi ai bordi delle strade di rientro a casa, aree di cruising in continuo aumento ...) a quelli chiusi (night ...). 
Sono luoghi dove tante persone, a seconda del momento di vita che vivono, possono riversarsi.
Le regole che vigono in questi luoghi non sono certo quelle di usare un preservativo, qualcuno lo fa, ma ci sono tanti altri che non lo fanno per svariati motivi. Ci sono poi coloro che non frequentano questi posti e che incontrano un partner che magari li ha frequentati, ma di cui non ne sanno niente.
Esistono dei virus mentali oltre che a quelli biologici. Tra questi quello che si innesca con il comportamento di indossare il preservativo: molti uomini perdono l'erezione e per questo preferiscono farlo senza e i/le potenziali partner, prede dell'onda dell'eccitazione accettano. Altre motivazioni sembrano più legate al piacere, dove il virus mentale è quello che con il preservativo "Che gusto c'è?" oppure "Che brutto farlo con un pezzo di plastica", "Che schifo mettermi in bocca una cosa del genere". Ci possono essere poi quelle situazioni dove avviene un ricatto, e spesso le persone più fragili possono cadere: " Ma allora non ti fidi di me? Guarda che sono sano". Per diverse persone indossare il preservativo significa rifiuto, e non vengono invece codificati il messaggio di protezione, di rispetto dell'altro.
Cedere significa consentire al  camaleonte di predarvi perché siete diventati fragili come un insetto.

Nella comportamento sessuale occasionale possono celarsi la solitudine, l'incapacità di stabilire con forza una vita affettiva e relazionale appagante, a volte anche poco rispetto per sé e per l'altro. Ovviamente non sempre è così, ci sono anche tutti quegli adolescenti che oggi iniziano un'attività sessuale molto presto e non sanno realmente quali sono le responsabilità di un gesto del genere. Così, tra dire e non dire, ci sono storie dove persone sono risultate positive al test per l'Hiv e solo successivamente il partner ha ammesso che in realtà sapeva già di esserlo e di conseguenza di averlo/a contaggiato/a.

Provate a fare un giro per i forum, scrivendo "contagio hiv" oppure "sintomi hiv"e si troveranno tantissime discussioni di utenti anonimi che, disperati per non aver usato il preservativo durante una scappatella, temono di aver contratto il virus dell'Hiv. Ovviamente non intendono fare il test, ma sviluppano sintomi ansiosi e ossessivi, talvolta anche psicosi piuttosto che effettuare un gesto di responsansabilità verso se stessi e l'altro.

Se prima era la tossicodipendenza oggi è il sesso che diventa un'ossessione, un rifugio e questo potrebbe spiegare il fatto che la trasmissione oggi avviene più per via sessuale.
Nella decisione di non usare un preservativo intervengono tante variabili che sono individuali, relazionali, ma anche culturali se pensiamo ai giovani d'oggi.
Nei corsi di educazione che ho svolto uno dei fattori che si sono rivelati predittivi nella bassa percezione del rischio è rappresentato da quei ragazzi "travestiti da adulti", dove qualsiasi nozione o informazione veniva squalificata, perchè tanto "So già tutto e non ho bisogno di altre informazioni". Ovviamente oltre al rischio di gravidanze indesiderate è presente la possibilità che questo atteggiamento porti a comportamenti sessuali a rischio.

La sola informazione non è sufficiente per bloccare questi virus mentali, è necessario molto di più. Gli aspetti più affettivi, relazionali, trovano una piattaforma su cui muoversi, il sesso, ed è li che incontrano il camaleonte, che accarezzano, fanno giocare per poi venire ingoiati come insetti dalla sua abile capacità predatoria.
Per gran parte dell'opinione pubblica il tema delle malattie sessualmente trasmesse sarebbe una questione prettamente medica, ma è un fenomeno complesso che coinvolge una dimensione psico-bio-relazionale. Se andiamo a pensare a quelli che sono i maggiori rischi che un adolescente oggi incontra, droga, alcool e sesso, ci rendiamo subito conto come i meccanismi che sottendono a tale dinamica siano su un ordine molto più complesso e il rischio di contrarre una malattia sessualmente trasmessa è il risultato di comportamenti che hanno radici diverse da individuo a individuo.

Non è certamente solo questione di rapporti sessuali, o di piacere da questo. Il cocktail droga-sesso, alcool-sesso spesso è il modo per nascondere qualcosa a sé stessi, un disagio, o la fuga disperata da una realtà che non si riesce a vivere. Tuttavia non è curando il sintomo che si può risolvere il problema, ma è attraverso l'analisi delle cause che si possono costruire interventi ad hoc per far fronte a tali difficoltà. Se pensiamo che l'educazione sessuale non viene, diversamente da altre nazioni, inserita nei curriculum scolastici possiamo capire quanto il contagio da Hiv nei giovani sia il riflesso di una società che non si preoccupa di loro e della loro salute. Una società che lascia passare il messaggio che "Tanto lo sai fare da solo". L'educazione sessuale è sicuramente un momento di informazione, e quando avviene presto, può rappresentare un momento in cui figure professionali come il medico, lo psicologo, il sessuologo individuano quei fattori di rischio e offrono l'opportunità ai ragazzi di poter elaborare vissuti, emozioni, pensieri, che nelle loro famiglie spesso vengono evitati e spesso gli insegnanti non si sentono adeguatamente pronti e supportati per poterlo fare ...

A ciò è necessario dire che non sono solo gli adolescenti ad essere a rischio, ma anche tutti quegli adulti che hanno smesso, o forse non hanno mai imparato a prendersi cura di sé. Non è infrequente che la svalutazione di sé porti a riportare la sessualità su un piano totalmente inanimato e spersonificato, così come è vero che non avere un limite e la continua ricerca di emozioni forti rappresentano dei fattori di rischio per l'abbassamento della soglia di rischio.

Un tempo l'Hiv era temuta, oggi invece sembra quasi non si tema più, e i virus mentali, innocui come un camaleonte, continuano ad illudere che "Tanto non mi succederà mai".
C'è ancora disinformazione. Nonostante la relazione più o meno profonda che può instaurarsi con un partner occasionale è sempre bene non cedere all'illusione che la sola conoscenza sia indice di salute e che mettendo il preservativo si fa un torto alla sensibilità dell'altra persona: "Non importa se si offende". Inutile dire che ad ogni "No, usiamo il preservativo" si smette di vedere l'HIV come un dolce camaleonte e lo si vede per quello che realmente è.

Fermarsi a pensare ogni volta che si fa sesso se è il caso di mettere a repentaglio la propria salute solo perchè si ha voglia è già un primo passo. E' necessaria cura per la propria affettività e sessualità. Se si sceglie il mattatoio non si può che rimanere feriti da qualche macellaio.

E' il caso per 5 minuti di estasi sessuale mettere in pericolo la propria salute?





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Coppia: un acquario per due?



Nel corso del tempo, così come altri aspetti della vita degli individui hanno assunto forme e funzioni diverse, così la relazione di coppia, tra ieri e oggi, ha assunto una connotazione diversa nella vita delle persone. A tal riguardo basta porre qualche domanda ai vostri nonni, o a persone che sono anziane e ,non certamente in tutti i casi, con molta probabilità troverete degli elementi che vi faranno intendere che in passato la formazione di una coppia era molto spesso riflesso di un bisogno sociale e in tal senso poteva essere definita come disegno di un progetto esterno, "Ci si sposa", "E' ora di mettere su famiglia", "Sono grande e devo sposarmi", "Figlio mio è ora che trovi moglie" ... Con l'andare del tempo la formazione della coppia ha assunto sempre di più una posizione più centrata ed ha sempre con più forza espresso i bisogni affettivi dei due partners. Così la formazione della coppia oscilla tra diverse forze: tra spinte interne, che maggiormente sono legate alla dimensione più intima della persona, i propri bisogni affettivi, e spinte esterne che sono determinate dal contesto in cui una persona è inserita. Non è improbabile oggi trovare coppie in crisi che, un'analisi più profonda, lasciano emergere quanto una spinta esterna abbia inciso nella formazione del "nido d'amore". Spesso tutto questo è inconsapevole e ciò che invece si osservano possono essere i litigi, l'assenza di una vita sessuale, l'incapacità nella gestione congiunta dei figli ...

I tempi sono cambiati e le esigenze e i bisogni delle persone sono maggiormente stimolati dal contesto in cui viviamo, per cui non basta più che uno vada a lavorare e l'altra rimanga a casa con i figli e cucinare. Questo è un comportamento che nella mia esperienza di ricerca etologica ho potuto osservare nel comportamento animale. Il tutto era finalizzato alla sopravvivenza. Ma i gabbiani dopo l'accoppiamento sono nuovamente liberi e lasciano andare i propri figli, per poi costruire nuovamente un nuovo nido, trovare un nuovo partner  e riprendere il ciclo. Una curiosità è che molto spesso le uova vengono covate dai maschi ... 
Ma, nella mia esperienza con le coppie noto molto spesso che la questione è diventata di sopravvivenza, di un nido divenuto troppo stretto, nidi di depressione e malessere, nidi di silenzio e tradimento, quel nido che tempo addietro si era scelto e dove spesso si è buttato dentro il sacco portato via dalla vita precedente con la promessa che quel luogo d'amore avrebbe guarito tutto.

Un altro aspetto che ha fortemente connotato la coppia è la sua  predestinazione a diventare famiglia. Questa  funzione procreativa  era, e in alcuni casi ancora oggi è, una tappa quasi d'obbligo. E' certamente vero che avere un figlio significa raggiungere un equilibrio, ma, diversamente dal passato, la centratura della coppia su se stessa (e non più in generale su bisogni esterni) l'ha arricchita ma allo stesso l'ha portata a mostrare  maggiormente la sua fragilità.

Il problema che molte volte una coppia affronta sono quelli di far coesistere le tendenze provenienti da due persone, pensiamo per esempio a tutte quelle situazioni dove uno dei due si sposa perchè questo gli garantisce un nido, e l'altro perché nello stare assieme trova quel calore che da solo non è in grado di darsi.Verrà a mancare un pezzo dello stare assieme, il numero 3, il Noi, e si sarà firmata la carta per stare in nido in 2, ognuno con il proprio sacco svuotato sul letto matrimoniale.

Inoltre non è infrequente che un'altra tendenza tradizionale della coppia sia quello di evitare la solitudine, e in questo caso la coppia assume la forma di soluzione protettiva e difensiva.
Da un punto di vista psicologico, nella formazione di una coppia, tutti i livelli dello sviluppo della personalità di un individuo possono essere coinvolti, e la coppia può fungere da elemento per saturare dei bisogni inappagati, che possono essere più  o meno profondi (spesso profondi).
Non è infrequente imbattersi in coppie stabilmente conflittuali "Non sto con te, ma nemmeno senza di te".
Nell'instabilità e nella conflittualità può instaurarsi il gioco dei "NO", che mi piace definire "erotico",  perchè spesso l'obbiettivo è quello di non darla vinta, sino ad arrivare alla paranoia.

E cosa dire della sessualità? Come far emergere quei bisogni sessuali che non necessariamente possono essere complementari? Spesso rimangono oggetti nascosti nell'armadio: la bisessualità, la durata del rapporto sessuale, il desiderio di variare l'eros, le fantasie erotiche ... Tutto non ci sta in quel nido, che un giorno sembrava così accogliente.

Allora i veri cuori non sono quelli dei Baci Perugina, i veri cuori non sono quelli dei ciondoli delle catenine di bijotteria e nemmeno quelli dei viaggi "così stacchiamo dai problemi", e nemmeno i baci rituali al risveglio e alla buonanotte.
Come faccio a sincronizzare il mio cuore con il tuo? Come posso sincronizzare il mio cuore con la nostra vita assieme? Come sta il mio cuore con te?
Pensare al proprio cuore significa potersi dare lo spazio per dire basta, ma a volte è difficile anche perchè molte relazioni di coppia sono funzionali a soddisfare l'equilibrio dei due, e spesso questo porta a costruire delle relazioni patologiche. Ci sono coppie invece che sembrano delle piante secche, dove uno dei due importa maggiormente la sua disfunzionalità all'interno del rapporto, e i propri bisogni inappagati vengono proiettati nell'infelicità della vita a due, ma solo perchè il partner è la persona più vicina.

  • E' fondamentale separare la propria vita da coniugi da quella legata ai figli. Il rischio è quello di venir meno dell'intimità;
  • Le aspettative nei confronti del partner spesso sono alla base della convinzione di un potere taumaturgico della coppia;
  • La coppia è una pianta, e così come ogni pianta è importante che si conosca il terreno su cui è piantata, qual'è l'esposizione solare migliore, quanta acqua beve, come trattare le foglie, quando cercare un vaso più grande per travasarla, in quale periodo dell'anno sbocciano i fiori ....
  • Come scrive uno studioso di nome Caillé,  1+1 = 3. La coppia non è un acquario per due pescigatto, ma uno spazio dove esiste un Io, un Tu, e un Noi. Molte coppie non hanno un Noi, e spesso condividono solo l'armadio, il frigorifero e non sempre il letto. Allo stesso tempo coppie con un Noi molto ingombrante e soffocante potrebbero impoverire l'individualità e portare a depressione, tradimenti, disfunzioni sessuali...
  • Stare in coppia significa imparare a gestire assieme forze che sono centrifughe e forze centripete
La coppia sicuramente è ancora molto di più di tutto questo. E' l'incontro tra due individualità, che spesso, per svariati motivi possono incastrarsi e creare malessere, patologia.
Ogni persona ha sognato la propria coppia, pertanto ad un livello possiamo conservare l'immagine di una coppia sognata. Esiste poi la coppia che è maggiormente legata alla realtà. Ma la via di mezzo tra queste è certamente la coppia possibile, per Io e Tu. Da questa consapevolezza emerge la possibilità di scegliere, se ancora non si è persa la capacità di amare.


Nei prossimi giorni ancora articoli sulla coppia  ...





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