La reciprocità: uscire dalla "gabbia di carta"



Molto spesso le persone raccontano le loro problematiche come se queste fossero generate "dall'interno",da loro stessi. E' una logica lineare, una possibilità di spiegazione con la quale "ci si racconta" un evento. Spesso tutto ciò lascia un vuoto di senso, sopratutto se ci si imbatte in un ginepraio di domande sui propri difetti, su ciò che è giusto e sbagliato, su ciò che non si è in grado di capire, su ciò che non si è fatto, su ciò che non si è capito. Così la frequenza di sintomi ansiosi, di manifestazioni legate all'umore spesso trovano una loro collocazione proprio nella mancanza di questo senso.
Nella mia formazione in psicoterapia certamente non sono stato addestrato a pensare ai fenomeni umani in termini di stimolo e risposta, non a caso ho scelto un approccio chiamato "sistemico-costruttivista". Dedicherò dei post per raccontare di questo approccio alla psicoterapia, ma in generale per il momento è importante sapere che l’attenzione si sposta dal che cosa o come si comporta ogni elemento di un sistema, per esempio ogni individuo all'interno di una coppia, al che cosa pensa e che tipo di significati attribuisce ai comportamenti degli altri, agli scopi, alle credenze, alle strategie. Il soggetto non è solo re-attivo ma attivo, anche quando in realtà può sembrare che non faccia nulla. Altro aspetto molto importante è lo studio dell'interazione tra individui, dalla quale una possibilità di esito è anche la psicopatologia.
Ciò che mi è stato sin da subito molto chiaro era la necessità, nell'ottica di questo approccio, di costruire degli occhiali che permettessero di accogliere una teoria della complessità nei fenomeni umani. 

L'immagine di questo post può incuriosire. L'artista che ha dato vita a questa litografia, Mani che disegnano, del 1948 è Escher. Da qui ho pensato ad una riflessione sulla reciprocità nei rapporti umani.
Contrariamente a quanto spesso ho letto, ritengo che la reciprocità, sebbene basilare nella vita relazionale delle persone, rappresenti, nella sua forma più funzionante, una componente complessa.
Reciprocità ci apre un aspetto delle relazioni umane che ha a che fare con il "restituire". Per tante persone il tutto viene declinato ad un "dover restituire", per altre "nessuna necessità di restituire", per altre ancora "non sapere cosa restituire", per altre persone ancora rappresenta il "piacere di restituire".
Qualunque sia la declinazione che connota il verbo restituire, questo principio elementare della comunicazione umana è alla base della strutturazione delle relazioni tra individui. Questo significa che la reciprocità è un floppy disk che in certe relazioni esegue le istruzioni adeguate, in altre è pieno di Trojan! La metafora certamente è riduttiva, ma ci aiuta a capire.

Mani che disegnano di Escher ci offre la possibilità di riflettere, sebbene con una metafora più romantica e meno pragmatica come quella del floppy disk. E' la fotografia dell'inizio di una relazione.
Se osserviamo la litografia potremmo avere la sensazione che la mano sinistra stia disegnando la manica destra, ma anche il contrario. Non si evince chi ha iniziato cosa, ma nel nostro discorso sulla reciprocità, ci può aiutare ad osservare un effetto. Possiamo notare per esempio come la mano destra possa sembrare più a riposo rispetto all'altra, che sembrerebbe più attiva. Ma nell'insieme, l'effetto di ombreggiatura che Escher ha dato alle mani e alle dita ci danno la percezione che entrambe le mani stiano prendendo vita, forma. Sono reciproche.

Da cosa stanno prendendo forma? Da un foglio bianco, l'assenza di relazione, e dal tratteggio ad una dimensione delle maniche, una conoscenza più superficiale.
Così nelle relazioni umane, l'incontro è sempre un iniziare a tratteggiare un'immagine e ciò che inizia a dar vita è proprio l'iniziare a costruire un'altra dimensione, due dimensioni come le maniche, tre come quella delle mani. Due mani a tre dimensioni possono disegnarsi, ovvero, possono dar vita ad uno scambio reciproco che definisce la loro relazione: si stanno disegnando.

Quante volte avrete sentito dialoghi di questo tipo:
"Ci vediamo ormai da mesi, ma non so se siamo fidanzati, amici intimi, amanti....". Disegni ad una dimensione. Reciprocità è anche dare all'altro la possibilità di definire la relazione che si sta portando avanti.

Non  è infrequente osservare "drammi relazionali" dove già dall'inizio una mano era a tre dimensioni e l'altra ad una. Sono quelle relazioni dove uno dei partner percepisce di dare troppo rispetto all'altro, che da poco. Il risultato è la solitudine e l'abbozzo di un'immagine dell'altro che non si è riusciti a disegnare su più dimensioni, ma solo su una. Non disegnare l'altro significa avere incertezza su quello che prova, rimanere intrappolati da parole in un vuoto di fatti concreti. "Ti amo, ma ti lascio", "Ti tradisco, ma ti amo" ... Tutte situazioni dove non esiste un amarsi reciprocamente. Certamente questo non riguarda solo le coppie di amanti, ma anche quelle di amici.
Essere reciproci richiede maturità affettiva e il superamento di condizioni della mente più primitive. Essere reciproci richiede non avere la percezione di sforzo.

E' quest'ultimo il caso di donne che "trascinano" il loro partner in terapia di coppia perchè sentono di non essere ricambiate, capite. Il rischio è quello che il partner che non sa dare attui un gioco perverso, ovvero, quello di "fare il bravo bambino che ti accontenta", pur di non perdere la relazione.
C'è poco di reciprocità in tutto questo. La reciprocità come tutti i frutti, matura da un albero, un fiore, un terreno, l'acqua. Quest'attitudine dell'essere umano non può essere misurata mossa per mossa, ma per sequenze. Di certo nel discorso che riguarda la reciprocità è molto importante lasciare che l'altro possa definirsi all'interno della relazione: e se si definisce con una dimensione e voi con tre, probabilmente inizierete a vivere una vita relazione totalmente sbilanciata. Va assolutamente interrotto il ciclo perverso. 

Il proseguimento del disegno potrebbe vedere le mani staccare le puntine del foglio, uscire da una gabbia di carta, ed iniziare a disegnare altre parti del corpo, la bocca per esempio per iniziare a dar voce al disegno.
Quante persone si trovano imprigionate in gabbie di carta? Dove la voce dei loro sentimenti è un sasso gettato in un lago, e un disegno in mano del proprio partner, di un amico, senza vita.

Senza reciprocità ci si può ammalare, ma è anche vero che non tutti i sistemi umani cercano reciprocità. Alcuni sistemi umani la pretendono vicendevolmente, altri la vivono in maniera sbilanciata ecc...  ciò che è certo è che rafforzerà non solo i problemi relazionali, ma anche quelli individuali.

La reciprocità è a tre dimensioni, l'immagine, il contenuto, la relazione.

Continua .... 



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Separarsi o lasciarsi? "Riprendimi" un film di Anna Negri



 La nostra società assiste a continui mutamenti e questi inevitabilmente hanno una loro influenza nel nostro modo di vivere, nelle nostre fantasie, nei modelli sociali di riferimento. Se pensiamo alle relazioni di coppia, oggi sicuramente sentiamo spesso parlare di "crisi della coppia". Mi chiedo ma di quale crisi si sta parlando? Raramente mi è capitato di ascoltare persone che mi parlavano dei loro genitori come coppie di innamorati. Anzi, spesso mi è stato detto "Ma dottore, perchè alla fine non si sono mai separati?", oppure "Dottore ho sempre saputo che i miei genitori non si amavano" . A ciò sicuramente possiamo dire che non tutti scelgono la libertà  dove per libertà si intende la capacità di essere in sintonia con i propri bisogni e stare con un partner perchè lo si sceglie. Non scegliere è comunque una scelta, infatti per alcuni l'unica soluzione è la dannazione e vivere con partner che non ci amano più. Può essere l'amore quel sentimento che  blocca la nostra capacità di scegliere?

Una tra le realtà possibili è sicuramente quella che vede la coppia non come un entità stabile ma come un sistema  inserito in un ciclo vitale, e come tale, l'abilità nel poter condurre una vita di coppia appagante è spesso la capacità di coordinarsi, di orientarsi, di amarsi in maniera reciproca: lavorare per costruire assieme con amore. La coppia ha una sua durata e attraversa delle fasi, e le fasi si superano se entrambe le persone che la compongono sviluppano un'attitudine a maturare, ad evolversi per poi nuovamente incontrarsi. In questo senso la miglior metafora per una coppia è il ballo: entrambi devono maturare nelle loro abilità, e in questo tutto è possibile se si crea un legame forte.


Molto spesso mi capita di vedere delle coppie e ciò che le caratterizza è sempre l'idea che la psicoterapia sia una bacchetta magica, sopratutto nella capacità di "far innamorare nuovamente" uno dei due partner, o entrambi, perchè esistono anche coppie di uomini e donne dove entrambi non si amano più.

Due persone che non si amano non hanno più bisogno di una psicoterapia di coppia, o meglio, l'obiettivo di una terapia non sarà sicuramente quello di "tenerli assieme", ma di aiutarli nel processo di separazione. 

Questa riflessione giunge proprio perchè l'altra sera ho avuto modo di vedere un film di Anna Negri con una fantastica Alba Rohrwacher che interpretava il ruolo di una donna dipendente che affrontava la separazione e che era disposta a tutto pur di avere con sè un uomo che non la amava. Tutto perchè questa separazione le lasciava un grande vuoto, e un figlio. Così tra inseguimenti, pianti, crisi di rabbia, e intermezzi sessuali, Lucia portò Giovanni da una psicoterapeuta, con la convinzione che questa li avrebbe "fatti tornare assieme". Così non fu, e l'incontro con la terapeuta, dal mio punto di vista e meno per la protagonista del film, fu molto produttivo perchè li mise davanti ad una realtà: uno dei due non amava più l'altra, e il lavoro terapeutico sarebbe stato quello di elaborare la separazione. "Ma lui doveva amarmi" rispose Lucia. E così andarono via e continuarono fuori dalla stanza del terapeuta il loro inseguimento, il loro tira e molla, i ricatti che passavano attraverso il figlio: "Lei non me lo farà più vedere".
Giovanni era un uomo immaturo, insicuro, che si pompava attraverso una nuova preda, un uomo che sapeva amare realmente molto poco sia la madre di suo figlio sia la nuova partner. A Lucia poco importava che non la amasse. Lei lo voleva nuovamente a casa.
E' la rottura che molte coppie conoscono nel loro ciclo di vita, una rottura che nasce da antecedenti alla coppia: "ciò che ci si è detti quando la storia è iniziata". Così il "ti amerò per sempre", "ci sarò sempre" spesso sono parole che vengono spese e lasciate al vento come le foglie che si staccano da un albero e cadono al suolo. Tutte portano con sè un cancro: l'illusione. E molte coppie si ammalano proprio di questo tumore.
Queste frasi portano con sè un vento di instabilità, di irrealtà, perchè nelle relazioni umane ciò che conta è ciò che facciamo per l'altro . Molto spesso ci si trova nel conflitto tra ciò che si dice e ciò che realmente si fa o si sente. Allora il miglior modo è non disconfermare tutto ciò che si sente, tutto ciò che si vede, e smettere di desiderare una persona che non ci ama più, anche se vi regala un biglietto per un viaggio a Tahiti.


I cosiddetti "viaggi tutti per noi lontano da tutti", o le pause di riflessione. Prima è necessario interrogare i propri sentimenti, quanto amiamo una persona, quanto vogliamo costruire con lei/lui delle cose, ma sopratutto quanto siamo in grado di capirla/lo, quanto sappiamo riconoscere i suoi bisogni, quanto noi ci sentiamo capiti da quella persona che a detta sua ci ama.
"Riprendimi", il titolo del film. Un urlo che proviene da un cuore che si sente abbandonato e che è disposto a tutto, anche a non essere amato, pur di avere qualcuno vicino.

Sono tante le coppie che vivono questa condizione. Alle persone è sempre stato insegnato a sostare, e invece dovrebbero imparare a scorrere, come un fiume. E separarsi a volte è riprendere a scorrere, anche se questo porta inevitabilmente dolore. 
Separarsi è un verbo molto forte, che implica lo strappare qualcosa da qualcosaltro. C'è bisogno di imparare a lasciarsi, accettando che l'altro non ci ama più, che la nostra storia finita. Prendere le nostre cose, e riprendere a scorrere.
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"Nella Stanza di uno Psicologo" è su Facebook



Da qualche mese ho iniziato a sperimentare le potenzialità del social network Facebook a fini professionali. Nasce così "Nella stanza di uno psicologo" come pagina facebook, che nei giorni scorsi ha raggiunto i 1500 mi piace! A questo i tantissimi mi piace su ogni post e le numerosissime condivisioni.
E' stato per me un traguardo importantissimo per il quale desidero ringraziare, uno per uno, ognuno di voi. Grazie! 
La mia pagina facebook un po' si differenzia dal blog, nel senso che la utilizzo sicuramente di più. Troverete piccole riflessioni, qualche frase scritta da me, o short version degli articoli che posto sul blog.
Una volta, mentre parlavo con un collega, ho raccontato della mia nuova esperienza tra psicologia, psicoterapia e social network. In particolar modo di come avessi deciso di utilizzare facebook per avvicinarmi alle persone, per uscire da uno stereotipo che per troppo tempo ha visto lo psicologo chiuso nella sua stanza a scrivere, vedere "pazienti" e non "persone", ad emettere sentenze lapidarie sulla personalità altrui. In tutto questo sembrava mancare un contatto diretto con le persone, in termini di interazione. Una cultura della salute non nasce di certo dentro la stanza. E facebook si che offre questa possibilità. Lungi dall'essere uno strumento di consulenza psicologica, facebook offre la possibilità di interagire con un click, di leggere velocemente contenuti a carattere psicologico. Con mia grande sorpresa ho scoperto che in realtà i post vengono letti. All'inizio pensavo che un pubblico come facebook non fosse attento alla tipologia di post come i miei.  Lo psicologo nella sua stanza incarna un sapere chiuso, un "qualcosa che si conosce solo se si va in quello studio", un meccanismo perverso che alimenta paura e distanza. Così gli psicologi sono diventate figure lontanissime e di cui poco si sapeva, spesso caricate di stereotipi, e che proprio in virtù di tale distanza erano ricercate solo nelle situazioni più gravi, quando la pentola esplode. Questo, a mio parere, crea una condizione che non favorisce il pensare alla salute mentale come una fetta del proprio benessere, una dimensione alla quale è necessario fare le adeguate manutenzioni e controlli periodici. E in questo, come psicologo, mi sento chiamato: contribuire alla creazione di una cultura psicologica, del benessere mentale e relazionale. La mia decisione di utilizzare il social network per scrivere di psicologia e psicoterapia è nato, oltre ai motivi già esposti, dal fatto che negli ultimi anni la loro crescita esponenziale hanno di fatto coinvolto anche la ricerca psicologica e la ricerca in psicoterapia. Non ho mai visto in facebook un mostro, ne credo che penserò questo. Anzi, la vedo come una grande opportunità che mi permette di condividere le mie esperienze professionali, i miei approfondimenti e studi in psicoterapia, le mie riflessioni. Ciò che studio ogni giorno nella mia professione può essere utile a qualcuno, ed è questo quello che mi importa. Un amica proprio questo pomeriggio mi ha detto: "Ma perchè lo fai? Facebook, quel postaccio".
Molti professionisti non vedono di buon occhio l'impiego di questo strumento, credo per un pregiudizio di fondo, che vede questa pratica come "poco seria e professionale". Facebook non è il mio primo canale di comunicazione. Infatti già da 4 anni scrivo su questo blog, "Nella stanza di uno psicologo" che attualmente ha quasi raggiunto i 100.000 contatti. Di certo non sono numeri da capogiro per un sistema come quello di internet o come i social network, ma per me sono davvero molto importanti. 
Di fatto per un professionista è molto impegnativo dedicare il suo tempo alla creazione di post su social network, scrivere su un blog, sopratutto nell'autorizzarsi a comunicare qualcosa, e per quanto possa sembrare qualcosa di "poco serio", di fatto tutto è informazione, contatto con le persone, e dai messaggi che ricevo, in maniera del tutto inaspettata anche aiuto. Come dice un mio collega, che per me è un maestro, è il nostro lavoro, assieme all'attività in studio, il lavoro sulle sedute svolte e tutto ciò che si porta avanti con ciascuna persona diversa nella stanza reale dello psicologo.
E' proprio per questo che ho scelto il nome "Nella stanza di uno psicologo": un luogo reale dove svolgo la mia attività ogni giorno, ma anche una stanza terapeutica virtuale, dietro il cui monitor scrivo io.
Ho voluto dire "Basta" e usare anche facebook come strumento per avvicinarmi alle persone, per dare la possibilità di rompere un pregiudizio, per trasmettere la mia esperienza come professionista, di quelle che sono le reali possibilità di cambiamento attraverso un percorso di tipo psicologico, e per unirmi a quei colleghi che seguo costantemente e che come me hanno intrapreso questa avventura.
Grazie a tutti, di cuore.
Antonio Dessì

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Vacanze di Natale finite! Si rientra a lavoro ...



Le vacanze natalizie sono ormai concluse. E' un periodo dell'anno che le persone spesso affrontano tenendosi lontane dalle preoccupazioni della vita quotidiana, dalla gestione delle responsabilità e le questioni della vita quotidiana, sopratutto per quelle persone che svolgono attività presso enti pubblici (che hanno in genere i classici 15 giorni di vacanza) ecc... L'inizio delle vacanze contribuisce a creare una dimensione emotiva caratterizzata dal distacco e favorita dalla scansione delle giornate basate su ritmi differenti: ci si sveglia più tardi, si programmano uscite, si esce per una passeggiata in centro, si vedono più spesso gli amici ecc...
Il rientro dalle vacanze può certamente favorire la sensazione di sentirsi appesantiti, di avere difficoltà a riprendere, di avere nostalgia di quelle giornate passate in totale spensieratezza con i propri cari.
Tutto ciò non è certamente vissuto da tutte le persone allo stesso modo. Sono tanti i fattori che entrano in gioco in questo vissuto di rientro dalle vacanze natalizie. Ci sono sicuramente aspetti legati alla personalità del soggetto, alla sua soddisfazione per il lavoro che conduce così come alla percezione che ne ha in termini di efficacia ecc... Insomma, le persone che vivono male anche il "lunedì" saranno sicuramente più sensibili a vivere con difficoltà il rientro dalle vacanze. A ciò credo che ci siano dei fattori molto interessanti e che fondamentalmente si basano sull'analisi degli antecedenti alle vacanze. Infatti, molte persone sono sensibili ai segnali in città, vetrine che vengono allestite un mese prima, pubblicità in tv ecc... Questo dilata tantissimo il tempo di vacanza al punto che per molte persone il periodo antecedente alle vacanze diviene un count-down.
Per altre persone invece, rientrare anche da un viaggio natalizio non implica grande sconvolgimento, e questo è in parte dovuto anche alla capacità individuale al cambiamento.
Per chi è più sensibile il rientrare dalle vacanze natalizie e riprendere il lavoro può generare una sensazione di fatica e tradursi in uno stato di malessere psicofisico generalizzato, dando inizio ad un effetto del tutto paradossale, sulla base del quale "ci si sente più stanchi di quando si è andati in vacanza".
In questi casi assistiamo ad un fenomeno psicologico meglio noto come Post Vacation Blues o "Stress da rientro".
I sintomi principali di questa sindrome sono quelli tipici da stress, ovvero: mal di testa, sensazione generale di stanchezza, sensazione di "essere storditi", sentirsi agitati o nervosi, risvegliarsi poco riposati ed avere risvegli notturni, avere poca capacità di attenzione, sentirsi deboli sino ad avere la tosse e la febbre.
Tutte queste sono manifestazioni fisiche di quelle che potremmo considerare delle reazioni fisiologiche da stress. Da un punto di vista psicologico questo tessuto di sensazioni fisiologiche potrebbe favorire un'acutizzazione di quelle che sono gli aspetti vissuti con disagio nel posto di lavoro: rapporto con il capo, orari di lavoro poco flessibili, peso delle responsabilità, sensazione di inefficacia sopratutto nelle professioni sanitarie, rapporto conflittuale con i colleghi.
La problematica legata allo stress da rientro è molto frequente, infatti le ricerche affermano che circa la metà delle persone che riprendono il lavoro dopo un periodo di vacanza ne soffrono.
In realtà, la lettura meno patologizzante di questo fenomeno vede la reazione dovuta allo stress come una reazione del nostro organismo e della nostra psiche ad un cambiamento troppo repentino.
Questo sconvolgimento è momentaneo e in breve tempo smette di manifestarsi. Certo è vero che questa reazione è più forte nelle persone che vivono con disagio il proprio lavoro, sopratutto se rientrare significa ritornare ad un senso di frustrazione che si rinnova ogni lunedì della settimana. Chi svolge il proprio lavoro con soddisfazione risente meno del rientro perchè le vacanze rappresentano un momento di riposo, e non di fuga dal lavoro.
Per evitare che il rientro possa essere troppo traumatico può essere utile prendere qualche accorgimento.

1. Non perdere totalmente la dimensione lavoro, ovvero ogni tanto ricordarsene e anticipare almeno mentalmente il rientro sul posto di lavoro. Questo non significa "non staccare dal lavoro", ma imparare a vivere il periodo di vacanza come una pausa e non una fuga dalle frustrazioni del lavoro.

2. Prima di riprendere l'attività lavorativa potrebbe essere utile riprendere con gradualità.  Di conseguenza iniziare a riprendere un ritmo un po' diverso rispetto alle vacanze già qualche giorno prima del rientro. Non rientrare troppo tardi, ma allo stesso tempo non perdere le occasioni di contatto con gli altri, che possono rappresentare un momento di scambio anche su come ci si sente all'idea di rientrare a lavoro;

3. Sfruttate il momento di distacco dal lavoro come centro propulsore per il cambiamento. Elencate anche per iscritto tutte quelle che sono le situazioni che potrebbero ricrearvi ansia o frustrazione nel rientro effettivo. Cercate di delineare quali potrebbero essere le azioni concrete che potreste fare per poter migliorare la situazione, e già da dopo il rientro cercate di perseguire questo obiettivo con forza e orientati da ciò che avete scritto;

4. Il rientro a lavoro prevede sempre un accumulo di lavoro da svolgere. Potreste trovare la mail piena di comunicazioni importanti, mail di clienti ecc... La percezione di troppo lavoro da svolgere potrebbe scatenare delle reazioni di ansia, ed allo stesso tempo di frustrazione. Mettete degli obiettivi giornata dopo giornata cercando di dare delle priorità. Dividete il lavoro per priorità e procedete giorno dopo giorno sino a quando non avrete recuperato il lavoro non svolto durante il periodo di vacanza.

5. Evitate di intraprendere lavori grandi ed ambiziosi nei primi giorni di ripresa del lavoro. Concentratevi su piccoli obiettivi. Tutto ciò vi aiuterà a mantenere un controllo sulla situazione e a dare una scansione progressiva dei ritmi di lavoro. Per esempio, per gli operatori della salute, come i  medici per esempio, potrebbe essere utile non fissare subito giornate piene di pazienti, ma di arrivarci gradualmente. Questo potrebbe evitare un effetto frustrante e di spersonalizzazione del rapporto con il paziente. Tale azione è a tutela di chi lavora, ma anche di chi usufruisce della prestazione erogata;

6. L'incremento della condizione di stress è dovuta al numero di richieste ambientali. Se queste superano le nostre risorse, la condizione di stress aumenta. Nella ripresa pensate alla possibilità di delegare qualche compito a qualcuno. In questo modo potrete constatare ed affermare i vostri limiti ed allo stesso tempo darvi la possibilità di esprimere un vostro bisogno di aiuto.

7. Dedicate un po' del vostro tempo a recuperare le emozioni positive che hanno caratterizzato il periodo di vacanza. Non punitevi, nel senso, pensate sempre che abbiamo bisogno di sentirci felici e soddisfatti e che il contrasto con emozioni negative legate al posto di lavoro ci può essere utile per metterci in contatto con le nostre frustrazioni e di conseguenza con tutto quello che potremmo cambiare della nostra vita lavorativa. Pensare "non posso cambiare niente" e il senso di impotenza rende depresso chiunque.

8. Evitate la focalizzazione sui pensieri negativi. Un'emozione di sconforto potrebbe fare da capolinea di pacchetti di emozioni negative. Queste amplificano il nostro stare male. Prendete un foglio ed elencate quali sono i vostri pensieri negativi ma dall'altra metà del foglio elencate anche quali sono quelli positivi o perlomeno le situazioni o cose o situazioni che vi rendono positivi.

9.Il periodo di vacanze non è mai qualcosa di concluso. Infatti in tale periodo si sono scoperte nuove cose, si sono fatte piccole gite, viaggi, oppure semplicemente si sono conosciute nuove persone. Pertanto il periodo di vacanza porta con se degli effetti che durano ancora oggi, anche se siete a lavoro. In tal senso è sempre molto importante dedicare sempre tempo agli amici, a conoscere nuove persone, a fare piccoli weekend fuori anche fuori dal periodo di vacanze classico. Questo eviterà la percezione di deprivazione proveniente dalla conclusione delle vacanze. Non sono per forza necessarie le vacanze natalizie per essere felici.

10. Il periodo delle vacanze è un periodo dell'anno dove le persone danno maggiore importanza a sè stesse. Spesso negli altri periodi dell'anno le persone non sono attente a se stesse, si deprivano, e il contrasto con il periodo di vacanze fa percepire loro la condizione di frustrazione e deprivazione. Se durante le vacanze avete coltivato un'attività che vi ha fatto sentire bene durante il periodo di vacanza mantenete questa abitudine anche dopo le vacanze. Fare una passeggiata, leggere un libro, praticare uno sport con un amico, cucinare per amici ... Non è solo il periodo di vacanza un momento  da dedicare a se stessi, ma tutti i giorni è necessario avere spazio per sè. Il rientro a lavoro non sarà più una prigione in questo modo perchè avremmo imparato a proteggerci dalle sensazioni di deprivazione che le nostre abitudini creano.
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