Via dell'Amore



(...) Spesso nella nostra vita ci confrontiamo con il fallimento nelle storie d'amore. Cadiamo in un vortice di pensieri, nel senso di vuoto e nel vuoto di senso. 
L'amore è un punto di incontro quando restituisce fiducia. Spesso invece entriamo in una delle vie dell'amore, quell'antica strada che conosce il dare a senso unico. 
Non possiamo donare la nostra anima a chi non è disposto a dare niente. Non possiamo spogliarci dei nostri abiti per riscaldare chi abiti non ha, e se lo facciamo, presto ci troveremo a fare i conti con il vuoto e il gelo. 

Ci troveremo avvolti in un senso di vuoto, a portare avanti un viaggio con qualcuno che non ci comprende, che non ci vede, che non capisce e che ci ama solo perché nella via dell'amore ha imparato che vive grazie a noi, e noi abbiamo imparato che viviamo ogni giorno perché portiamo cibo al nido. Come l'uccellino che apre il becco per ricevere il bolo. L'amore chiede il volo e la libertà.
Chi non sa fare un complimento, non sa ricevere un complimento. Chi non sa fare un regalo, non sa ricevere un regalo.
La via dell'amore è un punto di incontro, di due vite che conducono la loro esistenza e ne condividono i frutti. Io ho questo da condividere con te, io ho quest'altro. Amore è donare e condividere, ma anche ricevere. Amore è saper ricevere. A volte capita che qualcuno sosti nella via dell'amore, aspettando che l'altro torni ad imboccarlo, a curargli tutte le ferite, a superare tutte le correnti gravitazionali. E poi per farti mangiare ... Sembra bellissimo. E' un monologo d'amore. (...)  Dal quaderno "Veleni", di Antonio Dessì
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Carnevale: il gioco del "come se..."



Schiamazzi e colori. Se provate a chiedere alle persone come considerano il carnevale non faticherete a sentire termini quali "caos", "allegria", "divertimento", "risate", "spensieratezza" e persino "liberazione". Non è una festa per soli bambini, infatti, ogni anno il rituale vede uomini e donne di ogni ceto sociale e età recarsi a balli in maschera e sfilate variopinte, cercando di liberare la fantasia a volte anche nell'intento di catturare un po' di felicità
Lo scherzo vale. Quale scherzo?
Un po' di storia. Il Carnevale è una ricorrenza che viene celebrata nei paesi di tradizione cristiana. Il termine deriva dal latino carnem levare (eliminare la carne) perché indicava il banchetto che si teneva durante il martedì grasso, subito prima dell'astinenza e digiuno della Quaresima. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi. In particolare, l'elemento distintivo e caratterizzante del carnevale è l'uso del mascheramento

Maschere che coprono e maschere che scoprono. Il gioco legato al mascherarsi è spesso coinvolgente. Tante persone in questi giorni discutono su cosa mettersi addosso per il ballo di carnevale, quale maschera possa essere più adatta a sé stessi per quella sera. Può diventare un momento coinvolgente, a volte anche fonte di discussioni nelle coppie, ma al di la' di questo è sicuramente un comportamento che attrae, che consente di giocare ad essere qualcosa d'altro e consente di accedere a delle parti sconosciute della propria personalità e di rappresentarle. Mascherarsi può essere anche un modo per scoprirsi, per esorcizzare qualcosa che temiamo, per nascondersi dietro la sicurezza di una maschera per poter fare ciò che in altri giorni dell'anno non viene fatto. Non c'è niente di male, se vediamo in questo significato uno dei sensi più profondi di questa ricorrenza. La semplicità del Carnevale è la rappresentazione, mettere in scena qualcosa o qualcuno, un gioco continuo tra realtà e finzione autorizzato da una data sul calendario. Mascherarsi non è certamente un gesto che proviene dai tempi moderni, infatti già nella preistoria gli uomini usavano maschere nelle attività di caccia e da sempre la maschera ha avuto un grande significato simbolico in ambito di riti magici e religiosi. 
Al di là delle funzioni e dei significati che vengono attribuiti al comportamento di mascherarsi, l'essere umano ha iniziato a costruire maschere  per poter apparire, per mettere in relazione il mondo degli umani con quello dei "non umani", ma anche per mostrare parti di sé, spesso nascoste o inconsapevoli. Da piccoli è molto importante il gioco che permette di accedere alla rappresentazione esterna di parti di sè, perchè permette al bambino di conoscersi e di vedere quanto quello che porta fuori è accettato, rifiutato dall'occhio di chi guarda. 
Non solo Carnevale. Mascherare o meglio rappresentare non avviene certamente soltanto nelle giornate di carnevale. Apparire, nascondersi, mostrare parti di sè attraverso delle maschere avviene anche nell'arte e in questo senso il teatro è uno dei luoghi dove tutto questo avviene. 
Se ascoltiamo i discorsi delle persone, spesso sentiamo dire: "Quella persona è propria falsa", oppure "Io sono così come sono, senza maschera", oppure "Levati la maschera e fammi vedere chi sei". Sicuramente il significato semantico di "maschera" si estende anche ad aree di relazione, dove "maschera" diventa un sinonimo di autenticità o non autenticità. In questo senso quando si chiede a qualcuno di "togliersi la maschera", viene chiesto di mostrarsi per quello che è.

La doppia funzione della maschera è che in realtà da un lato permette di nascondere alcuni aspetti di sè, dall'altro sicuramente permette di rivelarli.
In questo senso utilizzare il Carnevale come un grande laboratorio teatrale di conoscenza di sé e dell'altro è sicuramente un buon modo per calarsi nella rappresentazione di sé che si porta agli altri ed interrogarsi anche su quelle che gli altri mostrano.
Se si crea una maschera da indossare, ma anche se in realtà ci si fa prestare una maschera da qualcuno "tanto per andare ad un ballo", in realtà si mettono in atto tutta una serie di comportamenti che mettono in evidenza quanto si è in grado di portare fuori e rappresentare degli aspetti che "vivono" internamente a noi e quanto no. Insomma, quanto si sa giocare per portare fuori, o quanto si imita senza attingere al proprio bagaglio.
Così se vi vestirete da Cleopatra, o da Cat Woman e nella vita sentite un costante senso di frustrazione, il mascheramento può essere un ottimo motivo per provare per una sera ad esserlo e riflettere poi su quali aspetti possano essere riadattati nella propria vita. Se temete di essere un poco di buono nella vita, provate a vestirvi da "poco di buono" per carnevale.
Talvolta, inconsapevolmente, nella scelta della maschera si attinge al proprio bagaglio interno e si consente attraverso l'atto di mascheramento, ma anche tutto il rituale attorno composto da gesti e comportamenti tipici della maschera rappresentata, di potersi auto-osservare.


Allo stesso modo poter mettere in scena la maschera che si rappresenta permette di entrare in contatto con quello che l'altro vede attraverso la maschera rappresentata. In questo senso la maschera da un lato scopre aspetti legati alla propria personalità, dall'altro consente di sentire protezione perché tutto è all'interno di una finzione. E' un gioco, e il gioco può essere un'ottima opportunità per conoscersi, e osservarsi attraverso gli occhi di chi vi guarda.
Il gioco del "come se..". Così se esistono una vasta gamma di giochi possibili, il carnevale offre la possibilità di giocare al "come se..". Come se fossi Batman, come se fossi Barbie, come se fossi una donna e invece nella realtà sono un uomo, come se fossi una maschera di cui non conosco il nome. Ciò permette di sentire come potrebbe essere vivere nei panni di qualcosa di rappresentato che in realtà non siamo, o che forse per alcune caratteristiche non si ha il coraggio di essere. Così l'essere intraprendente, avere più facilità nel parlare con gli altri dietro una maschera, divenire disinibiti, provare a rappresentare una maschera di cui si ha paura, può essere liberatorio. 
Spesso la riflessione sul processo di rappresentazione non è immediata. Spesso la creatività non procede per logica lineare, ma procede attraverso l'apertura di un flusso di idee che mettono in contatto gli aspetti più interni di sé con l'esterno. Così è possibile rappresentare, così come quando ci si trova davanti ad un foglio bianco e si inizia a disegnare.
Pertanto il carnevale può diventare un momento sicuramente di divertimento, nessuna demonizzazione, ma anche un momento di conoscenza di sé attraverso la rappresentazione esterna di aspetti di sé che possono assumere diversi significati. Ciascuno il suo.


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Psicologo tra stereotipi e denti stretti



Nella mia professione di psicologo ma anche nella vita di tutti i giorni quando non mi viene richiesto il mio supporto professionale rimango sempre molto affascinato ed allo stesso tempo incuriosito da quelli che sono gli stereotipi in top list sulla figura professionale dello psicologo.
La vita di chi svolge una così delicata attività necessita di tanto equilibrio nel saper gestire la propria vita professionale da quella privata. Pertanto le osservazioni sono pertinenti qui, sul blog, nella mia stanza virtuale dello psicologo.

Lo stereotipo è la visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto, un avvenimento o un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità: nel nostro caso gli psicologi. Si tratta di un concetto astratto e schematico che può avere un significato neutrale (ad es. lo stereotipo del Natale con la neve e il caminetto acceso), positivo (la cucina italiana è la più raffinata del mondo) o negativo (l'associazione tra consumo di droghe e la musica rock) e, in questo caso, rispecchia talvolta l'opinione di un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi. 

Sicuramente lo stereotipo sulla figura dello psicologo è stato studiato ampiamente dai colleghi che si occupano di ricerca in ambito sociale, ma il mio contributo proviene dall'esperienza clinica e da ciò che sento dire a persone che, a conclusione di un percorso o all'evidenza di cambiamenti concreti nella propria vita, fanno.
In maniera del tutto inaspettata ho riscontrato che sono proprio le persone più giovani ad avere forti pregiudizi e resistenza a contattare uno psicologo ma allo stesso tempo ad avere maggiore flessibilità a cambiare questa percezione una volta raggiunti gli obiettivi previsti dal progetto di intervento.

" Pensi dottore che prima non credevo negli psicologi, invece ora mi vanto di essere stato in grado di affrontare tale confronto".

" ... e pensare che prima classificavo tutto come strizzacervelli. Paradossalmente prima ero convinta di essere malata, ora ho capito di essere una persona con risorse che può cambiare".

Questi sono solo alcuni esempi che aiutano a capire quanto le persone costruiscano un'immaginario collettivo attorno ad una figura professionale come quella dello psicologo.

Chi va dallo psicologo è pazzo. In questo senso la mia esperienza personale, perché uno psicologo che svolge con etica la propria professione ha svolto anni di lavoro psicoterapeutico su se stesso per poter lavorare, ma anche professionale, mi portano a dire che rivolgersi ad uno psicologo significa aver già avviato un cambiamento reale nella propria vita. Spesso sento delle frasi del tipo: "Poverini, stanno proprio male quelli che vanno da uno psicologo", o peggio ancora "io sono proprio curioso di vedere chi va dallo psicologo e cosa dice, pura curiosità". In realtà la percezione "nella stanza di uno psicologo" reale è totalmente diversa. E' un lavoro costante di cambiamento, di autoaffermazione e centro propulsore di benessere individuale e relazionale. E i cambiamenti non sono qualcosa in cui "credere". Esistono e sono reali.

Esistono sicuramente tanti altri stereotipi sullo psicologo, ma sicuramente chi legge ne sa più di quanti ne sappia io. 
Altro aspetto che sicuramente è molto interessante è la frase "Io non ci vado dallo psicologo, tanto lo so già che cos'ho". Spesso una simile frase denota molta fragilità al confronto ed allo stesso tempo un irrigidimento su una posizione precaria: un sorridere a denti stretti con gli occhi umidi.
In questo caso è sempre bene fare una considerazione di base, ovvero che in questi casi sarebbe molto nocivo rivolgersi realmente ad uno psicologo. Spesso queste persone costruiscono una loro idea sul loro disagio, negato, talvolta anche basandosi su semplici letture di settimanali o mensili di benessere, o peggio ancora su libri con cd allegato.
La posologia degli articoli psicologici prevede che questi siano semplicemente uno stimolo di riflessione su una problematica psicologica ma non certamente la soluzione ad un problema individuale. 
Inoltre la presenza di un sentimento di sfiducia di base fa si che queste persone producano altri stereotipi, ovvero che lo psicologo dopotutto mente, tenta di manipolarle, usa la tecnica del linguaggio per imbrogliarle e in generale si approfittino di loro. E' il famoso stereotipo dello "strizzacervelli", che altro non è che la trasposizione di uno schema di sfiducia sulla figura professionale dello psicologo. Strizzacervelli è colui che manipola un cervello contro volontà. Nessuno psicologo agisce senza la cooperazione della persona che ne richiede l'aiuto e qualsiasi relazione terapeutica funzionante è possibile a seguito di un accordo di collaborazione. Un po' come quando si va dal dentista: se non apri la bocca non può vedere se hai carie! E se non apri la bocca perchè hai paura, forse è meglio che ci pensi un po' e quando sei pronto e il dente fa male perchè è peggiorato riprovare.
Da qui nasce l'evitamento nell'instaurare una relazione, la diffidenza nel confidare ad "uno sconosciuto" pensieri ed emozioni, e il mantenimento di un atteggiamento distaccato. A volte persone del genere possono arrivare a "sfidare" questi stereotipi, presentandosi dallo psicologo ma mostrandosi assolutamente poco collaboranti. A volte per assecondare un partner, un familiare, un amico che, stremati dal disagio che provano nella relazione con loro, li spinge ad affrontare i propri problemi personali. Questo garantisce loro la possibilità di attaccare per non essere attaccati. In realtà lo psicologo è li per offrire un aiuto e prima di poter iniziare un percorso la persona dovrebbe essere disposta a mettere in discussione il suo schema di sfiducia, che risulterebbe assolutamente predittivo di un intervento che vira verso il fallimento. Così lo psicologo spesso non accetta di portare avanti casi di questo tipo, semplicemente per tutelare l'equilibrio, sebbene precario, della persona.

Andare dallo psicologo è una possibilità. Per il resto girare a denti stretti, irrigidirsi mente si legge "Novella 2000", "Chi" o gli ultimi "aforismi" di Belen o Barbara D'Urso non è altro che una scelta di vita, e nessuno psicologo  si oppone chiedendo che questo venga cambiato.



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Tradimento: litigare significa perdere se stessi



Il tradimento è un'esperienza che può essere vissuta all'interno delle relazioni di coppia. L'aspetto curioso dell'interpretazione che si da di questo fenomeno è il come ci si racconta che tutto questo possa avvenire.
Se si fa una ricerca su internet, e sicuramente chi è stato tradito, ma anche chi ha tradito fa, spesso di imbatte in una valanga di informazioni che tentano di dare spiegazioni razionali a ciò che può essere successo. Manca intimità, i figli, i cambiamenti, il mutuo...
Si cerca di capire se il tradimento vero è quello pensato o quello agito, se chattare con un "partner virtuale" sia tradimento oppure o no, e persino se chi tradisce possa essere portatore di un gene specifico che in determinate occasioni e a determinati stimoli possa attivare tale ignobile comportamento.

Non v'è dubbio sul fatto che il tradimento sia fonte di sofferenza, ma è anche vero che questa è proporzionale al grado di conoscenza che i due partner hanno di sé stessi.
Si arriva a costruire una coppia attingendo ad un bagaglio personale, e in questa negoziazione, spesso implicita, si costruiscono dei vincoli: spesso quelli di un'unione perfetta. Come se si andasse in libreria a comprare uno di quei terribili libri che "ti insegnano" a costruire la coppia perfetta, con cd da ascoltare in macchina, le coppie spesso si orientano in un processo che vede l'idealizzazione di ciò che si vorrebbe da un rapporto di coppia, e l'allontanamento da quelle che invece sono le possibilità reali di quel rapporto a due. Sottolineo "quel" rapporto.

Troppo spesso ci è stato insegnato che la coppia che funziona è quella caratterizzata dal nido d'amore, dall'assenza di conflitto, dal fare tutto assieme, dall'essere sempre d'accordo. E ancora, dal risveglio con il cinguettio delle rondini che assaggiano i nuovi "Galletti" di Antonio Banderas.

Nella discussione sul tradimento, spesso fonte di accesi litigi che hanno le più svariate sfumature a seconda di chi riesce a detenere maggiore controllo su ciò che è successo, si perde spesso una considerazione molto importante che riguarda gli esseri umani, ovvero, che siamo inseriti in una trama intersoggettiva e che da questa non possiamo mai slegarci.
L'esperienza intersoggettiva e il legame di attaccamento costituiscono due aspetti costitutivi del percorso evolutivo di ogni essere umano. Queste due tematiche sono spesso state studiate separatamente, ma con l'andare avanti degli approfondimenti anche provenienti dal lavoro di tanti clinici che operano anche in ambito psicoterapeutico si è andato ad evidenziare che queste due dimensioni sono strettamente intrecciate e concorrono a contribuire ad un tema più generale che è quello della formazione e dello sviluppo del Sè.

Questo significa che in una prima fase della coppia, l'idealizzazione porta quasi ad annullare totalmente quelle che è il reale bagaglio che ognuno si porta sulle spalle, e paradossalmente ciò che sembra indicare una forte vicinanza tra le due persone non è che una splendida distanza da ciò che si è realmente. Qualcuno ha lo zaino sulle spalle e non sa di averlo, altri lo poggiano e fanno finta di niente, ma in ogni caso, per mantenere un senso di Sè quel bagaglio c'è sempre. Ed è nei momenti di azione che possiamo vederlo: il tradimento è uno di questi. 

La discrepanza tra ciò che si è pensato di costruire con quel partner e la conoscenza reale e profonda che si ha del proprio partner determinano la dimensione del dolore.
Se l'attaccamento tiene le persone vicine in modo che l'intersoggettività possa manifestarsi e approfondirsi, l'intersoggettività crea, dall'altro lato, le condizioni che consentono l'attaccamento.  E se questo è vero, ognuno ha la propria storia.

E' un po' come se la coppia si fosse regalata un bel biglietto aperto in agenzia di viaggi, immaginando Maldive, Brasile ... senza considerare il budget e le reali possibilità.
La prima reazione al tradimento può essere devastante: inseguimenti, cercare il terzo che ha "rovinato una famiglia"... ma allo stesso tempo contiene un messaggio preziosissimo che quella relazione vi sta offrendo: una possibilità di cambiare.

E' assolutamente vero che ci sono uomini che tradiscono perchè sentono forte il senso di costrizione di una relazione, ma è anche vero che ci sono donne che una volta raggiunto l'uomo che desideravano smettono di desiderarlo e ricercano altrove.
Le motivazioni sono tutte molto personali e strettamente ancorate alla propria esperienza di vita. Non esiste un giusto e sbagliato, non siamo alla Feltrinelli a comprare uno di quei terribili libri che ci insegnano a montare un cuore in Lego.

La conoscenza di Sè, e capire il senso di quella relazione e cosa ci ha insegnato di noi nell'interazione con l'altro.
Litigare significa non accettare, e questo potrebbe portare a un lungo periodo straziante di continue ruminazioni, di matrice ossessiva, su tutto ciò che è successo, su cosa è giusto, su cosa ha fatto, su come il partner traditore ha umiliato. 

Basta parlare di geni del tradimento. 

Basta parlare di una coppia perfetta costruita in Lego.

Il tradimento parla della coppia reale, e mette i due partner davanti allo specchio, spesso con la sensazione di non riconoscere più chi si ha davanti. 

E allora bisogna scegliere: 

rimettersi la maschera e litigare o capire chi siamo e chi si ha davanti?




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Addio Alice



Herz-Sommer. Per un italiano che non conosce la lingua tedesca è sicuramente un comune cognome straniero. Per i tedeschi invece, tutti quei cognomi che hanno un significato concreto delineano le radici di quella persona. Si, ebrea.
Così, Herz è cuore, e Sommer è l'estate. La signora Herz-Sommer non aveva certamente bisogno di un cognome così suggestivo per farci sentire il suo calore, eppure è stata marchiata a fuoco perché diversa.
Pianista di talento, era nata a Praga nel 1903. Una cifra che quasi ci spaventa: 110 anni fa. La più anziana superstite dell'Olocausto. Amica dello scrittore Kafka, durante la Seconda Guerra Mondiale venne confinata nel campo nazista a Theresienstadt. Qui però ebbe il modo di sopravvivere grazie al suo talento pianistico. La sua vita ha ispirato un film documentario dal titolo: «The Lady In Number 6: Music Saved My Life»,  candidato agli Oscar il prossimo 2 marzo.

Alice Herz-Sommer, un secolo di saggezza, e un'esistenza di bellezza. 
Per una società come la nostra dove al termine bellezza vengono attribuiti svariati significati, dai muscoli pompati alle Veline, dalle tette rifatte all'auto più performante, Alice Herz-Sommer ci fa dono della sua storia. Di certo non un'esistenza priva di tragedie, perché la vita è anche questo. Negli anni '40 Alice vide portare via la madre dai nazisti, e lei fu deportata con il marito e il figlio nel campo di concentramento nei dintorni di Praga. Il marito morì ad Auschwitz mentre lei e Rafi si salvarono grazie alla musica. Un soldato tedesco, sentendola suonare il piano, promise ad Alice che il suo nome e quello del figlio non sarebbero comparsi in nessuna lista della morte.

E' stato scritto tanto su di lei e tanto verrà ancora scritto. Certamente il mio contributo è davvero un sassolino nell'oceano del contributo di persone che l'hanno conosciuta, studiato la sua storia, che l'hanno sentita suonare, che hanno avuto il privilegio di ascoltare le sue parole. Semplici. Come è semplice la ricetta del pane.
La sua passione e l'ottimismo, ciò che l'hanno salvata da una morte sicura. Lei avrebbe potuto maledire la vita. E di certo la morte non era solamente quella reale, perché Alice è sopravvissuta a ciò che ha visto sino a 110 anni. Il cancro di quegli anni non ha invaso la sua anima. Si è protetta. Certamente le nostre vite non conoscono l'orrore del campo di concentramento, ma in queste parole che lei spesso ha detto a chi le chiedeva "gli ingredienti" per vivere così a lungo c'è la bellezza di rimandare qualcosa di semplice e universale che tutti possiamo avere. La passione per qualcosa che si sta "im Herz", nel cuore, la possibilità di raccontarci parole caratterizzate da ottimismo.

E' nei momenti di crisi che si riscopre la propria ricchezza. E si esce dai momenti di crisi tutte le volte che smettiamo di dire che "non ce la facciamo". Lei non aveva altro nel campo di concentramento che le sue mani e un cuore. E le ha usate.

Così voglio chiudere il mio saluto ad Alice. Ha sicuramente vinto il tempo, non tanto per i suoi 110 anni, non tanto per il film sulla sua vita candidato agli Oscar, ma per averci donato la sua saggezza e averci rimandato un'immagine semplice e potente che difficilmente possiamo dimenticare: avere due mani, un cuore, che ci possono salvare.

Addio Alice. E ... un inchino. 




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Il sasso nello stagno: una storia di bulimia



Era da tempo che Laura ci pensava. Ogni volta che succedeva diceva a se stessa che sarebbe stata l'ultima volta e che poi tutto sarebbe cambiato. "Da lunedì...." così andava avanti la sua "preghiera".
Un lunedì che si rimandava di settimana in settimana, e poi sono passati mesi, inverni, estati, autunni. Due lunghi anni.
Una delusione amorosa con Matteo, l'uomo dei suoi sogni, che nei suoi progetti l'avrebbe portata presto all'altare. Ma così non fu. Sin dall'inizio della loro relazione Laura aveva capito che qualcosa non andava, ma non ci dava importanza. Matteo mostrava momenti di slancio affettivo nei suoi confronti, intervallati da momenti "in cui non si faceva più sentire anche per giorni".
Così, arrivata in studio,  iniziò a raccontare la storia della sua altalena d'amore. Per un po' Matteo sembrava volesse concretizzare un'unione più stabile, e poi, salita sino all'apice dei suoi desideri e bisogni più profondi, la terra cominciava a tremare e lentamente sentiva Matteo allontanarsi, lentamente, sino a sparire. Una caduta in picchiata dall'altalena.

"Dottore, io non volevo rinunciare a quest'uomo, dopotutto sapevo che in fondo lui mi amava e che la sua era solamente paura".

Laura non era minimamente preoccupata per se stessa, di quanto stesse male, di quanto la bulimia avesse preso il controllo nella sua vita. Si preoccupava per Matteo e attendeva trepidamente un messaggino sul cellulare che, secondo le sue interpretazioni, avrebbe sancito il suo rientro nel nido d'amore. 
Si sentiva costantemente supportata da un pensiero costante: "Tanto lui cambierà". Laura non era minimamente preoccupata di quanto per lei invece fosse importante cambiare.

E poi quelle giornate. Si alzava sempre stanca, il suo sonno era disturbato da risvegli durante la notte. All'inizio si svegliava, si alzava, fumava una sigaretta e poi rientrava a letto.
Con l'andare del tempo il suo rituale diventò sempre più ricco, e iniziò a comprare bottiglie di Coca Cola. Un bicchiere, due, tre... una bottiglia. Tutto durante la notte davanti ad un canale della tv preso a caso. Proprio durante la notte, quando sentiva quella sensazione di vuoto che non riusciva a comprendere. Il suo umore peggiorava, e anche sul lavoro si sentiva sempre poco energica, distratta. 

"Mi creda dottore, la mia felicità stava diventando quel momento così segreto e intimo con la Coca Cola".
E allora arrivò il cibo. Coca cola, cibo, salame, patatine, i resti della cena, uno yogurt...
Arrivò un momento in cui Laura non ne poté più delle fughe di Matteo. Per tanto tempo era stata li ad aspettare, a rifugiarsi nella difficoltà di poter immaginare scenari differenti,  e tormentata da un costante pensiero su se stessa: 

"Se per una volta sono riuscita ad avere un fidanzato, come potrò mai averne un altro se perderò questo?".

Laura non sapeva bene come descriversi: un giorno "Bella", l'altro "Brutta"... e il fatto di avere trovato finalmente un uomo le garantiva la possibilità di dirsi che in fondo qualcosa valeva. La sua altalena era quella che le faceva riconoscere l'importanza dei momenti passati con Matteo a progettare un'unione più stabile, ed allo stesso tempo il terrore che proveniva dall'essere costantemente disconfermata da lui.

Così Laura si arrabbiò con Matteo. Bastò pochissimo per far si che Matteo andasse via per sempre, senza un "se", senza un "ma"...
Laura all'inizio provò un senso di sollievo e intimamente pensò che quella volta sarebbe stata quella giusta e che Matteo sarebbe tornato in lacrime a dichiarare il suo amore e riconoscerla.Così non fu.
Passarono settimane e mesi, e di Matteo mai più traccia.

Un sasso nello stagno e il rumore del vuoto. Laura gli mandò un messaggio, chiedendogli scusa per la sua reazione, e dicendogli che dopotutto era stata lei incapace di capire la situazione e di aspettare i tempi. Nessuna risposta.
Il vuoto si faceva sentire la notte, dopo che il sipario della giornata era ormai chiuso. Ormai Laura si svegliava per mangiare, e di cibo ne mangiava in grandi quantità. Il suo rituale iniziava sempre così:

"Oggi l'ultima volta, poi domani mi rimetto in carreggiata".

Inizialmente Laura non ammetteva a se stessa di non farcela più da sola e di aver bisogno di aiuto.
Si sentiva profondamente delusa da Matteo e sentiva una grande confusione.

"Dottore, mia madre mi diceva sempre che bisognava imparare a fare tante cose affinché un uomo mi potesse sposare. Io credo che lei avesse ragione, e infatti io non sono proprio capace. Lei lo era".

Ben presto scoprimmo che in realtà la madre non era per niente una donna perfetta, ma una donna fortemente insicura. Il padre di Laura era una figura molto distante, un uomo che "non capivo bene se mi volesse bene oppure no".

"Dottore, ma perché allora mangio in modo così esagerato quando non ho fame?"

La domanda di Laura è la tipica domanda che si pongono le persone che soffrono di bulimia, spesso accompagnata da angoscia e da un forte senso di colpa per quello che succede. Gli attacchi di voracità non sono accompagnati da un reale bisogno di nutrimento, ma a volte assumono la funzione di un frustrante calmante.

Solo dopo un po' Laura ammise che in realtà tutto non finiva li. Dopo i suoi attacchi di fame passava mezz'ora e poi andava a liberarsi della sua ingordigia attraverso il vomito. Questo la faceva sentire tremendamente in imbarazzo. Quel gesto per Laura era quasi magico: riportava tutto allo stadio zero.
Annullava la sua sofferenza, annullava il senso di vuoto, annullava i suoi risvegli. E tutto ricominciava da capo.

Laura ha iniziato un percorso che l'aiuterà a capire meglio il senso del suo vuoto, la svalutazione che fa di se stessa e da dove provengono questi antichi dolori. Qualcosa di inaccettabile per lei, ma che lentamente emerge e accoglie nel suo processo di conoscenza di sé.

Laura sta imparando a conoscere il suo vuoto e non lo scambia più con la fame. Il suo cervello emotivo e il suo cervello razionale non stavano più dialogando tra di loro. Il risultato è l'incomprensione, la mancanza di senso. Laura ha impiegato tanto tempo prima di richiedere aiuto. Ha passato mesi, anni, seduta ai bordi dello stagno a lanciare sassolini, sentire il rumore del vuoto, un ritmo che la tormentava come ogni morso che dava ai cibi che divorava durante la notte. E poi punirsi per non essere stata perfetta e capace.



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Una storia Zen ...



Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare.
Li vide una Nuvola, che mossa a compassione, pianse dal dolore ed agitò le loro foglie.. ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono. Li vide una Tempesta, che mossa a compassione, urlò dal dolore ed agitò i loro rami.. ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono. Li vide una Montagna, che mossa a compassione, tremò dal dolore ed agitò i loro tronchi.. ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono. Nuvola, Tempesta e Montagna ignoravano, che sotto la terra, le radici dei Ciliegi erano intrecciate in un abbraccio senza tempo.

Anonimo giapponese
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Ammalarsi di paura: la fobia sociale



Le persone tendenzialmente parlano di generica timidezza verso tutte quelle persone che in un modo o nell'altro hanno una modalità di fronteggiamento degli eventi circostanti con l'evitamento. Può capitare che queste persone vengano definite "snob", perché in realtà non si conoscono le reali ragioni per cui, ad un certo punto, le persone che soffrono di fobia sociale, fuggono o si dileguano.
Non c'è niente di cui arrabbiarsi, e non ci sono motivi per definirle "snob". Semplicemente chi soffre di fobia sociale deve fronteggiare costantemente stati d'ansia significativa indotta dall'esposizione a determinate situazioni interpersonali o di prestazioni in pubblico. La soluzione migliore che questi soggetti conoscono è quella di evitare sistematicamente tali contesti. Questo non significa che a loro non interessi, anzi, vorrebbero, ma hanno paura.
Sono persone che si sono ammalate di paura, prima che di fobia.

Marco ha vissuto una prima infanzia che lui definisce abbastanza tranquilla, e ha ricevuto accudimento da entrambi i genitori che, a modo loro, gli hanno voluto sempre bene. In realtà poi si inizia a scoprire che Marco ha vissuto, sebbene in maniera molto "edulcorata" da rispetto e riverenza, un rapporto molto conflittuale con il padre, "dolcemente severo", sin da quando era molto piccolo. Sua madre non ha mai protetto Marco dagli attacchi paterni, e lentamente ha iniziato a costruire una propria identità caratterizzata da solitudine. Il padre proveniva da una famiglia "dolcemente competitiva" e con Marco è stato sempre molto severo, riprendendolo continuamente e tendenzialmente sempre molto attento che non sbagliasse, sempre lì a dire che sbagliava questo o quello, spesso anche davanti ad altri familiari. Marco non aveva spazio per ribattere. Si sentiva sempre solo, senza nessun appoggio. E un bambino non può mettere in discussione i genitori, se questo implica il fatto che potrebbe perderli. La madre, una donna depressa e confusa non era attenta ai bisogni emotivi di Marco e lo lasciava in pasto delle "ansie" che lentamente iniziavano ad alimentare la sua mente.
Sentirsi un alieno legato e vittima dei giudizi degli altri.

Chi non proverebbe ansia?

Per questo Marco soffriva molto e non capiva i motivi delle 
continue critiche e provava un sentimento che spesso chi soffre di paura prova: la vergogna. Solo qualcuno interveniva in suo favore. Una zia, che aveva capito quanto Marco soffrisse.

Marco ha attraversato le scuole elementari e ha attraversato il suo periodo peggiore, quello delle scuole medie. Si innervosiva per le critiche di suo padre, per tutto quello che gli diceva lui sarebbe dovuto essere, e per la poca attenzione di entrambi i genitori nell'accogliere invece cosa lui realmente voleva.

I genitori hanno concepito Marco quando erano molto giovani, quasi ventenni, e questo ha influito sul loro bisogno di dover essere dei bravi genitori, all’altezza di crescere il proprio figli o prima di tutto “come bravo ragazzo, educato e rispettoso” e, poi, anche in grado di saper fare le cose bene. Entrambi i genitori di Marco gli hanno trasmesso l’educazione, il rispetto dell’altro e l’osservanza delle regole, ma mentre la madre ha avuto un atteggiamento più sereno e permissivo, il padre è sempre stato molto severo e critico. Per questo il sentimento di attaccamento di Andrea nei confronti di suo padre è sempre stato conflittuale, in quanto da un lato lo vedeva come un modello di rettitudine, competenza, capace di dare amore e solidarietà al figlio, dall’altro, con le sue continue critiche, con il suo sottoporre a giudizio ogni comportamento del figlio, gli scatenava stati di tristezza, inadeguatezza e smarrimento, quando era piccolo, e sentimenti di irritazione e rabbia, via via che cresceva.

Oggi Marco ha 29 anni e  presenta ansia elevata in diverse situazioni sociali e nello svolgimento di perfomance o semplici attività dinanzi altre persone. Tachicardia, tensione muscolare, sudorazione, agitazione, senso di  oppressione, prima e durante l’evento ansiogeno, sono elementi del suo disagio psicologico accompagnati da paura di sbagliare o bloccarsi e di essere giudicato dagli altri come impacciato, stupido o inadeguato. 

Possiamo parlare di Fobia Sociale quando la preoccupazione e l'ansia per la situazione che si sta per affrontare è tale da suscitare desideri di fuga e da indurre a cercare scuse e stratagemmi per non trovarsi nuovamente nella stessa situazione. La fobia sociale è una condizione che può essere adeguatamente superata.

I principali sintomi emotivi della fobia sociale comprendono:
  • Intensa paura di interagire con persone estranee.
  • Nervosismo e apprensione verso situazioni in cui si può essere giudicati.
  • Senso di colpa per il proprio imbarazzo/timidezza.
  • Timore che gli altri si accorgano della propria paura.
  • Impossibilità di controllare il terrore e l'ansia provata in contesti sociali.
  • Evitamento delle situazioni che causano disagio.
  • Interferenza della ansia provata con le attività quotidiane.
  • Difficoltà a parlare in pubblico o con estranei
  • Difficoltà a guardare negli occhi gli interlocutori.
I principali sintomi fisici della fobia sociale comprendono:
  • Rossori e vampate.
  • Tremori e movimenti involontari.
  • Accelerazione del battito cardiaco.
  • Difficoltà respiratorie.
  • Mal di stomaco, nausea.
  • Crampi intestinali e diarrea.
  • Alterazione del tono di voce.
  • Tensione muscolare.
  • Mani fredde e sudate.
  • Confusione mentale.



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Soffrire con il corpo: i disturbi alimentari



Le problematiche psicologiche che vedono in primo piano l'ossessione per le proprie forme corporee e il cibo sono noti come disturbi alimentari.
Ci si è abituati a sentir parlare di anoressia e di bulimia anche per un crescente interesse da parte dei mezzi di comunicazione di massa, che, senza demonizzare il loro contributo, hanno cercato di dare un senso a queste forme di sofferenza umana.
Ma al di là del divieto di mettere in passerella modelle con taglia superiore alla 42 c'è sicuramente un mondo di sofferenza che spesso affonda le proprie radici su quanto ci si è sentiti davvero amabili e quanto oggi si è in grado di potersi amare.

Era la paziente delle 16, al suo terzo incontro. Laura, una bellissima ragazza, varcò la porta dello studio con il suo fare sempre un po' goffo e di chi teme di disturbare. Laura, in perfetta forma fisica, inizia a parlare della sua ossessione per le sue forme corporee, di quanti difetti ci siano ancora da migliorare e di quanto stia male alla sola idea di saltare per una volta le sue sessioni di palestra. Si sente proprio in colpa, ma allo stesso tempo infastidita per non "essere stata brava". Il suo umore è sempre deflesso in senso depressivo, alternato da irritabilità quando si trova a doversi confrontare con gli altri.

Nonostante il nome di fantasia e la storia modificata Laura vive costantemente con il pensiero delle calorie che sta ingerendo e arriva a vivere dei momenti in cui percepisce se stessa come se fosse una mongolfiera.
Ad innescare tutto questo basta una semplice concessione al giorno: una pasta con il fidanzato a colazione, un paio di patatine con un aperitivo quando si incontra con un amica.
"Non sono stata brava". Questo avvia la sua punizione.

Ogni storia è diversa, e le motivazione sottostanti il disagio individuale hanno tinte diverse.
Se si fa una ricerca su internet è semplice notare che tantissimi articoli sull'argomento sono presenti e che davvero tanti ripropongono l'elenco dei sintomi, la suddivisione tra anoressia e bulimia e di quanto sia importante la rieducazione alimentare nel processo di guarigione.
Inizialmente questo mi ha colpito. Dibattiti su "cosa sia un anoressica",  "cosa sia una bulimica".
Una persona che soffre di questi disagi può attraversare nel corso della sua vita diverse fasi in cui i suoi comportamenti possono essere maggiormente riconducibili a quelli descritti per la bulimia nervosa, e altri in cui, spesso quando si è raggiunto un obiettivo di ideale corporeo, anoressici.
E' la cristallizzazione e l'irrigidimento del sistema cognitivo che spesso porta queste persone a perdere contatto con sè stesse, alla ricerca di "quella sensazione di vuoto" che le ha fatte soffrire.
Nascondere il vuoto, o mostrare il vuoto: i disagi psicologici tipici dei disturbi alimentari hanno la peculiarità fondamentale di utilizzare il corpo come mezzo di estrinsecazione della sofferenza psicologica.

Il corpo è il luogo dove i conflitti psicologici non risolti si esprimono con una violenza inaudita, spesso inspiegabile. La mente, luogo dove si annidano le emozioni, i sentimenti, le paure, entra in conflitto con il corpo. La mente e il corpo fino ad oggi alleati, entrano in guerra. Il corpo verrà trattato come un nemico temibile che tutt'al più potrà essere tenuto a bada con strategie spesso contro natura, che renderanno presto un corpo sano, malato (Fabiola De Clercq, 1999).

Le caratteristiche tipiche di chi soffre per questo disturbo sono le seguenti:


  1. Weight-phobia: è la paura eccessiva e continua di ingrassare accompagnata a costanti "fluttuazioni" della propria immagine corporea: "Sono grasso/a, sono magro/a". La persona ha ossessivamente paura di essere grassa e questa paura persiste anche quando il dimagrimento è obiettivamente esasperato. Tale timore può portare a sviluppare delle dismorfofobie localizzate, per cui la percezione che alcune parti del corpo siano ancora "troppo grasse": in genere addome, cosce, glutei.
  2. Drive for Thinnes: spinta alla magrezza. Nel caso delle persone che vivono una fase anoressica del disturbo si riscontra l'osservazione di digiuni prolungati, l'eliminazione del cibo ingerito attraverso il vomito e/o l'uso di lassativi, oppure intraprendere un'attività fisica eccessiva. Possono esserci delle forme che vedono l'utilizzo di più metodi per mantenere la propria condizione di "magrezza". 
  3. La persona è estremamente insoddisfatta del proprio peso corporeo e del proprio aspetto, con un'eccessiva influenza del peso e della forma corporea sui livelli di autostima. Spesso la percezione è quella di non sentirsi più sicuri di sè. L'immagine distorta e negativa del proprio corpo influenza negativamente i livelli di autostima, per cui la persona prova sentimenti di incapacità e inadeguatezza, compensati solo in parte dalle sensazioni positive derivanti dall'attuazione di un rigido controllo della propria fame. Tali sentimenti possono spingere il soggetto ad un progressivo isolamento sociale, favorito anche dalla necessità di nascondere le abitudini alimentari incongrue.
Nel caso di un soggetto che attraversa una fase anoressica spesso si assiste ad una stabilizzazione del disturbo in 3/6 mesi, dopo un esordio che avviene quasi sempre dopo una dieta intrapresa con lo scopo di perdere peso. In genere questo desiderio iniziale spesso viene accettato dalla famiglia, tanto che in alcuni casi può accadere che altri familiari si uniscano alla dieta. Nelle fasi iniziali la persona prova una sensazione di euforia vittoriosa per il raggiungimento dell'obbiettivo del dimagrimento. C'è un costante monitoraggio del peso corporeo e un senso di trionfo quando viene rilevata una perdita di peso. Ogni volta che viene constatato un minimo incremento ponderale, la persona è colta da un senso di prostrazione, scontentezza e collera interiore.
Con l'andare del tempo e col proseguire del calo di peso, arriva un momento in cui la persona perde completamente il controllo sulla propria alimentazione, per cui il dimagrimento prosegue senza alcuna possibilità di arrestarlo volontariamente.

Nelle fasi più tipicamente di tipo bulimico della malattia, oltre agli aspetti indicati è presente un altro aspetto:

  1. Binge eating: frequenti abbuffate alimentari. La persona prova, in vari momenti della giornata, un irresistibile desiderio di cibo, che sfocia in episodi di iperalimentazione incontrollata, durante i quali ingerisce quantità massicce dei più svariati alimenti ed ha la sensazione di non essere in grado di smettere di mangiare. L'abbuffata può essere innescata da sensazione di tensione, noia, solitudine o tristezza. Essa termina perchè la persona si sente estremamente piena o nauseata o perchè teme di essere scoperta o perchè ha esaurito le scorte di cibo. Anche se l'abbuffata può allentare la tensione e gli altri sentimenti negativi che l'hanno precipitata, i sentimenti di colpa che assalgono la persona dopo l'episodio di iperalimentazione sono tali da generare nuova ansia e tensione che, a loro volta, possono portare ad una nuova abbuffata, innescando un meccanismo circolare.
Continua ....

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Ammalarsi di "troppo amore"




L'amore non chiede a qualcuno di soffrire, e soffrire per amore non significa avere un cuore più grande degli altri. Semplicemente si soffre. Ciò che abbiamo sempre letto nei romanzi come "passione", "delirio amoroso" non è altro che la sofferenza di tutte quelle persone che in realtà si ammalano perché amano troppo.

In realtà le persone che amano troppo sono incapaci di amore. Si, sopratutto verso se stesse e sono incapaci di proteggersi perché nessuno ha insegnato loro a scegliere davvero di far avvicinare così tanto solo chi possa sintonizzarsi affettivamente con loro

Eppure, come una droga, e da qui il termine dipendenze affettive, si ricerca quell'ebrezza, quel "tormento antico" di trovarsi davanti a qualcuno incapace di amare.
Nel momento in cui si ama troppo in realtà non si sta amando, perché spesso si è dominati da altre emozioni sottostanti, per esempio la paura. La paura di essere abbandonati/e, la paura di restare da sole/i, la paura di accettare di amare realmente troppo e prendere in mano la propria vita e portarla in salvo.
Amare con paura significa attaccarsi a qualcuno che riteniamo indispensabile per la nostra esistenza. E questo ha un effetto bloccante sulla nostra esistenza e ci fa ammalare.

Amare troppo è calpestare, annullare se stesse/i per dedicarsi completamente a cambiare una donna o un uomo "sbagliati/e" per noi, che ci ossessiona, naturalmente senza riuscirci.

Le storie di "troppo amore" sono le storie tristi, di persone che mettono in scena il disamore di sé. Non credono nel proprio valore, pensano di non avere capacità. Questo insieme di sentimenti porta la persona che "ama troppo" a pensarsi come poco amabile e ad accettare qualsiasi cosa che l'uomo, o la donna che ha scelto può dargli/le. Tutto in cambio di rassicurazione e frustrazione.

Non sono infrequenti poi discussioni, scatti d'ira, pianti, perché ogni persona sana ha il bisogno di essere amata/o.

Le coppie con persone che amano troppo sono formate da donne o uomini che funzionano con una logica dello sforzo: il loro amore e le loro energie saranno sufficienti per sorreggere le carenze dell'altro, spesso affettivamente assente. Ciò non basta, perchè la logica è quella del massacro amoroso: meno fa il partner, più chi "ama troppo" fa. L'esito è la frustrazione in silenzio, nell'attesa di "tempi migliori", o che "le cose cambieranno". "Dopotutto attraversa un periodo difficile, poi mi mostrerà il suo amore". Niente di tutto ciò. Briciole, briciole, briciole.

Affinché questo gioco psicologico sia possibile è necessario avere alla base degli elementi, ovvero il profondo senso di inadeguatezza di chi ama troppo, e oltretutto la convinzione che tutti i fallimenti relazionali che ci sono stati siano causati dopotutto per le loro mancanze e carenze. 

L'altro non può amarci se non siamo noi i primi ad amarci. Così le donne e gli uomini che amano troppo hanno conosciuto infanzie dove sono stati/e totalmente servili e "buoni bambini/e". In cambio, niente per loro, forse qualche giocattolo, ma mai affetto.

La difficoltà sta proprio nel recepire correttamente il messaggio di chi non ama. Le persone che amano troppo effettuano una distorsione di questo messaggio e lo trasformano in un "sono inadeguato/a". Questo garantisce di mantenere la relazione e tutti i suoi problemi.

Allora si soffre sempre di più, sino al momento in cui l'ossessione è ciò che prevale. Anche in questo caso soffrire per l'ossessione viene scambiato per amore.

Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che pensa, dei suoi sentimenti, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un'infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando leggiamo un saggio di psicologia e sottolineiamo tutti i passaggi che potrebbero aiutare lui, stiamo amando troppo. Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuose lui vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo. Quando la relazione con lui/lei mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo (Norwood, 1985)

Si può amare in modo sano accettando di amare prima di tutto se stessi. Nessuno può amarci se non siamo prima noi ad amarci. Se tendi a svalutarti, cercherai partner che ti svalutano e non ti amano. 

Si può pensare di uscire da questo gioco al massacro?
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Kahlil Gibran: la bellezza della poesia



Magia della vita


In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda
mettere radici e innalzarsi,
giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire:
eppure questo miracolo si produce
mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi
nel cuore dell'uomo?


Kahlil Gibran (nato a Bsharri il 6 gennaio 1883, morto a New York il 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese. "La Magia della vita" è una poesia molto semplice che mette in luce l'aspetto più filosofico di Gibran. La poesia è un'arte che esprime attraverso la musica dei suoi versi emozioni e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto possa fare un trattato di psicologia. La semplicità di Gibran è quella di proporci una semplice immagine: una ghianda che mette radici e con il tempo si innalza per diventare quercia.
La bellezza nell'affiancare i processi emotivi e di cambiamento dell'uomo a quelli del processo che avviene in natura è molto evocativo. Forze che esistono, che si attivano "migliaia di volte", e che potrebbero attivarsi anche nell'uomo, così come scrive nella sua domanda finale. Un messaggio aperto, provocatorio e di speranza.
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Ma che tipo di amore è? ...



Il cuore di un uomo appassisce se non riceve risposta da un altro cuore
(Pearl S.Buck)


Certamente l'amore è uno di quegli aspetti che hanno interessato vari studiosi delle scienze umane, e allo stesso tempo rappresenta uno dei maggiori interrogativi nella vita delle persone. Ciò che che è certo è che ognuno ha il suo proprio modo di amare, di dichiararsi o no, di corteggiare, di iniziare una storia, e questo affonda le proprie radici non solo nella vita dell'individuo, ma in tutto ciò che è passato in termini di modelli di vita a due, di espressione delle proprie emozioni, di ricerca di vicinanza ed affetto. 
Ciò che ho imparato nella mia professione nel lavoro con le coppie è che ciò che importante non è tanto il raggiungimento di una coppia funzionale, ma di una coppia funzionante. Le combinazioni tra diversità sono molteplici e certamente non può esistere un unico modo di stare in coppia. A tal ragione, l'amore in teoria sembrerebbe molto semplice ed è certo che sarebbe molto disfunzionale pensare alle relazioni amorose che portiamo avanti in termini meccanici. Il blocco della spontaneità sarebbe alle porte, e l'amore ha bisogno di uno spazio per poter crescere, che è quello della spontaneità. Ho visto persone innamorarsi nel momento in cui percepivano il tutto come spontaneo, e le ho viste imprigionate nel momento in cui, sebbene davanti a persone che a loro piacevano sentivano il contesto troppo artefatto.
Una volta iniziata una storia d'amore, le persone sono in grado di produrre diverse tipologie di storia affettiva: a partire da come è iniziata, da come si mantiene, e da come si conclude, ogni esperienza confronta la persona con la propria modalità di costruire e rompere legami affettivi.
Sicuramente, nel panorama della specie umana, esistono possibilità di unione che durano tanto nel tempo e che sono caratterizzate da reciprocità, da un'adeguata divisione e condivisione, e dalla possibilità di appagamento dei bisogni più profondi.
E' anche vero però che la stragrande maggioranza delle coppie invece non rispecchia questo modello. L'unione a due diventa uno spazio dove rivivere i propri problemi irrisolti e il problema diventa allora quello di dividere ciò che è mio da ciò che è tuo. Infatti, nella coppia non si è mai in due, ma si è in tre: io, tu e noi.
Non è infrequente riscontrare che dopo un periodo di entusiasmo e di grande sintonia subentri il malcontento, l'insofferenza, e l'incomprensione reciproca, dove lo sforzo per l'adattamento diviene logorante.
Spesso la sofferenza proviene dalla difficoltà di modulare lo spazio e il tempo all'interno della coppia, ma sopratutto nella difficoltà a riconoscere cosa appartiene ad uno e cosa all'altro. In questo senso potrebbe essere utile dividersi, ed ognuno affrontare i propri nodi esistenziali e proteggere così il rapporto.

Negli anni 80 uno psicologo di nome Stemberg ha studiato l'amore romantico, e nelle sue teorizzazioni ciò che è stato messo in evidenza è che l'amore non può restare un sentimento e basta, me è necessario che ci sia una scelta consapevole di voler unire la propria vita a quella di un'altra persona. 
La sua è la teoria triangolare dell'amore che vede l'amore come il risultato di tre componenti principali:
  1. Intimità
  2. Passione;
  3. Decisione/impegno

In questo senso amare un altra persona non coincide esattamente con il forte sentimento che si può provare ma è tendenzialmente una scelta di vita, un impegno che si prende con l'altro e con se stessi. Sappiamo benissimo che ad un certo punto della relazione le emozioni possono venir meno. Queste possono essere fluttuanti in termini di intensità e non sono di conseguenza certamente stabili.

Intimità: è una componente che viene identificata nei sentimenti di confidenza, di capacità di condivisione, e dell'esperienza di avere un "sentire comune" nell'esperienza di stare assieme. Queste caratteristiche contribuiscono a creare una condizione di calore e sentimenti di unione e affinità. Questi aspetti affondano le loro radici sulle capacità individuali di legarsi emotivamente agli altri, e nel caso della coppia a quella persona alla quale si vorrebbe dire oppure si riesce a dire "Stringimi forte". A volte, per tutta una serie di motivi legati alla storia affettiva della persona si costruiscono sistemi umani, coppie, dove la deprivazione emotiva è l'unica ingombrante presente.

Passione: Spesso le coppie avvertono i loro problemi nell'area della sessualità, ma come si può ben capire questa non è che una componente della relazione. La passione ha a che fare con tutti quegli aspetti più impulsivi, e in sostanza l'attrazione fisica, il desiderio sessuale e altre tipologie di desiderio che riguardano il rapporto. Tutto questo è molto più di sessualità, è molto più di rapporto sessuale perchè comprende il complesso di sentimenti e delle emozioni che si possono provare all'interno del rapporto. Accanto a questo è ovviamente importante anche l'eccitazione e il desiderio di unirsi all'altro.

Decisione-impegno: Questa dimensione è caratterizzata da una componente a breve termine, in sostanza la decisione di amare qualcuno, e da una a lungo termine, ovvero l'impegno a tenere vivo quel legame e quel sentimento amoroso. Alla base di questa progettualità c'è un impegno reciproco che si concretizza nell'accettazione della presenza dell'altro nella propria vita in relazione a progetti comuni. Ci possono ovviamente essere delle situazioni in cui si può notare come questi elementi siano disgiunti: non sempre l'impegno è preceduto da una decisione, e non sempre una decisione è seguita da un impegno.

Ma che tipi di amore ci possono essere?

La combinazione di questi elementi determina 7 diverse tipologie di forme d'amore. Ovviamente sono solo delle indicazioni perchè ogni coppia ha una sua storia e un suo mantenimento di legame, ma Sternberg ci offre una buona bussola per potersi orientare ed approfondire.

SIMPATIA: è la relazione d'amore caratterizzata da sola intimità. I partner i questa relazione hanno un buon livello di confidenza, un buon senso di unione e calore, ma non presentano le dimensioni della passione e della decisione-impegno. 

INFATUAZIONE: in questa tipologia di relazione è presente solo la passione ed è tipica di quelle situazioni definite "amore a prima vista". Il decorso di queste relazioni in genere è rappresentato da un progressivo disinvestimento nella relazione a causa di una disillussione incalzante e l'assenza delle altre dimensioni: intimità e decisione-impegno. In tutto questo se siamo connessi al nostro partner ci sentiamo sicuri e ciò rappresenta un momento chiave nella possibilità di proseguire una relazione. Diversamente, l'assenza di responsività emotiva tipica di questa configurazione genera una spirale negativa di insicurezza che orienta verso un naufragio: il raffreddamento della relazione, il "fuoco di paglia". 

AMORE VUOTO: L'amore vuoto è una condizione che porta i partner a sentirsi frustrati e a confermare il loro stato interno di rassegnazione ad una vita affettiva vuota e di solitudine. I partner, o a volte solo uno dei due mantengono un impegno a portare avanti una relazione, pur consapevoli della mancanza di intimità e di passione. Sono situazioni dove spesso "si resta assieme per i figli", oppure "senza di lui di cosa vivo", "non voglio ritornare a vivere dai miei genitori". Sono rapporti ormai arrivati alla loro fase finale.

AMORE ROMANTICO: in questa configurazione sono presenti la dimensione dell'intimità e della passione. Si tratta di coppie che sono imprigionate in una configurazione di coppia tipica dei grandi film d'amore o dei grandi romanzi letterari. Ciò che è assente in queste coppie è una progettualità, la concretizzazione di un'unione. In genere si possono presentare problemi nel momento in cui uno dei due inizia ad avere il bisogno di "mettere radici", di "dare concretezza al rapporto", "di mettere su una base". Tutti aspetti che per motivi esterni o interni non vengono considerati come prioritari nel portare avanti una relazione d'amore.

AMORE AMICIZIA: In questa tipologia rientrano tutte quelle relazioni che durano da tantissimo tempo e che sono molto forti dal punto di vista dell'intimità, ma sono rimaste "deprivate di passione". 

AMORE FATUO: Queste relazioni sono di tipo impulsivo. L'impegno è una dimensione che è diventata funzione della passione, ma in assenza di intimità. Sono quei matrimoni "blitz", consumati velocemente e senza aver consolidato una buona base di intimità. Il rischio è la frantumazione a seguito del riconoscimento di essere impegnati in una relazione "non sentita".

AMORE VISSUTO:  Rappresenta una tipologia di unione completa, sicuramente non semplice da raggiungere, ma sicuramente non impossibile. 

Ovviamente la teoria di Sternberg è solo una possibilità di lettura delle relazioni d'amore che non può certamente accogliere la moltitudine di possibilità relazionali. Certamente può rappresentare un buon strumento per poter riflettere sulla propria relazione, sulla presenza delle tre dimensioni indicate.
Sebbene la coppia si costruisca su tanti livelli, certamente una prima riflessione può essere di buon auspicio per il prossimo San Valentino.

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