Cagliari lotta contro un mostro: l'educazione sessuale



Lo dico subito così non mi ripeto: Il mostro è l’ignoranza e la chiusura. Avevo già appreso qualcosa sulle iniziative della giunta comunale e del consigliere Petrucci sulla possibilità di progettare degliinterventi educativi sulla sessualità nelle scuole medie inferiori di Cagliari. Stamattina un amico mi ha girato via mail le ennesime polemiche che vengono spostate sul budget destinato a questa meritevole e coraggiosa iniziativa, e in questo senso sento di scrivere due righe.
Come ormai sapete tra le mie specializzazioni c’è anche quella di sessuologo e nella mia formazione mi sono confrontato da un punto di vista teorico su ciò che significhi educare i giovani alla sessualità, attraverso un training teorico e pratico.
Nel tempo poi ho avuto modo di lavorarci proponendo dei corsi di educazione sessuale, in Sardegna, sicuramente di successo, contrariamente a quanto la critica cagliaritana prevede per questa proposta della giunta comunale. Il 99% degli studenti ha aderito, e ovviamente tutti con un consenso da parte dei genitori, che, affidandosi agli esperti hanno avuto modo di sciogliere i nodi problematici e le paure che come satelliti ruotano attorno a questa delicata attività educativa. E’ tutto comprensibile, e chi come me ha fatto educazione sessuale nelle scuole sa di cosa parlo.
Leggendo gli articoli firmati dai giornalisti Norfo e Lai su Casteddu Online devo riconoscere che sono stati in grado di riportare il vissuto emotivo che è tipico sopratutto di genitori e di insegnanti davanti a degli esperti che sono addestrati per svolgere questo tipo di attività. Vengono visti come dei mostri, dei pervertiti che con le loro menti immorali deturpano il candore delle loro giovani creature, che mai hanno pensato al sesso e alla sessualità!
Insegnare il sesso. Anche no, perché quello i ragazzi lo faranno da soli al momento giusto per loro. L’educazione sessuale non è qualcosa che passa attraverso un insegnamento didattico, ma attraverso esperienze di gruppo, di condivisione, e ormai tutti i miei colleghi sessuologi utilizzano delle modalità di intervento che si rifanno alla peer education, ovvero, educazione tra pari. La peer education è un metodo educativo utilizzato sopratutto in ambito di promozione della salute (e in questo caso salute sessuale) e più in generale in tutte quelle che possono essere definite come azioni volte alla prevenzione dei comportamenti a rischio. Spesso sono stato chiamato per interventi dovuto ad incidenza alta di gravidanze indesiderate in pre-adolescenza, malattie sessualmente trasmissibili ecc…
La critica è molto interessante perché lascia intravedere il tessuto educativo entro i quale i giovani vengono educati (a volte con il silenzio). La sessualità, mi spiace per chi urla contro gli 8 mila euro spesi, non è una questione di euro ne’ di genitali, e tantomeno l’educazione sessuale è un surrogato di pornografia. E’ educazione all’affettività, alle emozioni, e a tutto ciò che concerne il mondo del sesso.
Ricordo con molto piacere le esperienze che ho avuto con i genitori, all’inizio sicuramente molto resistenti e titubanti. Ma è giusto che sia così. Il percorso non è solo dei ragazzi, è anche per loro, è anche per gli insegnanti, che se colgono l’opportunità educativa saranno più aperti a parlare di sessualità con i loro alunni, con i propri figli. E’ un’iniziativa importantissima e mi complimento con il consigliere Petrucci per la sua sensibilità, sopratutto verso tematiche così importanti come le malattie sessualmente trasmesse. Esistono, e ahimé, tanti adulti non sanno che senza preservativo possono contagiare e contagiarsi.
La prima volta che ho visto una classe di 11enni per un corso di educazione sessuale era il 2007, appena specializzato in consulenza sessuale e con un incarico molto importante. Avevo molta teoria e poca pratica. Quell’esperienza fu disvelante. I ragazzi già a quell’età sanno tutto e male, figuriamoci un 13enne. Ecco perché è importante nell’educazione sessuale affiancare un lavoro sull’affettività e sulle emozioni. Ragazzi e ragazze imparano a dialogare, supportate da uno specialista, che spesso è psicologo e anche psicoterapeuta.Nella formazione degli esperti ci dev’essere un training specifico per poter trattare di sessualità. Questo significa che uno specialista in tematiche sessuali ha per primo rivisto gli aspetti legati alla propria sessualità, all’educazione che ha ricevuto, alle proprie resistenze sull’affrontarle in contesti clinici ed educativi. Non basta essere psicologi e psicoterapeuti: è auspicabile un training specifico in sessuologia clinica. Sicuramente la figura dello psicoterapeuta è di supporto ed inserita nell’équipe.
I ragazzi non parlano di sessualità perché gli adulti hanno resistenze e implicitamente non ne vogliono parlare.
Loro ne hanno bisogno. L’intervento è sempre sistemico: alunni (che accolgono con entusiasmo l’iniziativa), insegnanti e genitori (lo zoccolo duro dell’educazione sessuale). Bisogna accettare che un percorso come questo può essere arricchente. Nessuno specialista “ruba” figli o alunni, ma il suo intervento specialistico scioglie nodi e sblocca la comunicazione su tematiche importanti come la sessualità e supporta gli uni e gli altri nella gestione relativa all’apertura di questa comunicazione.
Spero questa sia la prima di tante iniziative. Il discorso si sposta sul budget, ma è solo una difesa. Le paure più grosse sono quelle di vedere l’educazione sessuale come violenzaNon lo è. Ci sono tante cose a cui i ragazzi sono sottoposti che possono essere sicuramente violenza. Mi dispiace per chi crede il contrario, e in questo senso un dialogo con l’esperto potrebbe aiutare a sciogliere queste paure, antiche, perché in definitiva riflettere su come si è vissuta la propria sessualità in adolescenza, e su cosa è stato detto e sopratutto non detto, spaventa tutti.
Per me, che lavoro costantemente con persone che hanno difficoltà sessuali, posso assicurare che nel 90% dei casi questi disturbi affondano le loro radici anche in un educazione sessuale assente. Ma ripeto, si parla anche di affettività, di emozioni. I filmini hard li lasciamo alla dis-educazione sessuale, e in ogni caso fanno parte della realtà. I vostri figli ne verranno comunque a conoscenza, ma probabilmente sapranno affrontarli con consapevolezze e strumenti nuovi. E voi sarete meno imbarazzati se vi chiederanno qualcosa.
Sulle malattie sessualmente trasmesse, ho visto persone stare veramente male perché hanno scoperto in tarda età il meccanismo di trasmissione del virus, specie dell’Hiv o l'epatite. Qualcuno se l’é scampata, altri no. E a volte mi è stato detto: “Dottore, se mi fossi informato, se mi avessero detto…” In ogni caso la riflessione poi è stata sempre sugli aspetti affettivi dello stare in coppia, specie per chi è stato contagiato, sul riconoscere i propri comportamenti a rischio e comprenderne l'origine. Per non parlare del dibattito "pillola o preservativo"... quante donne sono tranquille solo perchè prendono la pillola? Poi arrivano le malattie sessualmente trasmesse (quante con infezione da HPV?), e si scopre il preservativo. Quante donne accettano di farlo senza preservativo perché i partner dicono che con il preservativo non sentono niente? Solo esempi. Questo è risultato di un sesso non pensato affettivamente, non a caso l'educazione sessuale favorisce lo sviluppo di sentimenti di protezione verso se stessi, verso l'altro. Pertanto è meglio fronteggiare questi aspetti e non considerare l'educazione sessuale un mostro da combattere.
Pertanto l’iniziativa del consigliere Petrucci ha tutto il mio sostegno e apprezzamento. Complimenti
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Ansia, panico o fobia?



Quando le persone arrivano allo studio di uno psicologo per una problematica di ansia in genere la definiscono riferendosi a quel complesso di emozioni che a seguito di situazioni, specifiche o non, avviano una catena di aspettative perlopiù negative. Non è infrequente che la persona riconosca queste situazioni, sopratutto perché le manifestazioni di ansia si fanno sentire a livello corporeo. L’amplificazione dei segnali di ansia avviene quando la persona percepisce come pericolosa, o comunque dannosa la situazione, ed avverte un depotenziamento dei sintomi quando acquisisce strumenti per poterla gestire. Questo in genere avviene a seguito di un percorso di psicoterapia.
In generale l’ansia può essere considerata positiva quando ci si trova davanti ad un pericolo reale perché stimola la persona ad agire, infatti, da un livello minimo di ansia ad un graduale aumento, la persona migliora le proprie performance. Ma esiste un limite oltre il quale i risvolti sono negativi e ogni individuo può fronteggiare questo con diverse modalità, creando dei circoli viziosi e talvolta aprendo il varco verso altre problematiche di tipo psicologico.
Nell’ottica cognitiva, se per alcune forme di disturbo alcune organizzazioni di personalità sviluppano alcuni sintomi piuttosto che altri, in generale i sintomi d’ansia sono molto democratici, nel senso che investono trasversalmente le varie organizzazioni di personalità, sebbene al di la’ di ciò che la persona riferisce, i sintomi, c’è sempre un’osservazione più attenta del clinico che vede altri aspetti che potrebbero essere implicati nell’insorgenza di quelle manifestazioni.
L’ansia si struttura sulle basi di un meccanismo fisiologico chiamato attacco-fuga e che rappresenta geneticamente quel programma che permette all’essere umano di percepire ed evitare un pericolo.  Non a caso in questi casi si avvertono le risposte neurovegetative; il cuore inizia a battere più forte e fornisce più sangue al cervello e ai muscoli, la respirazione ha un andamento più profondo e diviene più rapida, portando ossigeno a tutto il corpo. E’ presente la sudorazione, che nella logica del meccanismo di attacco-fuga permette che il corpo diventi “scivoloso”, difficile da afferrare. Vi è la tensione dei muscoli che si preparano per attaccare in vista di un’azione rapida. Tutte queste modificazioni fisiologiche sono orientate verso il fronteggiamento della minaccia attraverso la sua eliminazione (attacco) o attraverso il suo evitamento (la fuga). Pertanto, entro certi limiti, l’ansia è assolutamente funzionale.
Quando diviene disfunzionale?
L’ansia è sicuramente presente nella vita delle persone e tutti l’hanno provata, si pensi per esempio a quanto un’esperienza nuova in genere può scatenare reazioni di tipo ansioso. Cionostante, per alcune persone può divenire un problema.
La reazione d’ansia diventa disfunzionale quando il livello dell’intensità raggiunto dalla persona non è proporzionato all’entità della situazione minacciosa e quando in definitiva non esiste un reale pericolo. Il discorso è molto complesso perché ogni persona porta con sé un significato rispetto al suo vivere l’ansia, e questa può essere di varia natura. Talvolta può riguardare anche i rapporti interpersonali, od in generale situazioni che espongono la persona a cambiamenti (sul lavoro, nella vita privata ecc…). Spesso le persone chiamano tutte le manifestazioni legate alla paura come ansia, anche se in realtà ci sono delle differenze, anche per quanto concerne il trattamento in psicoterapia.
Ansia, paura, fobia o panico?
In generale le persone parlano spesso delle loro reazioni di attacco-fuga come generica ansia. E’ un termine abusato, anche se in realtà ciò che spesso viene chiamata ansia può essere una manifestazione differente che apre ad un sistema di significati totalmente diverso, e ovviamente non noto alla persona. In caso contrario non proverebbe ansia.
Questi termini vengono utilizzati in modo interscambiabile. L’ansia si differenzia dalla paura sulla base dell’obiettività del pericolo, infatti se esiste una pericolosità obiettiva rispetto allo stimolo che viene presentato in genere si parla di una reazione emotiva di paura. Contrariamente se invece la situazione, l’evento, l’oggetto non è obiettivamente pericoloso in generale si parla di ansia. Ciò che può maggiormente aiutare a distinguere ansia da paura è il fatto che in quest’ultima è presente una reale minaccia esterna (per esempio un uomo che vi punta una pistola contro). Nei racconti di reazioni ansiose invece non è percepibile un reale pericolo, ed infatti i contenuti vissuti dalla persona sono in genere quelli che emergono durante la consultazione con lo psicologo e successivo trattamento per un disturbo d’ansia.
L’ansia, anche quando disfunzionale è sempre un buon indice di salute mentale, nel senso che offre la possibilità di lavorare in psicoterapia su un sintomo, consente il superamento di quelle difficoltà, una crescita e auto-conoscenza di sé.E’ sempre importante non sottovalutare i segnali d’ansia sperando che passino con il tempo! Il sistema cognitivo sottostante le manifestazioni d’ansia va elaborato e non sedato! In quel caso il problema non sarà risolto, ma avrete semplicemente eliminato in maniera temporanea il sintomo, favorendo un peggioramento del vostro equilibrio psichico.
Secondo i modelli di psicoterapia cognitiva si considera la paura come composta da un processo cognitivo che valuta lo stimolo come minaccioso e che andrebbe a costituire la coscienza del pericolo. L’ansia contrariamente è la reazione fisiologica alla stimolazione della paura.
La fobia, per quanto le persone possano chiamarla comunemente ansia, è sempre una paura, ma sproporzionata rispetto alla realtà della situazione. La persona generalmente ha bisogno di una via di fuga proprio perché perde il controllo volontario, oppure struttura tutta una serie di comportamenti volti ad evitare la situazione o persone (nel caso della fobia sociale) ritenute come situazione temuta. Questo crea undisadattamento della persona e in questi casi spesso, quando diviene insostenibile, viene richiesta una psicoterapia.
Infine, il termine panico è definito come una paura improvvisa, intensa e opprimente accompagnata da tentativi frenetici di garantirsi la sicurezza. Denota la comparsa improvvisa di un senso di terrore acuto, caratterizzato da sintomi di natura fisiologica, cognitiva e motoria di elevata intensità. E’ più temporalmente delimitabile dell’ansia e ha spesso la caratteristica della crisi nel senso di un’insorgenza rapida ed improvvisa.
Continua …
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** Avviso richieste di consulenza **





A seguito delle numerose richieste di consulenza ricevute ho esteso il carico di lavoro durante la settimana per permettere al maggior numero possibile di persone di poter accedere al servizio. 


E' possibile accedere ad una prima consulenza psicologica individuale contattandomi il cellulare di servizio al n. 392-1350189 (NO SMS,CHAT, BLOG) dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13 -14.30, o lasciando un messaggio in segreteria con nome, cognome e cellulare di riferimento per essere ricontattati il prima possibile. In alternativa scrivere una e-mail a dessi-antonio@tiscali.it lasciando i vostri riferimenti, un cellulare personale al quale venire contattati e due righe sui motivi della richiesta.
Comunico che attualmente non mi è più possibile accogliere richieste per consulenze di coppia sino a Giugno 2014. In questo caso è possibile prenotarsi per essere inseriti in lista di attesa ed essere successivamente ricontattati non appena saranno disponibili i posti.

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Quando il passato vive nel presente



Ha sempre un fascino particolare ritrovare delle cose che ci sono appartenute in passato, o visitare luoghi che in un qualche modo raccontano la nostra storia, la storia di una persona a noi cara, la storia di qualcuno di cui abbiamo sempre sentito parlare ma non abbiamo mai conosciuto, ma anche la storia di un amore ormai concluso. E’ affascinante quanto luoghi, oggetti, talvolta anche insignificanti assumano un estremo valore, proprio perché ci permettono di toccare con mano la relazione che abbiamo avuto con la persona che nel nostro presente non c’è più. Abbiamo spesso bisogno di ricostruire la nostra storia, anche attraverso questi preziosi indizi, ma la capacità di saper chiudere e lasciar andare qualcosa che ormai appartiene al passato,saperci ritornare senza venirne risucchiati è un’arte.
Non è certamente il sigillo ad una scatola che sancisce la risoluzione di questioni passate, e nemmeno il non ritornarci mai, ma è proprio la capacità di poter accedere a quel materiale, rivisitarlo, raccontarcelo ancora, e da un punto di vista terapeutico anche vedere quanto siamo cambiati e quali sono le nostre esigenze di oggi. Come eravamo allora, come siamo oggi. Cosa abbiamo imparato di noi, ogni volta che ci ritorniamo.
Continuare ad aprire la scatola di un caro che è venuto a mancare denota a volte  l’incapacità di accettarne la mancanza, e a volte l’incapacità di elaborarla, ma può anche rappresentare un momento di contatto con qualcosa che ci ricorda quella relazione. Raggiungere quel cofanetto ci riporta al passato, e tutto è molto veloce, un concentrato di emozioni, ma tutto questo a patto che si riesca a rientrare nel presente, e lasciare la mano del passato, con le sue cose, le sue persone, i suoi fatti e ritornarci solo quando possiamo provare tenerezza per noi stessi, per come eravamo, per quanto siamo cresciuti. Così quegli oggetti, quei luoghi ritornano al loro posto dopo quel momento di contatto, con le emozioni che evocano, con le storie che narrano, e con tutto ciò che si può riscoprire ogni volta che ci ritorniamo. E’ sempre positivo ritornare e vedere da dove si è partiti, ma a patto che si sia acquisita la capacità di orientarsi nel presente e di viverlo. A volte invece quelle scatole sono chiuse, ma quelle persone, quei fatti, quelle relazioni che hanno dato gioia, ma anche dolore, continuano a vivere e le si ricerca nel presente. Tutto questo mantiene la persona in un girone di oggetti che gli ruotano attorno, e gli precludono la possibilità di vivere una rinascita e di scorrere come un fiume.
Nella cassetta d’Ebano, volati gli anni
(Emily Dickinson, 1860)
Nella cassetta d’Ebano, volati gli anni
Scrutare reverenti
Soffiando via la vellutata polvere
Che le estati hanno cosparso!
Tenere alla luce una lettera -
Ingiallita – ora – dal tempo -
Compitare le sillabe sbiadite
Che ci esaltarono come un Vino!
Forse nell’esame un avvizzito Fiore
Fra le sue cose ritrovare -
Colto chissà quando, un qualche mattino -
Da una mano galante – ormai polvere!
Un ricciolo, forse, da una fronte
Dimenticata dalla nostra costanza -
Forse, un antiquato gingillo -
Di foggia ormai scomparsa!
E poi riporre tutto in silenzio -
E andarsene per i fatti propri -
Come se la piccola Cassetta d’Ebano
Non ci riguardasse!
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Psicoterapia cognitiva: come orientarsi?










Diverse persone,  leggendo la mia breve presentazione mi hanno chiesto che cosa significasse il termine “cognitiva-costruttivista” alla denominazione della mia formazione in corso come psicoterapeuta. La terapia cognitiva è una forma di trattamento psicologico tra i più conosciuti e diffusi al mondo, e nelle sue forme più classiche anche quella maggiormente validata da studi scientifici.
L’approccio cognitivo in ambito clinico è un campo tutt’altro che omogeneo ed è ancora in via di espansione e di differenziazione. Non a caso uno studioso di nome Mahoney (1991) in un suo studio ha identificato circa venti approcci diversi alla terapia cognitivaQuali sono quelli più rappresentati nella realtà dei terapeuti, e quale scegliere? Questo mio contributo vuole fare un po’ di chiarezza per tutti coloro che si trovano nella condizione di dover scegliere una tipologia di psicoterapia ad approccio cognitivo, affinché, anche durante il primo approccio con un terapeuta ad orientamento cognitivo si possa chiaramente comprendere verso quale tipologia di intervento ci si avvia. In ogni caso, spesso anche terapeuti di altri orientamenti si avvalgono degli strumenti della terapia cognitiva, ed in generale si tende sempre di più verso l’integrazione delle tecniche (per questo si parla di approccio integrato), ma di base, alcuni terapeuti provengono da scuole di formazione in psicoterapia cognitiva.
Psicoterapia cognitiva standard. Compare per la prima volta nel 1967 e viene ulteriormente teorizzata nel 1976 ad opera dello studiosoBeck. Tempo fa mi chiesero di scrivere un piccolo articolo per un portale internet sullaRET (terapia razionale emotiva). La giornalista che mi fece questa richiesta sembrava parlarmi di qualcosa di realmente innovativo. In realtà non è così se pensiamo all’evoluzione dei modelli di terapia cognitiva. La RET è una tipologia di terapia cognitivo-comportamentale che viene poco prima della Psicoterapia cognitiva standard, nel 1962 ad opera dello studioso Ellis. Il presupposto di questa terapia è una visione del funzionamento psicologico come sequenza lineare di elaborazione di informazioni suddivisa in 8 fasi. Mentre invece secondo il cognitivismo standard di Beck è nell’ambito della coscienza, nelle cognizioni o nei pensieri automatici che si può trovare la chiave della comprensione e della soluzione del disturbo psicologico. L’obiettivo della terapia cognitiva standard è il riconoscimento delle regole e dei processi disfunzionali del sistema cognitivo allo scopo di una sostituzione con altre regole e processi che possano risultare più adattivi (più realistici).
Questo significa che i disturbi psicologici hanno come aspetto centrale ledistorsioni di pensiero, che secondo questo approccio andrebbero corrette.
Tralasciando altri approcci intermedi, che rappresentano sicuramente popolazioni di terapeuti molto meno rappresentate, come la psicoterapia cognitivo-evoluzionista per esempio, si arriva a quelle tipologie di intervento psicoterapico che si orientano sul costruttivismo e costruzionismo.
La psicoterapia cognitivo-costruttivista. Ciò che è importante chiarire è che sicuramente un terapeuta cognitivo-costruttivista è stato anche addestrato all’utilizzo di tecniche provenienti dalle prime fasi di terapia cognitiva (terapia cognitiva standard), ma queste sono poi integrate in un discorso più ampio. La terapia cognitivo-costruttivista è una forma di terapia psicologica che nasce alla luce delle nuove prospettive del XX secolo secondo cui l’individuo è in grado di rappresentarsi l’ambiente e non semplicemente di reagire ad esso e diviene così un sistema coerente, in grado di filtrare la realtà per mezzo di costrutti (per questo si parla di costruttivismo) ovvero sistemi di credenze, che gli permettono di organizzare il proprio comportamento in un contesto pieno di scopi, intenzioni, piani e strategie.
Dalla meccanica ad una teoria della conoscenza. La concezione secondo quale si basa la terapia cognitiva ad approccio costruttivista è che non esiste una realtà oggettiva, diversamente dal cognitivismo standard, e chela realtà non è altro che un prodotto di chi la osserva. In questo senso, partendo da osservazioni che raggiungono le radici della realtà psicologica e relazionale dell’individuo, la psicoterapia ad approccio costruttivista mira ad evidenziare come ciascun individuo costruisce la realtà secondo le proprie regole interne, su ciò che crede che esista, e in relazione alle proprie esperienze di vita.Nella prospettiva costruttivista le persone vengono viste come orientate dalla propria mappa mentale, frutto di aspetti che sono centrali di questo approccio: la comunicazione e la relazione.
L’obiettivo della terapia costruttivista è l’analisi della mappa mentale e l’analisi dell’espressione dei sintomi, i quali limitano la libertà dell’individuo: attraverso il processo terapeutico si favorisce lo sviluppo di nuove strutture che siano in grado, non di sostituire in senso meccanico, ma di favorire un nuovo adattamento mantenendo coerente la struttura e l’unicità della persona.
Il lavoro terapeutico non è quello del meccanico-terapeuta che sostituisce pezzi della mente-macchina come nel cognitivismo standard e in approcci dove il terapeuta è rigidamente direttivo su ogni aspetto del processo terapeutico, ma diviene un processo di ricerca all’interno del quale il terapeuta e la persona svolgono ruoli distinti e complementari, rispettivamente di supervisore della ricerca e ricercatore.
In questo senso è importante dire che la relazione terapeutica è incorniciata all’interno di un insieme di regole che ne determinato limiti e possibilità e che in gergo tecnico definiamo setting (per esempio: regole di orario, puntualità alle sedute, ruolo del terapeuta, comportamento della persona ecc…). Ne parlerò in maniera più dettagliata in futuri post, anche perché questo aspetto riveste un’importanza fondamentale per la buona riuscita di una terapia e per non scivolare in situazioni relazionali del tipo “amico a pagamento“. Oltre che essere aspetti che garantiscono un atteggiamento deontologicamente corretto del professionista, tutelano la persona e la sua salute mentale, e ne rispettano la sofferenza.
La persona è esperta rispetto al suo modo di sentire, i suoi pensieri, le sue emozioni e il suo sistema di conoscenza, mentre il terapeuta è un esperto per quanto concerne i metodi e gli strumenti che permettono un’analisi più approfondita del materiale al quale la persona non riesce a dare un senso, e per il quale spesso si è rivolta al professionista in cerca di aiuto. In questo senso non si parla mai di certezze, ma di ipotesi che man mano vengono validate all’interno di un percorso terapeutico. Questo è il motivo per cui un terapeuta che svolge la professione con etica rifiuta di rispondere a domande che pervengono via mail, oppure richieste di soluzioni immediate a problemi di vario tipo. Non è un atteggiamento “snob” da parte del clinico, ma una presa di responsabilità rispetto a quanto possa essere nociva un’azione di quel tipo, sebbene la persona non ne colga immediatamente un senso. Un aspetto fondamentale del rapporto terapeutico nel modello cognitivo è la collaborazione tra persona e terapeuta. Senza questa nessun percorso può avere inizio. Questo significa che ci si può accordare su obiettivi, mantenendo anche una certa flessibilità per quanto concerne i tempi di risoluzione del caso, che possono variare da persona a persona.
La psicoterapia cognitiva ad approccio costruttivista mira allaricostruzione degli schemi prevalenti che si attivano nella persona e che sono riconducibili alla sua sofferenza psichica e che hanno un’influenza diretta sul suo comportamento. Il compito del terapeuta è quello di accompagnare ed indirizzare la persona, fornendole strumenti affinché il processo di autoconoscenza sia sempre più definito e noto. Il terapeuta cognitivo costruttivista sostiene la persona nei momenti emotivamente più importanti e non offre conoscenze “preconfezionate” sui problemi che la persona vive. Questo significa che l’opinione personale del terapeuta non è utile al processo terapeutico, perché non proviene da materiale della persona, ma da se stesso.
Il cambiamento avviene grazie alla ricostruzione e alla conoscenza del funzionamento della persona, al riconoscimento degli schemi che si possono attivare in determinate situazioni, e al lavoro terapeutico sul fronteggiamento degli schemi che il paziente porta. Alcuni schemi richiedono più lavoro di altri, a seconda della profondità.  Le persone generalmente rimangono molto sorprese quando durante il percorso vengono identificati gli schemi di funzionamento. Questo facilita il riconoscimento da parte della persona e la possibilità di lavorare tra una seduta e l’altra e cambiare. La terapia cognitiva costruttivista utilizza anche gli aspetti legati al passato, ma la prospettiva è quella di lavorare sul presente, in ciò che in quel momento crea sofferenza alla persona. Gli strumenti sono molto vari e provenienti anche da altri orientamenti psicoterapici, ma riletti in chiave cognitivo-costruttivista. Se necessario si analizzano anche le sequenze che possono emergere da episodi di vita passata. Si predilige la prospettiva di intervenire su quegli aspetti che creano una sofferenza immediata, e tralasciare approfondimenti sulla storia personale ad obiettivi terapeutici più a medio-lungo termine, in accordo con le richieste della persona.
Pertanto la lunghezza del percorso varia da persona a persona e a seconda della tipologia di problematica presentata. Certamente ci possono essere trattamenti che possono durare poco più di un ciclo ( 10 incontri) specie se si parla di problematiche d’ansia, ma è anche vero che dopo aver toccato con mano cambiamenti reali nella propria vita, le persone tendenzialmente continuano e si prefiggono nuovi obiettivi terapeutici, di volta in volta. In ogni caso, fissare un obiettivo significa ipotizzare un depotenziamento del sintomo che alla scadenza del termine fissato durante la fase di contratto terapeutico verrà verificato.
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Buona Pasqua, di scelte!



L’importanza della qualità delle relazioni spesso non viene considerata e anche per Pasqua si ripete il solito rituale del luogo dove andare piuttosto che “con chi andare“. Tutto esaurito. Si preferisce andare all’agriturismo “che costa poco“, piuttosto che scegliere un luogo tranquillo per passare del tempo con persone che affettivamente sono presenti e importanti.  A volte Pasqua è il periodo dei revival, dei messaggini sul cellulare di auguri provenienti da persone che non si fanno mai sentire durante l’anno, e che spesso propongono un invito. A volte si sceglie di andare con gli “amici” che si fanno sentire per Pasquetta “tanto per fare numero“, perché gli altri giorni dell’anno sono “troppo impegnati“, talmente tanto da non riuscire a mandare un messaggio nemmeno su whatsapp. Bastano due minuti, una carezza sulla spalla, uno “scusa“, e sei dentro il vortice della giostra con la musica revival. A volte la tavolata numerosa è più seduttiva di un piccolo gruppo. Così si assiste all’ennesima giornata passata fuori casa, a volte “tanto per andare e non restare a casa“, altre perché alla fine non si può dire di no, specie con parenti che si vedono solo per le occasioni, e il rientro può essere quello di un grande senso di vuoto, e la nausea della giostra!
Scegliete! Un amico…
Sceglietene due! ….
Scegliete la vostra famiglia e i vostri bambini
Scegliete coloro con i quali vi sentite “a casa“, con coloro con cui potete scherzare, con coloro che vi abbracciano, che sono felici di avervi con loro, e che possano farvi sentire amati e speciali. Anche l’ombra di un albero, e un semplice pic-nic diventerà speciale.
Rifiutate garbatamente gli amici e parenti da vaccino annuale polivalente!
Un augurio di Buona Pasqua di scelta attiva delle persone che possono rendere questi giorni di festa veramente speciali.
E per tutti i genitori: portate i bambini a giocare in campagna e a contatto con la natura:-)
La mia attività professionale in studio si interromperà solo durante le giornate festive. Pertanto, per il resto della giornata di oggi, e già a partire da martedì 22 Aprile sarà possibile contattarmi al cellulare di servizio 392-1350189 negli orari13 – 14.30 per fissare un incontro di consulenza psicologica. In alternativa è possibile lasciare un messaggio in segreteria telefonica per essere ricontattati il prima possibile. Negli ultimi giorni ho un problema con la segreteria, pertanto qualche messaggio potrebbe non essere ascoltato. In genere rispondo entro le 24 ore, se questo non dovesse succedere, contattatemi il giorno successivo con la modalità sopraindicata. Tassativamente: Non ricevo SMS, messaggi su Whatsapp, su social network o tramite blog. Le richieste pervenute con questa modalità non potranno ricevere risposta.
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Terapie sessuali: cosa sono?



L’intervento sessuologico è un momento dell’intervento psicologico che è sempre inserito all’interno di un piano terapeutico più complesso, diverso caso per caso. Ciò significa che spesso la richiesta per un problema sessuale non significa che in automatico l’intervento sarà nell’immediato di tipo sessuologico, e neanche che una problematica sessuale per forza porterà ad una terapia sessuale.
La sessuologia clinica è spesso vista come pillola psicologica, ma è bene già prima di prendere un contatto con un professionista che si occupa di queste problematiche, che ci si confronterà con un intervento di tipo psicologico a tutti gli effetti, che potrà avere alcuni momenti di intervento sessuologico. Se una coppia presenta per esempio delle problematiche ben più profonde della disfunzione sessuale, l’intervento sarà sicuramente di tipo psicoterapico e di più ampio respiro. Ogni coppia ha un percorso costruito ad hoc per la problematica che porta e per le caratteristiche che la compongono.
Il trattamento delle difficoltà sessuali nasce come tecnica comportamentale autonoma, sebbene nel tempo si sia arricchita degli apporti di vari orientamenti delle scienze psicologiche. Nello specifico del momento di intervento più squisitamente sessuologico si parla di terapie mansionali integrate e sono a tutti gli effetti delle terapie strategiche.
Per le coppie che possono accedere a questo tipo di trattamento, lo scopo dell’intervento per una richiesta di tipo sessuale è sicuramente la comprensione del sintomo, il suo depotenziamento e il follow-up per il monitoraggio del risultato raggiunto. Così come in una dieta per mantenere il peso raggiunto non sarà sufficiente ingerire le quantità di cibo prescritte, ma sarà necessario modificare le abitudini alimentari e di vita, allo stesso modo affinché la risoluzione di un sintomo sessuale sia stabile, sarà necessario cambiare i comportamenti, le emozioni, le convinzioni sulla sessualità, e certamente laddove non sono presenti gravi difficoltà di coppia, l’interazione di coppia. Ogni coppia è diversa da un’altra e la strategia di intervento sarà diversa per ogni caso. Ogni coppia verrà valutata, caso per caso, e verrà restituito quanto un intervento sessuologico possa essere opportuno rispetto ad un intervento psicoterapico di più ampio respiro.
Le terapie sessuali hanno una loro forma e caratteristica peculiare e si applicano esclusivamente nei casi di disfunzioni del ciclo di risposta sessuale. La terapia mansionale integrata è in generale una terapia di coppia.
Spesso capita che siano sopratutto uomini, ma anche qualche donna sopratutto per problematiche legate all’impossibilità di raggiungere l’orgasmo o il vaginismo, a chiedere un intervento singolo per una disfunzione sessuale. In questo casoi principi di terapia mansionale possono certamente essere applicati, ma verranno inevitabilmente modificate le caratteristiche significative sopratutto sul piano relazionale, nella ricerca di cooperazione e costruzione di intimità di coppia.
La richiesta di una consulenza per disfunzione sessuale richiede una procedura tipica della consulenza sessuale. In genere sono necessari circa 3-4 incontri per la ricostruzione del problema, la sua ridefinizione, la formulazione del piano di lavoro o l’invio ad altro specialista.
La terapia mansionale si struttura in 4 fasi ed è una terapia breve (dai 4 ai 12 mesi) e si articola su alcuni temi principali riguardanti gli aspetti cognitivi, affettivi e relazionali della sessualità.
La sessuologia clinica nasce come risultato di un lavoro di équipe con le discipline mediche, in particolare la ginecologia e l’andrologia e negli anni sta guadagnando territorio e sempre maggiore autonomia scientifica. Prima della nascita delle terapie sessuali già Freud, per primo, si era interessato alle problematiche sessuali dei suoi pazienti, ed aveva tentato di risolverle con la sola analisi. I risultati non incoraggianti e i lunghi tempi del trattamento hanno stimolato altri ricercatori, specialmente americani, a sperimentare nuove forme di terapia che fossero pensate ad hoc per il trattamento delle principali disfunzioni della risposta sessuale, sia nell’uomo, sia nella donna.
Questo significa che la sola analisi non è sufficiente ad affrontare tematiche sessuali, in quanto è necessario lavorare su un piano che sia psichico, affettivo, ma anche somatico.
Le terapie sessuali nascono intorno agli anni ’60 ed hanno come obiettivo quello di favorire ed aiutare i singoli o le coppie a ricreare un contesto favorevole e ad acquisire strumenti cognitivi ed emotivi che permettano la creazione di una sessualità soddisfacente. Il trattamento delle disfunzioni sessuali attraverso l’utilizzo della terapia sessuale avviene sempre ad opera di sessuologi clinici o psicoterapeuti perfezionati in sessuologia clinica ed è specifica dell’intervento sessuologico.
Master e Johnson sono i pionieri della terapia sessuale. La loro originalità sta nell’aver integrato la visione medica con quella psicologica nel trattamento dei disturbi sessuali, infatti, il primo era un medico, la seconda era uno psicologo analista. Le prime sperimentazioni di terapia sessuale consistevano nel seguire le coppie sotto diversi aspetti, e cercando per ognuna di loro di costruire percorsi terapeutici attraverso l’utilizzo di tecniche comportamentali che spesso prevedevano l’esecuzione di prescrizioni comportamentali studiate dai terapeuti sulla base del problema presentato dalla coppia. L’obiettivo di questi studi pioneristici era la realizzazione del piacere, che si tentava di favorire attraverso il soddisfacimento dei desideri e dei bisogni dei partners. Questi studi pioneristici sono stati analizzati da una studiosa di nome Helen Singer Kaplan, la quale ha ampliato il concetto di terapia sessuale e ha tentato di arricchire il bagaglio tecnico non solo da un punto di vista psicologico, ma anche integrando le conoscenze provenienti dalle scienze mediche e di conseguenza dalla fisiologica, specificamente degli organi genitali e delle fasi di risposta sessuale e della psicoterapia. Per la Kaplan non sempre è possibile la terapia sessuale. Iniziare una terapia sessuale con una coppia per esempio molto conflittuale non è una buona prassi, l’insuccesso sarebbe alle porte. Sicuramente una prima fase del lavoro sarà orientata verso una psicoterapia.
Molto spesso davanti ad una problematica sessuale chi si rivolge al sessuologo è spesso il partner che sperimenta il sintomo, un po’ per tutte quelle che sono le fantasie che ruotano attorno alla figura del sessuologo come “riparatore, meccanico, della sessualità“. E’ molto importante iniziare a considerare che un trattamento ottimale della problematica sessuale spesso prevede che entrambi i partner si interroghino sulla disfunzione che la loro coppia sperimenta. Spesso non è il singolo che sperimenta un disagio, ma è la coppia che sperimenta difficoltà nella capacità di comunicare, difficoltà nell’accendere nuovamente un desiderio sessuale, incapacità nell’affrontare nuove fasi del ciclo vitale della coppia, anestesia dal punto di vista dell’orgasmo, orgasmi troppo veloci, tutte manifestazioni che necessitano di essere comprese, di ricevere un senso sulla base della storia della coppia e delle singole individualità di ciascuno dei suoi membri.
Già Master e Johnson proponevano che le terapie sessuali fossero condotte in presenza di entrambi i partner, e in condizioni ottimali che le coppie stesse, in alcuni casi specifici fossero accompagnate nel loro percorso terapeutico da una coppia di terapeuti. Ancora oggi coppie di sessuologi propongono terapie sessuali a coppie in difficoltà. In questi casi si parla sempre di co-terapia di coppia e negli aspetti più comportamentali prevede l’utilizzo di prescrizioni comportamentali attraverso indicazioni di esercizi pratici che vengono assegnati alla coppia da svolgere a domicilio, nella propria intimità. Le esperienze vengono poi discusse e associati a colloqui verbali con il sessuologo o i terapeuti, nel caso in cui siano due.
Gli esercizi proposti non sono delle magie, ma sono delle prescrizioni su cui poi lavorare seduta dopo seduta, affrontando problematiche che emergono, nodi irrisolti, componenti della comunicazione implicita tra i due partners.
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Darsi un valore




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Dall'ansia sessuale all'inseguimento di un'ideale sotto le lenzuola




Sono sopratutto gli uomini che si lamentano di soffrire di ansia da prestazione sessuale. Nella mia esperienza sicuramente sono poche le donne che ho sentito inquadrare il loro disagio sessuale in una risposta ansiosa durante l’attività sessuale, anche se questo, è bene sapere, che succede anche a loro. Il termine ansia da prestazione è un termine abusato nell’ambito delle problematiche sessuali, nel senso che gli uomini, anche a fronte della valanga di informazioni ormai reperibili su internet tendono ad arrivare all’attenzione dello psicologo, dello psicoterapeuta e del sessuologo già con una diagnosi preconfezionata. Ansia da prestazione poi è anche un termine che maschera spesso problematiche individuali, ma anche mondi relazionali che sostengono quest’ansia. E’ sicuramente dopo un’attento inquadramento diagnostico che è possibile delineare gli aspetti peculiari che sostengono la propria difficoltà sessuale, e di fatto, spesso ci sono aspetti ben più problematici dell’ansia, che potrebbe essere un effetto, o comunque essere inserita in una causalità circolare che comprende anche altri aspetti della vita di un uomo. Una causalità lineare al problema, come spesso viene riportata da questi uomini, non aiuta la comprensione della loro reale logica, che è psicologica e relazionale, quando ovviamente parliamo di problematiche sessuali su base psicogena.
Parlo di causalità circolare perché spesso le persone sono poco propense, rispetto ad altre problematiche psicologiche dove si riscontra una maggiore flessibilità, a pensare ai disturbi sessuali come una finestra da cui entrare per poi lavorare su aspetti di sé e della relazione che portano avanti. Talvolta sembra quasi annoiare, o infastidire, perché in definitiva nel 90% dei casi la credenza principale è quella che “la sessualità è qualcosa da riparare, aggiustare, performare“. Dopotutto spesso quando si parla di sessualità le persone hanno una visione che va dall’ombelico ai genitali. Considerare tutto il resto del corpo fa parte del lavoro su questi sintomi.
Paradossalmente nella mia esperienza come sessuologo mi è capitato più spesso che in una percentuale statisticamente significativa fossero i più giovani a soffrire di ansia sessuale e tendenzialmente coloro che non avevano un/una partner fissa/o. Ci sono uomini invece che sviluppano dei sintomi ansiosi legati all’attività sessuale magari dopo anni di disfunzione sessuale con la propria partner o il proprio partner. Pertanto in questi ultimi sicuramente l’ansia assume un significato e un peso sicuramente diverso rispetto ai primi. Certamente la valutazione include anche gli aspetti relazionali e la storia di coppia, ciò che avviene anche fuori dalle lenzuola, qual’è la reale capacità di connettersi emotivamente con l’altro, e quanto in realtà l’attività sessuale diviene un contenitore dove eventi, emozioni, affetti ruotano come satelliti durante l’attività sessuale.
Non tutte le ansie provate a letto sono sessuali. Un atteggiamento tipico degli uomini che soffrono di disfunzione sessuale è quello di riconoscere sicuramente il disagio che proviene dal vivere quella condizione, allo stesso tempo, sono in pochi coloro che realmente vogliono affrontarla e orientarsi verso un cambiamento. E’ una condizione che spesso chi si occupa anche di sessuologia riscontra, ovvero un tipico atteggiamento di grande aspettativa iniziale, che poi inizia a spegnersi dopo poche sedute. In generale entro le prime 10.  Spesso sono uomini che hanno sofferto per anni di disfunzione erettile, di eiaculazione precoce (alcuni sin dai primi rapporti sessuali) e che vorrebbero risolvere il tutto in tempi brevissimi. Insomma, senza “penetrare” il problema. Questa in realtà non è una richiesta, ma è un atteggiamento di fuga che sancisce la volontà di voler mantenere il proprio problema. E’ proprio quando qualcosa cambia all’interno della relazione con il proprio partner o la propria partner che in genere può verificarsi un fenomeno noto come drop-out.
Drop-out è un termine inglese che significa “abbandonare“, e nel gergo tecnico della psicoterapia e della psicologia viene utilizzato per descrivere quelfenomeno che vede un paziente interrompere un percorso di psicoterapia ed in generale di intervento psicologico in genere con modalità tipiche(mandare una mail allo psicologo, chiamarlo e disdire l’appuntamento, non volersi ripresentare per un incontro conclusivo, o nella peggiore delle ipotesi dare buca). Questo in genere avviene entro il primo ciclo di incontriovvero 10 sedute, ed in generale prima che lo specialista sia riuscito a mobilitare tutte le risorse necessarie per orientare la persona verso un reale cambiamento.          La sessuologia clinica è un ambito dove questo avviene con più frequenza, credo anche per tutte quelle che sono le fantasie che ruotano attorno alla figura del sessuologo. Mentre per altre tematiche affrontate in psicoterapia spesso la persona costruisce un percorso di cambiamento passo dopo passo con l’aiuto dello psicoterapeuta, ed il rischio di drop out sebbene presente si presenta con minor intensità, nell’ambito della richiesta clinica per il trattamento di problematiche sessuali, la persona in genere arriva già con un suo obiettivo terapeutico esplicito (spesso irrealistico) e nella mia esperienza ho avuto modo di notare che spesso si hanno davanti uomini che sono pochi disposti a valutare altre possibilità. Pertanto davanti ad una problematica di eiaculazione precoce, l’obiettivo terapeutico non potrà mai essere quello di durare 20 minuti! ma sarà di imparare a gestire aspetti della propria risposta sessuale ed esplorare se necessario il luogo, la relazione, dove tutto questo avviene. Questo spesso porta ad un’interruzione precoce, d’altronde non diversamente da quello che succede a questi uomini sotto le lenzuola: precocità nell’orgasmo, e difficoltà nel mantenere l’erezione. Anche per le altre problematiche psicologiche le persone portano in genere un loro obiettivo, ma è in genere meno rigido e pervasivo rispetto alle problematiche sessuali. E’ un po’ come dire che per una persona depressa l’obiettivo da ridefinire è il generico “stare bene“, mentre invece per problematiche sessuologiche spesso sono aspetti in cui la mente va contro la natura.
Ho notato chequesto rischio aumenta con l’aumentare dell’età e se non si è mai avuto sino ad allora nessun tipo di contatto con una figura di tipo psicologico.  Succede spesso che questi uomini, presi dall’ansia di avere una bicicletta e non voler più camminare a piedi, si pongano degli obiettivi irrealistici, che il clinico non può ovviamente accettare. Nella stragrande maggioranza dei casi, parlerei quasi del 70%, se non di più, sono uomini che arrivano all’attenzione del sessuologo “spediti” dalle loro partner e che in generale portano un’ansia che spesso non è di tipo sessuale, ma quello che, per le loro problematiche sessuali, o spesso per caratteristiche di personalità delle partner, vengono minacciati di rottura della relazione. La minaccia di rottura è spesso un atteggiamento tipico di donne che non sanno interrompere una relazione per loro frustrante. Ecco perché spesso sono maggiormente orientati agli aspetti sessuali, che sembrerebbero l’ultima spiaggia per tenere in piedi una relazione che molta probabilità non regge, piuttosto che iniziare a capire aspetti legati a sé stessi e a cosa è necessario cambiare.
Così succede anche quando questi uomini arrivano in consulenza con le partners. L’atteggiamento più frequente è quello che vede la coppia come il patibolo dove mettere alla ghigliottina il portatore della problematica sessuale. Questo accresce l’ansia, la sfiducia, ed in generale spesso si è davanti a donne che, frustrate dal punto di vista sessuale e anche affettivo, non sarebbero capaci in realtà di scegliere partner diversi da quelli che hanno, perché loro stesse incapaci di sapere quello che vogliono. Nella coppia non si parte mai da due livelli diversi, ma i due partners spesso condividono aspetti e stili relazionali. Il problema è una possibilità di evoluzione, o una richiesta di evoluzione. Spesso ho notato che queste donne si comportano come “psicologhe all’ultima spiaggia“: prendono tutto ciò che il clinico dice, lo digeriscono e sputano un bolo avvelenato ai loro partner. Spesso si sono informate sulla disfunzione erettile, l’eiaculazione precoce, parlano di Kaplan (pioniera della terapia sessuale) e scomodano persino Freud. Basterebbe parlare di loro.
In genere queste coppie mostrano molta chiusura, poco affetto, spesso per incapacità di darlo, ed in generale sono intrappolate in un girone dantesco dove rimangono dannate ad inseguire un ideale di vita sessuale. Per esempio “il sesso orale si fa perché è così” … e tante altre convinzioni, svuotate di significato. Una scatola vuota dove ruotano due mondi, aspetti che non hanno ancora ricevuto un peso, un nome. Sono coppie poco propense a parlare del loro rapporto, e quando nella coppia è presente una “psicologa all’ultima spiaggia” il lavoro è ancora più complesso. Spesso è necessario anche un lavoro di psicoterapia individuale, che ovviamente se viene proposto verrà rifiutato, perché sopratutto nelle prime fasi la coppia vuole performare il sesso.
Sesso, sesso, sesso. E poi? Il compito del clinico è riconoscere in questi casi l’impossibilità di poter procedere ed affermare a chiare lettere il proprio rifiuto per intraprendere, anche se per poche sedute, come spesso succede, un rapporto di questo tipo. Ci sono coppie e anche individui che poi accettano di lavorare su di sé, ma è bene dire che sulle problematiche sessuali è molto importante considerare queste possibilità. La sessualità è spesso il pretesto per non cambiare, è l’ancorarsi ad un ideale di coppia e di vita sessuale che non c’è, per evitare di guardare quello che si è. Dietro tutto questo spesso ci sono problemi di coppia più importanti, a volte l’incapacità di riconoscere che la storia è finita. Il rischio di queste coppie è quella di considerare il mondo degli psicoterapeuti come un pellegrinaggio di Lourdesin attesa che  qualcuno  dica loro che la sessualità salverà le loro esistenze.
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*** Comunicazione di servizio ***










Comunico che l’unica modalità per potermi contattare e fissare un appuntamento di consulenza è utilizzare il numero del cellulare di servizio 392-1350189 nella fascia oraria 13 – 14.30 dal lunedì al venerdì. Per chi in queste settimane ha provato con altre modalità informo che non rispondo a richieste provenienti da social network, messaggi chat (whatsapp ecc…), messaggi di commento sul mio blog, o richieste sul mio profilo personale facebook.
Inoltre non mi è possibile rispondere alle mail ricevute con le vostre richieste o racconti riguardanti il problema del quale vorreste parlare e in questo caso non svolgo mai nessun tipo di consulenza on-line, neanche a pagamento, per scelta professionale e perché ritengo che il colloquio sia la modalità più adeguata per poter inquadrare una problematica psicologica. La mail non consente allo psicologo di interagire, ma è un “pacchetto” confezionato che viene spedito senza possibilità di approfondire degli aspetti che per il clinico potrebbero essere rilevanti. A tal ragione, chi ha ricevuto una risposta è stato/a invito/a a presentarsi in studio per un colloquio di consulenza contattandomi prima con la modalità sopraindicata.
Vi chiedo la cortesia di rispettare questa regola. Ogni vostra richiesta alternativa non riceverà risposta.
Inoltre vi ricordo che lo psicologo è un professionista e che le sue ore di lavoro sono preziose. Pertanto, se si decide di fissare un appuntamento e nel frattempo si cambia idea, contattare per disdire è un gesto di cortesia e mantiene attivo il contatto con il professionista per una prossima volta quando vi sentirete pronti.
Attualmente sono ancora presenti dei posti ed è ancora possibile prenotarsi per i colloqui individuali e la disponibilità per quelli di coppia è accordabile per Maggio.
Vi ringrazio per la collaborazione


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Perle nere su Facebook





























È inutile cercare chi ti completi: nessuno completa nessuno. Devi essere completo da solo per poter essere felice (Erich Fromm)
Esistono aforismi che sono perle nere. Ma il nero, bisogna riconoscere, non riflette niente       (Antonio Dessì)
Così rispondo ad Erich Fromm, psicanalista tedesco di fama, morto negli anni ’80. Non so il titolo dell’opera da cui è stata tratta questa frase, ma mi permetto di inventarne uno: “Come diventare Mazinga“. Ciò che mi sorprende di questa frase è il modo in cui l’ho trovata: attraverso internet, con la modalità della pubblicazione di aforismi su facebook. Non è certamente il primo che mi capita di leggere, e nei prossimi giorni ne metterò un altro, ma in questo caso ciò che mi ha colpito è l’aver isolato questa frase dagli scritti di Fromm e averla pubblicata. Una vera perla nera. Vedere quanti click di “Mi piace” ci sono stati mi ha sorpreso, e mi sono chiesto “Ma davvero il senso di questa frase è stato colto?“. Mi sarebbe piaciuto poter intervistare ognuna di quelle persone che ha messo il click e chiedere loro quale messaggio avevano colto da questa frase.
Come scrive lo psicoterapeuta Enrico Secci sul suo blog (http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2014/03/24/gli-aforismi-perche-la-nuova-moda-dilaga-sui-social-media/), e che sull’utilizzo degli aforismi in psicoterapia ha dedicato ben due libri, l’aforisma è l’arte di delimitare orizzonti. (…) Ma questa sintetica definizione contiene pochissima sostanza, se si pensa che almeno dal ‘500 i pensatori più sofisticati e gli scrittori più significativi si sono cimentati nell’arte di “delimitare l’orizzonte” e che le loro parole ancora riecheggiano, citate o proposte in un effluvio pressoché costante di “Mi piace” su Facebook (Secci, E. M.)
Se pensiamo alla frase di Fromm, provo ad immaginare l’impatto che questa può avere in una persona che attraversa un periodo di sofferenza psicologica, e quanto possa avere una valenza terapeutica, quanto possa dare fiducia, quanto possa orientare verso un cambiamento. Ma forse gli aforismi non servono solo a questo, ma da uno psicanalista forse si.
A tal ragione, spesso le persone tendono a voler risolvere da sole i loro problemi psicologici, utilizzando i più svariati modi possibili, dai rilassamenti, alle tisane la sera, dalla palestra ad altre attività, usare il tablet sino allo sfinimento, tutte attività che consentono di non pensare più su quel problema. Questo sebbene possa rappresentare un lenitivo, non sempre aiuta a risolvere realmente un problema. Questo a testimonianza delle centinaia di persone che ho visto in studio in questi anni di attività come psicologo.
Sono proprio loro che dopo mesi, dopo anni di sofferenza hanno deciso di dire basta e di chiedere finalmente aiuto. E spesso accompagnate da frasi: “Da sola/o non ce la faccio più, ho bisogno di aiuto“. Questo sancisce l’inizio di un vero percorso.
Pensare di “dover essere completo da solo” spesso non porta ai risultati desiderati ma ad un peggioramento della sofferenza e in taluni casi alla cronicizzazione di un disturbo, perchè possono davvero passare anni. L’essere umano non è un sistema chiuso, ma aperto, e anche la psicoterapia è caratterizzata da un processo dinamico di co-costruzione tra due realtà, quella del paziente portatore del problema e quella del terapeuta, che attraverso la relazione, le tecniche psicoterapiche portano come esito la co-costruzione di un universo nuovo di significati, differente da quello da cui si è partiti nella fase iniziale di contatto. E’ ciò che poi crea le condizioni per un cambiamento reale nella propria vita, e la possibilità di lavorare e raccogliere frutti da una psicoterapia.
Il fatto che Fromm scriva che l’essere umano è completo da solo è, nella mia opinione, alquanto discutibile, in quanto l’essere umano, a meno che non parlasse di Mazinga, per definizione non è perfetto e non è nemmeno completo e definito. Pensiamo a ciò che ci è successo un mese fa. Se ricordiamo un evento e guardiamo come stiamo oggi, certamente possiamo dire di non essere la stessa persona, ma di essere in continua evoluzione, attraverso uno scambio continuo tra il nostro interno, l’esterno, che comprende anche le relazioni con gli altri, e nuovamente un processo che riporta tutto al nostro interno per poter essere elaborato. Da soli non si arriva da nessuna parte, e tantomeno alla felicità. Abbiamo bisogno degli altri, sempre, per il nostro equilibrio. Un costante dialogo tra interno ed interno mediato da esperienze e sopratutto da relazioni, e tra queste anche la relazione terapeutica lo è. Certamente una persona che ha iniziato un percorso di psicoterapia non potrà dire di essere la stessa persona rispetto all’inizio, a meno che non siano avvenuti degli errori di valutazione da parte del terapeuta in termini di valutazione della reale motivazione del paziente ad un percorso di cambiamento, e conseguente disponibilità. Meno relazioni ci sono e di conseguenza meno scambi, più si pensa che queste non servano, peggio sarà il decorso del problema che si vive e che si affronta. Allora sicuramente riconosco che Fromm ha scritto tante cose molto interessanti e che io stesso ho letto, ma la selezione di questa frase è l’aver trovato quella perla nera, che parafrasando Secci, delimita un orizzonte, aggiungo quasi claustrofobico, chiuso in una stanza, tipico di una persona che soffre e che ha ancora difficoltà a chiedere in maniera forte un aiuto.
Essere felice da solo? Chissà come stava Fromm il giorno che ha scritto questa frase. Non riesco a pensare altro.
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