La mia intervista sul giornale XXI secolo e Radio 21 Italia



Buongiorno a tutti, oggi è stata pubblicata un’intervista che mi è stata fatta i giorni scorsi dalla giornalista Speranza Papasidero per la sezione Salute del giornale onlineXXI secolo e Radio 21 Italia. Il tema è quello dell’ansia, attacchi di panico e una breve discussione sulla questione psicofarmaci o psicoterapia nel trattamento di questi disagi. Ringrazio tutta la redazione e la giornalista Papasidero per la considerazione e fiducia nei miei confronti e invito tutti voi a leggere e condividere l’articolo che troverete al seguente link
Buon martedì a tutti!
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Un viaggio di nome Amore



Amare e’ un avventura senza tempo, senza orizzonti, senza obiettivi. Amare e’ assumersi la responsabilità di un viaggio che, nell’incontro con ogni persona insegnerà qualcosa a ciascuno su se stesso/a. Inutile puntare la bussola su quello che si vorrebbe, su quello che si sente dire, su quello che dovrebbe essere giusto, il percorso interiore di ciascuno porta all’approdo verso terre che sono di importanza vitale, anche se a volte possono far male. Ma anche nella sofferenza, nel dolore c’è sempre un insegnamento, un diamante, un talismano da conservare per se’. E’ il viaggio ciò che conta, e la capacità di sostare, di conoscere e di saper prendere la propria barca e andare via quando il viaggio riprende. Amare e’ capacità di scegliere, così come amare è consapevolezza. Le storie d’amore sono soste, di conoscenza di se’, dell’altro, e accettazione della fine di una sosta. Amare e’ accettare di riprendere da soli, nel viaggio. Nessuno può manipolare il tempo. Non esiste un amore giusto, sbagliato, ognuno raccoglie il suo frutto nel suo viaggio, e qualcuno riprenderà la sua barca una volta, chi due, chi per tre volte .. chi una vita, chi una volta sola. Se c’è consapevolezza c’è amore. Quale frutto sarà il migliore? Quale viaggio il più ricco? Non tutti si nutrono dello stesso cibo, non tutti sono viaggiatori e si immettono in mare alto alla ricerca di nuove terre. Un terapeuta può solo aiutare una persona a trovare consapevolezza, quando si è stancata di ciò che mangia, quando soffre per la sosta prolungata e non sa più come rimettersi in viaggio e ha bisogno di conoscere ancora di sé.
(Antonio Dessi’)
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Schemi disfunzionali psicologico-relazionali: cosa sono?



La declinazione costruttivista dell’approccio cognitivo-comportamentale si basa sul presupposto che non esiste una realtà oggettiva, uguale per ogni persona, ma che esiste una realtà fortemente connotata da chi la guarda. Questo significa che ognuno crea la propria realtà, la costruisce seguendo le proprie regole interne, frutto del suo mondo interiore e delle sue esperienze di vita, e la mette “in dialogo” nell’interazione con altro. L’ obiettivo dell’intervento cognitivo costruttivista, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e dopo una ricostruzione dei meccanismi psicologici con cui si struttura la conoscenza di sé e del mondo, è il superamento del disagio emotivo e relazionale.
Affinché questo avvenga, una psicoterapia non può essere un parlare con un terapeuta senza una bussola. A tal fine, tutti i modelli di terapia più moderni definiscono degli obiettivi di intervento. Nell’ambito della psicoterapia cognitivista, una bussola nella strutturazione dell’intervento su una persona è rappresentato dal concetto di schema. In generale lo schema racchiude una modalità organizzativa dell’apparato psichico dell’individuo, che ne orienta il suo funzionamento e che funge da filtro nei processi di interpretazione delle esperienze vissute. Gli schemi possono organizzarsi su polarità positive o negative, possono favorire l’adattamento od ostacolarlo, e in generale possono avere una genesi precoce, nell’infanzia, o tardiva, nell’età adulta.
Nel 1957 Leon Festinger elaborò la teoria della dissonanza cognitiva, secondo cui un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta; questo può portare all’attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza. La teoria sottolinea come l’uomo tenda sempre ad essere coerente con sé stesso nel modo di pensare e di agire. Se per qualche motivo si scontra con una situazione che genera incoerenza (o dissonanza), mette in atto delle razionalizzazioni che gli servono a ridurre tale discordanza e la conseguente sensazione di disagio psicologico.
Il discorso sulla teoria della dissonanza cognitiva è stato chiamato in causa perché tendenzialmente gli schemi cognitivi che orientano il funzionamento di una persona tendono ad essere egosintonici, ovvero la persona li mette in atto automaticamente e si orienta verso quelle situazioni che gli permettono di attivare lo schema. Tutto questo per una questione che ha a che fare con ilmantenimento di una coerenza del Sé, ovvero, dentro quel funzionamento ci si sente se stessi, talvolta anche se questo causa sofferenza.
In questo senso la psicoterapia diviene certamente un intervento tecnico, ma allo stesso tempo flessibile, perché ogni persona non aderisce mai completamente ad una categoria di schemi, ma diviene una personale costellazione di temi che compongono uno schema. L’individuazione tecnica di una tipologia di schema consente al terapeuta e alla persona di orientarsi in una fase iniziale, specie di definizione di obiettivi di intervento. Questo succede perché nell’ottica costruzionista l’attivazione di uno schema non segue un gradiente di gravità oggettiva; infatti, due persone diverse possono presentare uno schema di funzionamento simile sebbene le loro esperienze siano state qualitativamente molto differenti, in termine di eventi.
A qualsiasi terapeuta cognitivista o che usa la terapia cognitiva è ben noto che lo schema rappresenta ciò che la persona conosce molto bene e che in un certo senso viene considerato come “giusto“, sebbene il termine più adatto possa essere “coerente“. Tutto vero, a prescindere dal grado di sofferenza che la persona può portare. In questo senso gli schemi sono fortemente saldati nell’organizzazione di senso di una persona e tendono a resistere, non perché questo debba essere letto, come faceva il vecchio Freud, una resistenza della persona, ma perché è nella natura del lavoro terapeutico affrontare delle forze che sono strettamente connesse con il mantenimento di coerenza. Ogni terapeuta adeguatamente addestrato sa bene di cosa si tratti ed è adeguatamente equipaggiato per far fronte alla situazione.
Un aspetto fondamentale nel fronteggiamento degli schemi è una buona alleanza terapeutica, ovvero il rapporto tra terapeuta e paziente per quel che concerne la relazione che portano avanti e gli obiettivi dell’intervento, che funge da base sicura per la ristrutturazione, disattivazione degli schemi maladattivi e cambiamento. In questo senso sul concetto di egosintonicità degli schemi è bene dire che questo esprime una condizione molto naturale, ovvero, la ricerca e attrazione per quelle situazioni che attivano gli schemi, la ricerca di ciò che è noto e conosciuto, al di la della sofferenza. A questo segue un’analisi sulla genesi degli schemi, quando sono emersi, come sono stati mantenuti e in che modo hanno contribuito all’organizzazione di quel sistema, del funzionamento di quella persona.  Spesso si discute su quelli che sono stati i bisogni primari che hanno riguardato lo sviluppo di una persona. In questo senso il modellocostruttivista offre una lettura che ha a che fare con lateoria dell’attaccamento, un termine legato alle ricerche sullo sviluppo e sull’infanzia, in relazione ai legami che si creano con le figure di accudimento. Sulla linea dell’attaccamento ruotano altri bisogni primari che possono, nel caso di frustrazione o mancanza, contribuire alla genesi di embrioni, schemi, che fungono da orientamento nell’organizzazione del funzionamento di una persona. In questo senso, nell’ottica di una ricostruzione della genesi degli schemi, è sempre molto importante mantenere aperti più scenari, come per esempio il carattere su base temperamentale che può aver favorito lo scatenarsi di dinamiche di deprivazione e frustrazione nell’organizzazione di un sistema umano. Il lavoro sugli schemi maladattivi è sicuramente utile in tutte quelle psicoterapie che hanno come obiettivo un lavoro a lungo termine, ma risulta essere un ottimo strumento di lavoro anche per tutte quelle situazioni che vedono richieste d’aiuto su sintomi specifici, e terapie a breve-medio termine come ansia, depressione ecc …
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Grazie a tutti!



In sole 24 ore la pagina Facebook di questo blog  ha raggiunto tantissime visite e oltre 5000 mi piace sulle riflessioni che ho postato. Un ringraziamento a tutti voi, per il riconoscimento, per le tantissime condivisioni che continuano a sorprendermi, ognuna preziosissima, ma sopratutto per darmi la possibilità di studiare ancora, di lavorare sui temi di maggiore interesse per voi, e per darmi la possibilità di intercettare le vostre domande, anche solo con un semplice “mi piace“. Un benvenuto ai nuovi ingressi sulla mia  pagina, ora in totale a 1810 e per le tantissime visualizzazioni dei miei articoli in versione integrale qui sul mio blog all’indirizzo http://antonio-dessi.blog.tiscali.it/
Oltre al lavoro in studio, essere psico-blogger è diventato un lavoro entusiasmante per me. Mi permette di scrivere, di essere in connessione con chi legge, e di contribuire, assieme ai colleghi psico-blogger sulla piattaforma Tiscali, ad una cultura del benessere psicologico, al di là delle nozioni contenute nei libri, toccando la realtà e i reali bisogni delle persone.
Ne approfitto per una comunicazione di servizio
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Ricordo a tutti coloro che volessero fissare un appuntamento di consulenza presso il mio studio che è possibile farlo contattandomi al cellulare di servizio392-1350189 dal lunedì al venerdì negli orario 13-14.30. Non svolgo attività di consulenza telefonica, nè via mail, e non rispondo a richieste che pervengono via SMS o chat (whatsapp).
Per il mese di Giugno e Luglio è ancora possibile prenotarsi per le richieste di consulenza individuale, mentre invece per le consulenze di coppia è prevista una lista di attesa.
Lo studio rimarrà chiuso per una pausa estiva a partire da venerdì 8 Agosto e riprenderà gradualmente la sua attività per le persone che già hanno iniziato un percorso a partire dal 25 Agosto 2014.
Buona giornata, grazie di cuore a tutti, uno per uno, e un saluto speciale e augurio di buon lavoro a tutti i miei colleghi psico-blogger
Antonio Dessì
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E' felice chi ...



La felicità e’ il frutto maturo di una ricerca. E’ felice chi ha trovato il suo punto fermo da cui osservare. E’ felice chi smette di cercare il perdono e inizia a perdonarsi. E’ felice chi non teme l’abbandono e le separazioni. E’ felice chi sa dialogare con se’ stesso. E’ felice chi sa giocare con la paura, come un bimbo fa con le ombre proiettate sulla parete. E’ felice chi, anche senza l’altro, non smette di amare. E’ felice chi ha sete d’autenticita’, chi sa ridere di se’ stesso, chi sa darsi una carezza e provare tenerezza per se’. E’ felice chi nell’amare non vede uno svantaggio o una limitazione alla sua libertà. E’ felice chi scorre come un fiume, e la sua anima, come battono le ali di un airone, dona il volo anche al suo cuore.
(Antonio Dessi’, Per una riflessione basta una vecchia panchina e se stessi)
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Essere felici



Viviamo nell’epoca della ricerca della felicità. La si cerca fuori, senza averla trovata dentro. E senza occhi interiori, ogni bellezza esterna, interna, passerà inosservata, e sepolta dal rumore di corse disperate.
(Antonio Dessì)

Buona serata a tutti da questo magnifico posto.
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Quando si è coppia ...



Esistono tante modalità di vivere in contatto con l’altro. Non parlo di giusto o sbagliato, di cosa dev’essere fatto o di cosa è necessario fare. Ma esistono dei modi sani e altri disfunzionali, non perché sia io a decidere cosa sia disfunzionale, ma perché nella mia professione ascolto la sofferenza che proviene da relazioni che non funzionano. E le studio. Vivere in coppia è un completamento nella vita affettiva e relazionale di un individuo. Troppo spesso chi vive le tanto gettonate “incomprensioni“, “diversità di carattere” e altre difficoltà, si dimentica o forse non ha mai appreso, che al di la’ delle idealizzazioni, della ricerca dell’ultima riga delle favole, la coppia si costruisce. Una coppia sana è quel sistema dove ogni individuo che la compone ha appreso a prendersi cura di sé, conosce i suoi punti di vulnerabilità, le sue aree disfunzionali e resiste al tentativo di delegare all’altro il compito di risolvere. La coppia è incontro, un passo uno, un passo l’altro. La coppia è scegliersi, e riscegliersi ancora. Troppo spesso invece si vivono problemi di coppia perché alla base, nella strutturazione della relazione c’è un patto implicito che non è quello di costruzione. A volte è un patto di rinuncia, a volte un patto di “consoliamoci nei nostri problemi“, “solo tu puoi capirmi“, e se l’altro inizia a stare male perché frustrato nei suoi bisogni, allora arriva il famigerato “non ti riconosco più“. Ma c’è anche chi vive di pretese, a volte entrambi, “tu mi devi capire“. E capite che quando entrambi vivono la frustrazione e l’incapacità, il blocco, nel riconoscere il proprio disagio, i fuochi d’artificio non tardano ad arrivare.
Per stare in coppia in maniera sana è importante stare in maniera sana con se stessi, evitare di ricercare la soluzione ai propri problemi nel rapporto con l’altro, facendo un figlio, correre a comprare l’abito da sposa, inseguire l’altro, accettare le umiliazioni, accontentarsi di briciole d’amore, bere il veleno dell’abuso, accontentarsi di un “ti stimo“. Ti amoTi amo, e ancora Ti amo. Esiste la possibilità di vivere con amore, in coppia, di avere qualcuno vicino, che sappia anche lasciare l’altro solo, e che sappia stare da solo, senza la paura di perdersi.La coppia, il Noi, è una base sicura quando è costruita con amore, perché accoglie l’uno e accoglie l’altro, dentro una dimensione così intima, che è comprensibile solo a quelle due persone, perché è co-costruita. Unica e irripetibile, luogo in cui ci si sente sicuri a distanza, dove anche lasciarsi diviene un gesto maturo e d’amore. Questo richiede impegno e lavoro su di sé. Il rischio è quello di vivere l’illusione di stare in coppia, dove non esiste nessuna coppia perché nessuno dei due è pronto per poter costruire un Noi, maturo, funzionante e bacino da cui attingere nel completamento della propria vita affettiva, e del proprio percorso di vita. All’intimità non si arriva con nozioni, non si arriva con consigli, non si arriva con psico-viagra e protocolli di riabilitazione degli organi genitali. Troppo spesso si arriva a litigare per il sesso.Questo “sesso, sesso, sesso”, l’ultima spiaggia di coppie che non sanno costruire un Noi. L’intimità è il frutto maturo di un percorso, di conquista di sé, di contatto con i propri bisogni, di fermezza, pacatezza, capacità di scegliere e desiderio di unione intima. Intimità è non temere l’altro. E’ la capacità di lasciarsi contaminare, senza temere di perdere sé stessi, e accogliere ciò che la storia dell’altro può insegnare, nella condivisione emotiva ed affettiva. Desiderare l’altro, si, nella sua esperienza, nel suo percorso da condividere con il proprio, e raccontarselo, con la capacità di amarlo. Amare il contatto con l’altro.
(Antonio Dessì, Riflessioni notturne sulle distanze d’Amore)
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Dipendenza da sesso: quando il sesso fa soffrire



Mi rendo subito conto già dalla scelta del titolo a questo articolo che chi realmente ha un rapporto disturbato con il sesso certamente non pensa di soffrire. Ho scelto di iniziare ad affrontare questa tematica perché sempre più spesso mi rendo conto che sono davvero tante le persone che entrano nella gabbia della dipendenza sessuale. Ognuna con le proprie motivazioni ed eventi che l’hanno attivata. La dipendenza sessuale è una belva inferocita che si nutre della persona che ne soffre, annebbiandone la vista, congelandone i sentimenti e gli affetti, e talvolta provocando danni irreversibili alla salute.
La dipendenza sessuale è un disagio di natura psicologica molto diffuso, sia tra le donne, sia tra gli uomini ed è particolarmente difficile poterlo individuare perchéil sesso è diventato un contenitore sempre più utilizzato nella vita delle persone, e politicaly-correct. Si, come una sostanza stupefacente.
Il discorso non è certamente morale, perché potete ben capire che uno psicologo perfezionato in sessuologia clinica, non ha certamente un atteggiamento giudicante rispetto a queste tematiche, ma sicuramente di ricerca di senso. La parola “sesso” è diventata quasi nauseante nella nostra società. Si parla sempre di quel rapporto tra pene e vagina, si parla poco di contatto tra persone e l’utilizzo della sessualità come modalità di comunicazione tra individui. Rapporti a tre, multi-orgasmi, vagine volanti …
Così, il sesso svuotato, divenuto contenitore, diviene luogo dove anestetizzarsi dal proprio dolore, dalle proprie difficoltà, da un passato che brucia e non si è ancora compreso. Le storie dei dipendenti sessuali sono tutte diverse, ognuno ha lavorato tanto internamente per creare questo contenitore vuoto e prepararsi alle scariche orgasmiche. Rivestirsi velocemente e rientrare nelle proprie case. Per poi ricominciare il giorno dopo. Il sesso è una terribile maschera che convince il dipendente sessuale di non aver un problema, anzi.
La dipendenza sessuale è una relazione disfunzionale con il sesso in tutte le sue forme, anche nella masturbazione, perché un dipendente sessuale può farlo anche per più volte al giorno. Si può iniziare a parlare di questa forma di dipendenza quando l’inclinazione della persona a vivere la sessualità come una forma naturale evolve verso un’attività senza limiti o con la costante “ricerca di emozioni“, caratterizzata da un irrefrenabile aumento del desiderio sessuale, e il bisogno impellente che questo debba essere a tutti i costi soddisfatto. Il raggiungimento dell’orgasmo, per un dipendente sessuale, è una scarica che diviene quasi automatica, talvolta divenendo quasi anestetica, ovvero, svuotata del suo piacere occasionale, di incontro, di attesa. Il dipendente sessuale ha una difficoltà a rinunciare a mettere in atto i comportamenti sessuali che possono essere disfunzionali. Il desiderio sessuale trova una gettoniera istantanea che bypassa relazione, corteggiamento, attesa.
Sicuramente c’è da dire che gli esordi di una dipendenza sessuale vedono sempre la persona caratterizzata da un scarso livello di insight, ovvero di consapevolezza dei propri gesti. Talvolta possono esserci uomini che parlano delle loro ore di ritardo di rientro a casa per andare ad incontrare escort, prostitute, luoghi di battuage, bagni pubblici, o incontri piccanti “mordi e fuggi” in risposta ad annunci su siti dove alla parola “relazione” si esegue un esorcismo, totalmente svuotati del loro contenuto emotivo e relazionale. I dipendenti sessuali divengono come di pietra, verso se stessi, verso gli altri, in un processo che li porterà sempre più verso la devastazione e la costruzione di una vita di silenzi, di non detti, di impoverimento delle relazioni e spesso la sensazione di essere sporchi.
I dipendenti sessuali amano i momenti strategici della giornata: orari prima di iniziare il lavoro, pause pranzo, uscite prima dalla palestra o piscina, ritardi all’ora di cena. Il mondo dei dipendenti sessuali è un mondo privo di comunicazione e di relazione: ciò che interessa è raggiungere l’orgasmo, e godere dello sfregamento dei genitali. In solitudine, anche se molti poi parlano di “profonde” chiacchierate con le prostitute, che si travestono da psicologhe … E sai che profondità.
Il disagio inizia tendenzialmente, anche se non sempre è così, con processi illusori di pensiero, che sono fermamente saldati nel sistema di credenze del dipendente sessuale. Ognuno ha il suo. Spesso, per quanto ad uno sguardo ingenuo possa sembrare tutto il contrario, il dipendente sessuale è spesso influenzato dalla percezione di sé come persona indegna, ed in generale alla continua constatazione che nessuno potrà appagare e soddisfare i propri bisogni. Nella totale sfiducia di sé e ovviamente verso gli altri, il dipendente sessuale costruisce un sistema conoscitivo della realtà al limite del paranoico, e il sesso rappresenta il raggiungimento di qualcosa, anche se poco.
L’inganno del sesso è quello di dare l’illusione di controllo e di capacità di decisione, mentre lentamente si sprofonda nel baratro. La caratteristica principale di chi soffre di questo disagio è la negazione, a sé stessi e agli altri, sulla presenza di un effettivo problema. La capacità di ignorare il disagio, la sofferenza, attribuire colpe agli altri e la tendenza a minimizzare i propri comportamenti, sono tutti metodi di difesa della persona che soffre di dipendenza sessuale.
Questo atteggiamento non è volontario. Il sesso rappresenta qualcosa di “non grave” rispetto ad altre dipendenze: pensiamo alla droga, all’alcool ecc… Anzi, talvolta lo svelamento di diverse sessioni sessuali alla settimana potrebbe portare il dipendente sessuale ad essere considerato uno che veramente ci sa fare. Niente di tutto ciò.
Le conseguenze del comportamento sessuale del dipendente sono varie, dalle malattie sessualmente trasmesse, alle gravidanze indesiderate, ai problemi con la giustizia sino all’arresto, alla perdita del lavoro, rottura della relazione con i partner… contagio di malattie sessuali ai partner inconsapevoli sino ad allora della vita parallela del proprio partner dipendente sessuale.
Per i dipendenti sessuali l’esperienza sessuale di sviluppa in un ciclo che contempla quattro fasi, che si rafforzano vicendevolmente ad ogni ripetizione.
Preoccupazione. La fase della preoccupazione è un momento in cui il dipendente sessuale inizia a togliere la propria maschera ed inizia a sentirsi attivato da un punto di vista fisiologico. Tendenzialmente i pensieri si raggruppano e polarizzano verso un unico senso:desiderio di avere un rapporto sessuale. Il sesso non è un’attività piacevole, è quel momento di scarica. Il dipendente sessuale non riesce a controllare il proprio impulso e minimizza i suoi comportamenti. Lo stato mentale che si crea è di tipo ossessivo, legato alla ricerca di stimoli sessuali.
Ritualizzazione. La fase di ritualizzazione contempla le abitudini speciali del dipendente sessuale, che lo porteranno al comportamento sessuale.  Il rituale intensifica la preoccupazione, ma allo stesso tempo aggiunge eccitazione allo stimolo.
Comportamento sessuale compulsivo. Il comportamento sessuale manifesto è lo scopo finale della preoccupazione e della ritualizzazione. I dipendenti sessuali non hanno controllo su questo e non riescono razionalmente a smettere tale comportamento.
Disperazione. In questa fase il dipendente sessuale che ha sviluppato un minimo di capacità di insight si rende conto che il comportamento sessuale è fuori controllo e che, dopo l’orgasmo, hanno agito a seguito di una totale impotenza.
Il tema delle dipendenze sessuali è molto vasto e come detto precedentemente ogni dipendente sessuale ha una propria storia dove questo sintomo si sviluppa. La forza di questo sistema è lo sviluppo costante di un intricata e capillare organizzazione che intercetta questo disagio. Escort, prostitute, luoghi di incontro, bagni pubblici, divengono terreno dove i dipendenti sessuali si rivolgono per dare un senso a sé stessi/e.
Uscire dalla dipendenza sessuale è possibile, se si ha la volontà di farlo e di mettere in gabbia finalmente una belva che divora sé stessi e la propria vita.
(continua …)
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