Cuori nella rete: NetLove e NetSex



Alberto ha 40 anni e da diverso tempo con curiosità si è appassionato a nuove conoscenze. Parla di Francesca, di Claudia, di Luisa, tutte donne con le quali lui parla di tutto. Politica, senso di vivere, la propria storia personale, e un matrimonio che forse non sta più andando bene. Dopo mezz’ora di colloquio chiesi ad Alberto dove trovava il tempo per incontrare queste ragazze, e come conciliava tutto questo con la sua vita di coppia. E’ li che Alberto mi guardò e mi disse: “Dottore, non ha capito, sono conoscenze che io faccio tramite internet, ci parlo la sera, ci sentiamo con whatsapp, ma non ho mai incontrato nessuna di loro”. Alberto sceglieva di chattare sempre con ragazze più giovani di lui, affascinate dall’uomo più grande di età, e questo lo lusingava ed allo stesso tempo eccitava. A momenti si sentiva importante e un punto di riferimento. Con loro si sentiva un uomo esperto e riusciva a ricostruire un senso di sé positivo e sfuggire dalla depressione. A volte queste ragazze parlavano dei loro partner di turno, giovani, a volte inesperti, e anche dei loro sentimenti, a volte non corrisposti. Alberto dispensava consigli, su come lasciarli e cercare uomini più maturi, e in questo senso gonfiava un’immagine di sé, in una trama sfilacciata, che non aveva mai considerato e non sapeva esattamente come riparare.
Alberto passava molto tempo con loro, il cellulare era tempestato di messaggini di chat: crisi varie, momenti di difficoltà, Alberto era diventato un punto di riferimento per queste ragazze. Ogni tanto Alberto dava dei suggerimenti anche inerenti la vita sessuale, cosa può piacere ad un uomo, in che modo sedurlo, cosa fargli trovare a letto. Le comunicazioni diventavano sempre più fitte, messaggini, e lunghe mail che lui attentamente leggeva la sera ed alle quali rispondeva, isolandosi in un piccolo studio nella sua casa, e raccontando alla moglie che, ogni sera andava a letto senza di lui, a lavoro gli avevano assegnato degli incarichi importanti e che avrebbe dovuto allungare i tempi di lavoro anche a casa. Alberto ormai non riusciva più a stare nel presente di una vita familiare. Mentre cenava provava già ansia ed eccitazione all’idea di aprire quella casella di posta e leggere le mail, o controllare il cellulare, rigorosamente blindato, per leggere i messaggi delle sue amiche virtuali. Era triste quando si allontanava dal mondo virtuale, dove riusciva a ritrovare un senso di Sé.
Questo è stato il primo approccio di Alberto al mondo virtuale, nato così per caso, in una sera in cui per caso digitò su google “amiche virtuali + chat”. Queste amiche non le aveva mai incontrate, ma lui ne parlava come se tra di loro ci fosse un’amicizia reale. Lui sentiva di essere importante e di essere ricambiato e soffriva quando qualcosa non andava bene con le sue interlocutrici. Rispetto alla moglie nutriva affetto ed ammirazione, per una donna che a detta sua era in grado di affrontare le avversità della vita. I rapporti erano radi e svuotati. Alberto passò anche a Facebook, e iniziò a collezionare contatti, uno dopo l’altro, tutte persone con nickname, qualcuna anche con nome e cognome vero.
Sentiva di essersi affezionato a Francesca ed è con lei che ad un certo punto arrivò anche il sesso virtuale. Lei si era proposta di mostrarsi in web-cam, con abiti succinti e solo per lui, e lo aveva invitato a toccarsi assieme a lei. A questo punto scoprì un nuovo mondo, e ben presto iniziò a proporre questo gioco anche alle altre amiche, che accettarono senza tante resistenze. Così la sera usava la web-cam, durante la giornata messaggini con foto di parti intime su whatsapp. Era spesso eccitato. A volte andava nel bagno dell’ufficio dove lavorava e si masturbava. Tutto questo è diventato un appuntamento quotidiano.
Col tempo ha parlato di tutto ciò alla moglie, raccontandole cosa succedeva: i messaggini, la chat, la web-cam. La moglie ha sempre avuto un atteggiamento estremamente accudente ed anche in questo caso ha accolto ciò che stava succedendo, pur non condividendo ciò che lui faceva, e non mostrando interesse. Ad Alberto sembrava di sentirsi più eccitato anche nei confronti della moglie, proprio con lei, con la quale i rapporti non sono mai stati intensi e profondi, ma spesso superficiali e basati sui preliminari ed il sesso orale.
La situazione di Alberto è complessa. Lui si rivolge ad uno psicologo perché si rende conto che le cose non vanno bene e che al di la di tutto non può più vivere con il virtuale, per sfuggire dalla sua vita reale e dall’insoddisfazione di una vita di coppia, probabilmente alla deriva. Il mantenimento delle relazioni virtuali consente ad Alberto di rimanere in una condizione di stallo, dettata dal fatto che nelle conoscenze virtuali, che per molte persone che rimangono intrappolate nella rete in relazioni di questo tipo, l’altro diviene uno schermo su cui proiettare  aspettative e contenuti provenienti dal proprio mondo interno. Pertanto relazioni sentimentali e sessuali divengono sempre più forti nella rete perché si evita il confronto reale. Da qui nascono innamoramenti, e la sensazione di aver trovato finalmente la persona che porterà felicità. La comunicazione virtuale non consente di usufruire di aspetti molto importanti nella comunicazione umana, come per esempio il linguaggio non verbale, il tono della voce. Tutto questo crea un’area conflittuale spesso di tipo nevrotico, specie nelle chattate di mesi, sulle quali vengono proiettati aspetti riguardanti sé stessi e non l’altro. Le reazioni sono tra le più svariate e molto hanno a che fare anche con il tipo di personalità della persona coinvolta. Il disinvestimento dalla vita reale verso quella virtuale è spesso dato da una posizione della mente meglio nota come idealizzazione. L’altro idealizzato ha tutto ciò di cui si ha bisogno. Questo blocca un reale processo di elaborazione ed integrazione di esperienze frustranti, come per esempio il matrimonio di Alberto con sua moglie. Il virtuale è spesso una via di fuga a disagi più profondi, sui quali sarebbe importante riflettere. Spesso chi ne soffre tarda a rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto, proprio a causa dell’effetto euforizzante del mondo virtuale. Spesso l’elemento di scompenso è rappresentato da litigi, fraintendimenti e rotture di rapporti virtuali durati per mesi. E’ li che spesso le persone chiedono aiuto.
(continua…)
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"Non è il mio tipo": le principesse tristi



Sognanti ed apparentemente sicure si sé e di ciò che vogliono. Così spesso si presentano alcune donne. Storie di donne e di amori difficili, imprigionate  in una torre che impedisce loro di costruire relazioni di conoscenza feconde. Quando pensano all’amore ne parlano come una cosa lontana, qualcosa di veramente speciale, qualcosa per cui non si può decidere su due piedi. E quando incontrano un uomo, si interrogano su quello che sta succedendo, se quell’incontro veramente è un incontro folgorante, quello che loro sognano per sé stesse e che nella loro logica corrisponde al vero amore. Per queste donne l’amore è qualcosa di seducente che brucia nelle fiamme della passione, un amore totalizzante e pieno sin da subito, e sopratutto un amore a costo zero. Degne d’amore incondizionato, queste donne aspettano un principe che le porterà fuori dalla torre in cui sono imprigionate, ma spesso il principe muore mangiato dai coccodrilli, quelli affettivamente più maturi scappano, quelli che condividono problematiche comuni invece comunicano dalla loro torre con loro. Una torre di sogni, una torre psico-logica che impedisce loro il vero incontro, perché il vero fuoco delle storie con donne principesse tristi si snoda tutto in un gioco seduttivo, e quando il principe di turno è caduto nella ragnatela e si rimbocca le maniche per salire sulla torre, perché il mito della conquista è ancora in auge rispetto a quello della disponibilità, spesso si dovrà confrontare con una donna incapace d’amare, che chiede amore a senso unico e come lo vuole lei. Una principessa senza braccia per abbracciare, dal corpo ricoperto di ghiaccio.  Le principesse tristi sono donne, spesso anche molto giovani, che possono sicuramente avere la possibilità di incontri importanti, ma se ne precludono la possibilità. Spesso sono donne che nel tempo sviluppano difficoltà sessuali, tra quelle più frequenti l’anorgasmia e il vaginismo, che sono sicuramente secondari alla vera problematica. Investono molto nel loro aspetto esteriore ed hanno difficoltà ad attivare un dialogo interiore più profondo con loro stesse. Spesso parlano delle loro storie d’amore come poco soddisfacenti, oppure giustificandone il fallimento con frasi tipiche: “Non era quello giusto“, “Non sono riuscita ad innamorarmi“, “Era troppo scontato“, “Non è il mio tipo”. “Non è un vero uomo”, anche avanti a partner affettivamente maturi. Sono poco interessate agli aspetti di relazione e affettivi ma inseguono immagini, come eterne bambine che ascoltano un genitore che legge la storia di una principessa che un giorno troverà il vero amore. L’esperienza di amore si attiva quando l’uomo fa di tutto per conquistarla, per “raggiungere la vetta” quella torre, spesso metafora di rapporti sessuali insoddisfacenti od impossibili con queste donne, o comunque di un incontro difficile.
L’ideale amoroso di queste donne spesso cela, ad un’osservazione più attenta, un atteggiamento generale di sfiducia verso le persone, psicologi e psicoterapeuti inclusi. A volte sembrano comunicare di non aver bisogno di nessuno, e spesso usano le persone “solo per quello di cui ho bisogno” evitando il confronto e la costruzione di un dialogo e uno scambio. La sessualità non è centrale nella vita di queste donne, tanto che anche questo è sognato come momento di unione, come “completamento“, tutte narrazioni che sottendono un’incapacità di sperimentarsi, di entrare in contatto con l’altro e conoscerlo, anche nella sessualità. Non esiste una pluralità di esperienze sessuali legate alla relazione con partner diversi, esiste l’atto come momento di completamento di un sogno. Anche da un punto di vista di consulenza sessuale, la richiesta di risoluzione di disagi sessuali è spesso legata al film che queste donne si raccontano e non ad un’esigenza relazionale, e in questo senso è importante chiarire da subito quali altre difficoltà ci sono. Le caratteristiche di queste donne sono osservabili anche da un punto di vista corporeo. Spesso sono rigide, ed il corpo rappresenta proprio la torre nella quale sono imprigionate, l’incapacità di esprimere emozioni. La modulazione corporea è statica. Modificano pochissimo il loro atteggiamento.  Queste donne in generale temono l’eccitazione, e quando un uomo si avvicina spesso mettono in atto strategie di fuga o comunque di sedazione psicologica rispetto a quello che potrebbe succedere.  Spesso, gli uomini si allontanano, lasciandole sole. Altre volte invece incontrano uomini che decidono di portare avanti una relazione con loro, spesso algida o a distanza. Spesso, alla risoluzione di disagi sessuali da parte delle principesse tristi, salta fuori un disagio sessuale nel partner. Proprio perchéil patto che spesso sta alla base di queste relazioni è la distanza emotiva, affettiva e sessuale profonda. Non è infrequente che spesso queste coppie abbiano una sessualità limitata, fatta di preliminari e a volte l’incapacità orgasmica, su cui spesso toccano emozioni di tristezza e sconforto. La sessualità è spesso una finestra da cui entrare, che va riletta come incapacità di avvicinarsi e di entrare in contatto con le proprie emozioni e con quelle dell’altro. Le principesse tristi vivono costantemente dentro un paradosso: ciò che desiderano è ciò che temono.
Queste donne spesso utilizzano la strategia della svalutazione del partner di turno, definendolo spesso come poco interessante o attraente. In realtà tutto questo è in funzione della loro incapacità di entrare in contatto, e in questo senso mantenere ibernata la relazione. Spesso la storia di queste donne è caratterizzata da eventi traumatici, o figure genitoriali invischianti,idealizzanti ed a qualche livello abusanti (anche se non nel termine classico di abuso). Nelle loro storie mancano esperienze di vita che abitualmente vengono fatte, sopratutto in adolescenza, e talvolta si nota un distacco rispetto agli altri.
(Continua nei prossimi giorni ….)
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Darsi a se stessi ...




La felicità si costruisce giorno dopo giorno, non si compra, non cade dal cielo, non arriva come un fulmine, non è in una persona diversa da noi. Tutti possono mettere mani sul proprio giardino, se si è capaci di amarlo e di sentirlo unico, e non lasciarlo abbandonato e secco. Nessuno lo farà al posto vostro. E a ciò, accompagnarsi dal desiderio di nuove piante, di verde, di un giardino rigoglioso e fiorito. In tutte le stagioni possono esserci fioriture. Amare, prima di tutto, darsi a se stessi.
(Antonio Dessi')
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Vivere il presente ...



“Un uomo che stava attraversando un campo incontrò una tigre. Cominciò a scappare con la belva alle costole. Giunto ad un precipizio si aggrappò ad un rampicante selvatico e si lanciò giù,oltre il ciglio. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando l’uomo guardò in giù, dove molto più in basso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo… L’uomo vide una succulenta fragola vicino a sè. Tenendo il rampicante con una mano, colse la fragola con l’altra. Com’era dolce!”
(Racconto tratto da 101 storie zen di  Nyogen Senzaki e Paul Reps)
Nel vivere una nuova esperienza, il passato e il futuro diventano il richiamo di fantasmi, o delle tigri, come nella storia zen. Se la osserviamo con gli occhi del passato, perderemo lentamente forza per portarla avanti e diventerà pesante come il piombo. Se invece la si guarda con gli occhi del futuro, l’incertezza e il dubbio si tramuteranno in un vortice di angosce anticipatorie, cuori spaventati, perché non possiamo avere occhi del futuro da subito, se non in una progettualità e quando le acque, limpide e azzurre, sono per noi navigabili. Ogni nuova esperienza e’ tesoro di cui si gode nel presente, perché è li che si può stare con la certezza di ciò che si sente e si prova, e attivare l’esplorazione per costruire una base da cui partire. All’inizio si esplora il territorio, poi si parte. La mente non è così forte da assicurarci ciò che proveremo o succederà. Lasciare i veli neri di depressione, e gli spauracchi e fantocci di cartapesta. Amare. Amare, sino a dove si arriva, quel giorno, senza rimproveri, senza osservare date o orari, consapevoli che il tempo interiore non conosce regole logiche. E la sera, ringraziare per ciò che si è stati in grado di costruire e vivere. Per quel pezzo di felicità che ci si è donati.
(Antonio Dessi’)
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Amore, coppia e stili affettivi (Parte 3)



I bisogni affettivi e di amore che le persone sperimentano nell’unirsi ad un’altra persona nella vita adulta hanno delle peculiarità rispetto a tutte le altre relazioni che la persona può vivere, e come già scritto nei post precedenti richiamano memorie dei legami di attaccamento in infanzia.
Così come nell’infanzia si creano aspettative rivolte alle figure di accudimento, anche nella vita adulta questo succede nei confronti del legame con un’altra persona (a volte innescando delle vere e proprie proprie problematiche nel mantenimento e chiusura del rapporto) dal livello di maturità emotiva ed affettiva che il soggetto possiede, e dalla profondità del dialogo con sé stesso/a. In generale, secondo un’ottica che analizza i sistemi motivazionali, stimolare troppo il sistema di accudimento in generale porta al crollo di altri, per esempio quello sessuale, e spesso questo succede in tante difficoltà sessuali. Anche in tutto ciò che può essere considerato come immaginario di coppia, la scelta del partner tendenzialmente conferma le aspettative iniziali reciproche, e in questo senso l’uno diventa modello dell’altro e il legame si manterrà.
Spesso si incontrano coppie che parlano poco della loro storia, del passato, ma è importante riconoscere che nel rapporto d’amore ognuno è portatore di una storia, di bisogni e di un’identità. In questo senso le prime relazioni affettive con le figure di accudimento (in primis la madre) costituiscono parte determinante della modalità di relazione all’interno della coppia.
Abbiamo visto nel post precedente le caratteristiche dell’attaccamento sicuro e di quello ambivalente. In conclusione le altre due tipologie di attaccamento che sono state studiate e che rappresentano una mappa su cui gli psicologi si muovono nell’analisi dei legami e degli stili affettivi.
Attaccamento evitante. Lo sviluppo di un attaccamento evitante vede spesso la presenza di una figura di accudimento (spesso la madre) poco orientata ai bisogni di contatto con il bambino. In questo senso si osservano madri che non abbracciano, non coccolano e non rassicurano il bambino nei momenti di tensione. Tendenzialmente sono donne distaccate e fredde e conservano un’unica preoccupazione legata ai bisogni fisici di nutrizione ed igiene del bambino. Trascurano i bisogni emotivi.  Sono figure di accudimento che spronano in maniera molto precoce il bambino ad assumere atteggiamenti autonomi e tendenzialmente amplificano l’importanza di un’autosufficienza, necessaria per compensare le loro mancanze. Spesso loro stesse sono state deprivate e non hanno conosciuto figure di accudimento amorevoli e responsive. Il bambino inizia a sviluppare uno stato di solitudine e impara a cavarsela da sé, rinforzato dalla figura di accudimento che vede in tutto ciò il raggiungimento di grandi traguardi (spesso anche confrontandolo con quello di altri bambini). Tutto questo perché il bambino apprende che il genitore non è disponibile e non può aspettarsi il conforto necessario e vitale. Il processo di auto-consolazione avviene a fronte di una spesa in termini psichici che è quella che prevede il distanziamento dal proprio mondo emotivo. In questo senso la razionalità diviene auspicabile, le emozioni vengono temute, e si sviluppa uno stile di pensiero per cui chiedere aiuto fa sentire fragili e vulnerabili e pertanto bisogna cavarsela da soli. In questo senso si possono vedere persone che chiedono aiuto dopo tanti anni di sofferenza proprio perché chiedere aiuto è visto come una fragilità, a fronte di una sofferenza psichica legata all’esclusione del proprio mondo emotivo.
Nella vita adulta le persone con attaccamento evitante preferisconorelazioni superficiali, in cui non coinvolgersi eccessivamente. Già nella costruzione delle relazioni i movimenti interni e relazionali sono quelli di costruire un muro tra sé e l’altro, nell’ottica di preservare il proprio spazio di autonomia e “libertà”. Spesso si vive separatamente, e si considera la convivenza e il matrimonio come una forma di legame eccessiva. In questo senso le spiegazioni razionali hanno una quota molto alta nei discorsi di queste persone. Gli aspetti emotivi rimangono sepolti, proprio perché questi possono essere vissuti da soli, e non condividendoli. Queste persone hanno tendenzialmente timore dell’intimità e sono spesso pilotati da alti e bassi emotivi e spesso da sentimenti di gelosia nei confronti del partner. Nella scelta del partner si orientano verso persone simili, ovvero che razionalmente soddisfino quei criteri di “cose in comune“, che altro non sono che pillole razionali rassicuranti che consentono il mantenimento di un equilibrio rispetto ad una situazione di scompenso con una persona con stili affettivi differenti. E’ la creazione di un’associazione a delinquere e il patto della coppia è spesso: “non ci si tocca”, e questo consente il mantenimento della relazione, sino a quando uno dei due non inizia a soffrire o mostra segni orientati ad un evoluzione e sviluppabili in psicoterapia. Temono le delusioni, pertanto le relazioni troppo ardenti non vengono ricercate, per preservare il sentimento di inattaccabilità. Sono soggetti tendenzialmente con un’immagine positiva di sé ed enfatizzano autonomia e fiducia in se’ stessi. Si fa tutto da soli. Spesso queste persone dichiarano di non essersi mai innamorate e valutano le loro storie d’amore come poco piene e cariche emotivamente.
Attaccamento disorganizzato. Questo modello di attaccamento è abbastanza complicato in quanto crea molta sofferenza alla persona che lo ha sviluppato. Il genitore di queste persone è stato spesso abusante, svalutante, e completamente disconnesso rispetto al proprio ruolo genitoriale. L’incoerenza è alla base di un attaccamento disorganizzato. Le risposte del bambino sono quelle di angoscia e paura. In questo senso il bambino, poiché non potrebbe vivere da solo, e l’attaccamento ha una base biologica profonda, si lega comunque a loro nonostante gli abusi, la svalutazione e l’incoerenza. Non ha molte scelte. Lo sviluppo di questa psico-logica consente al bambino di unirsi e legarsi affettivamente a persone spaventanti, che gli fanno sperimentare paura. Le reazioni di paura e i sentimenti d’amore che ne derivano, non consentono al bambino di interiorizzare una figura tranquillizzante di sé e dell’altro. Il bambino pensa se stesso e l’altro come cattivo.
Gli adulti con attaccamento disorganizzato sviluppano delle relazioni che sono altamente tossiche, del tipo carnefice-vittima, sadiche, masochistiche. Il dolore proveniente dalla discontinuità che caratterizza quello stile affettivo è dovuto al fatto che queste persone hanno molta difficoltà a farsi accettare come partner, se non da persone che possiedono queste peculiarità. O riescono a superare questi ostacoli a seguito di una psicoterapia. Il conflitto si snoda sul bisogno di intimità fusionale e la necessità di tenerlo a distanza, tendenzialmente per evitare le minacce di abbandono e le conseguenti sofferenze emotive (spesso anche di disintegrazione). La possibilità di relazione sentimentale viene vissuta con molta angoscia e a seconda del livello di elaborazione del soggetto, diviene insostenibile e viene rotta.
Con questa serie di post ho voluto illustrare uno dei modi in cui possono essere osservate le dinamiche relazionali affettive, sopratutto nel mio approccio, quello cognitivo-costruttivista, e quanto dietro tutto ciò che succede in una coppia ci sia una storia, che affonda le proprie radici profondamente, spesso anche nel dolore. Avere uno stile di attaccamento insicuro non significa che non si possano vivere storie d’amore importanti, ma sebbene alcuni aspetti rimangano costanti, si può evolvere ed amplificare la consapevolezza delle proprie dinamiche interpersonali ed affettive e riconoscerle. Questo consente di poter correggere, nella costruzione di una storia, quelli che sono i richiami che richiamano il passato e che tentano di rivivere ancora oggi, a volte impedendo una vita di relazione appagante e felice.
Leggi anche
PARTE 1    http://antonio-dessi.blog.tiscali.it/2014/10/11/amore-relazioni-di-coppia-e-stili-di-attaccamento-parte-i/
PARTE 2   http://antonio-dessi.blog.tiscali.it/2014/10/15/amore-relazioni-di-coppia-e-stili-di-attaccamento-parte-2/
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Sull'amore...



In amore i “se” e i “ma” non portano da nessuna parte. Ci consegnano un’immagine di due persone con abiti sbiaditi, deprivate d’amore, che non si toccano, anche se fanno sesso. E’ a quel punto che si può confondere l’amore con la sofferenza. Ma amare non è soffrire. Basterebbe ricordare sempre che possiamo amare solo chi è li per noi, senza “se”, e senza “ma”, pena la tortura e la perdita di se stessi. E poi, la prima persona ad essere presente a noi stessi siamo semplicemente noi prima di tutto. E se questo succede, ogni scorpione affettivo verrà lasciato nel deserto, ogni lucertola assetata e impazzita verrà lasciata nel giardino. Ogni maiale che si traveste da principe azzurro verrà smascherato e rispedito nel porcile. Perché se si ama il proprio cuore, e se stessi, si desidera davvero qualcuno che sia li davanti, solo per noi, senza “se”, senza “ma”, a concedere spazio, occhi e cuore per guardarti. Se li ha …
(Antonio Dessì)
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Amore, coppia e stili affettivi (Parte 2)



La teoria dell’attaccamento spiega come la relazione primaria madre-bambino rappresenti un prototipo delle future relazioni amorose.  Questo significa che questa relazione primaria di accudimento funge da modello e determina la formazione di uno schema di attaccamento che poi il bambino, diventato adulto, porterà nell’interazione con l’altro nellacostruzione di legami affettivi. Questo modello raccoglie tutti gli stili di pensiero, le emozioni e i comportamenti che nella realtà costruita dal soggetto rappresentano le modalità più adattive per poter costruire un legame, non solo di coppia.
In questo senso le persone possono presentare varie configurazioni di stili di attaccamento, che per ragioni didattiche sono stati suddivisi in quattro categorie.
Attaccamento sicuro. La caratteristica principale di questa tipologia di attaccamento è ilsentimento di fiducia e sicurezza nei confronti della figura di attaccamento, nel caso del bambino il genitore. In questo senso il sentimento di fiducia si sviluppa perché il bambino è consapevole che la madre soddisferà i suoi bisognilegati alla nutrizione e alla protezione, svilupperà un contatto fisico e sarà in grado di alleviare le tensioni che provengono dal corpo. Il bambino con un attaccamento sicuro sa che se la madre scompare dal suo campo visivo tornerà per accudirlo e non sarà destinato all’abbandono. Questa modalità di attaccamento consente al bambino di stare tranquillo, e il sentimento di fiducia e sicurezza gli consente l’esplorazione libero dalle paure e condizionamenti. La figura materna che è in grado di sviluppare una relazione di attaccamento sicuro con il proprio bambino è una figura che gli psicologi spesso chiamano madre sufficientemente buona, un termine coniato da uno studioso di nome Winnicott. Queste madri hanno sviluppato una buona consapevolezza di sé e della propria sintonizzazione emotiva nel ruolo materno. Accudente ed amorevole nei confronti del figlio e non intrusiva, lascia che il bambino, nei momenti in cui non manifesta bisogni, possa costruire una sua identità in maniera autonoma e senza di lei, evitando intrusioni e soffocamenti.
Nelle relazioni sentimentali i soggetti che hanno sperimentato un attaccamento sicuro sono soggetti che principalmente sonocapaci d’amore. Sanno dare e ricevere amore e sviluppano un senso di fiducia nei confronti del partner, liberi da tormenti legati a pensieri su tradimenti o abbandoni. La persona che ha sviluppato un attaccamento sicuro costruiscono un’immagine di sé e dell’altro positiva, sono fiduciose nell’esplorazione e nei confronti delle nuove situazioni, anche sentimentali, e si aprono ad un’intimità e una dipendenza rispetto all’altro. La fiducia e la capacità di donarsi delle persone che hanno interiorizzato questo stile di attaccamento è alla base dell’innamoramento e della capacità di creare relazioni feconde d’amore e non asciutte. Tendenzialmente scelgono persone con un attaccamento sicuro perché è nello scambio reciproco che vivono la relazione come feconda e non frustrante. Accettano i partner nella loro totalità e tendenzialmente hanno relazioni stabili.
Attaccamento insicuro-ambivalente. E’ uno stile di attaccamento molto diffuso. Il termine che maggiormente risalta rispetto alla definizione di questo tipo di attaccamento è “ambivalente“. Questo si riferisce in linea generale ad una posizione di ambivalenza nei confronti del genitore, sentimenti di amore e odio. In questo senso è sempre bene lasciarsi aiutare durante la gravidanza, e anche nel post-partum sopratutto se la donna ha delle vulnerabilità di fondo irrisolte o porta avanti il periodo di gestazione con conflittualità, nodi irrisolti, o in generale un sentimento di non serenità. In generale queste donne instaurano una relazione con il proprio bambino in termini conflittuali, accompagnate da paura spesso inconsapevole, ed in generale dal timore di essere distrutta dai bisogni del bambino, ed in particolare dalla visione che ella ne ha come piccolo essere pieno di pretese, a volte vizi, ed in generale esigente. Queste madri si comportano in maniera ambivalente. A volte soffocano il bambino ed in questo senso, questi non impara a sviluppare un senso di fiducia, ad attendere la situazione in cui, dopo lo stato di tensione seguirà l’allattamento e la scarica di tensioni. Il bambino sviluppa sentimenti di sfiducia, inaffidabilità e diffidenza in quanto questi è a volte disponibile e a volte è deprivante in maniera inspiegabile. Il bambino si percepirà buono quando la madre sarà buona, e cattivo quando la madre sarà cattiva.
I soggetti con questo tipo di attaccamento, nella vita adulta, sono tendenzialmentediffidenti. I partner saranno percepiti in senso ambivalente, a volte amorevoli, a volte no e il fondo della relazione è sempre il sospetto. In generale si teme che il partner possa interrompere in maniera brusca la relazione o che possa tradire. In generale molte persone che hanno una percezione di sé negativa hanno in realtà sviluppato questo stile di attaccamento. Non ci si sente degni di amore e si dubita continuamente sul proprio valore. Spesso queste persone non si sentono capite, vivono il terrore di essere lasciati/e dai partners, si interrogano continuamente sul fatto di essere amati o no, e non sviluppano fiducia ne in sé ne nell’altro. Tendenzialmente non riescono ad esprimere i propri bisogni e diventano spesso dipendenti. Tutto questo perché il centro su cui ruota la relazione è la paura della perdita e il rifiuto. In coppia costruiscono temi molto conflittuali sopratutto legati al tema della fusione con l’altro, che desiderano, ma dall’altro lato temono.  Spesso questo è il terreno affettivo su cui si innescano esplosioni di rabbiascenate di gelosia, e un clima di sospettosità circa la vicinanza emotiva del partner e la sua affidabilità. In generale le relazioni sono sempre costruite con il pensiero di perdita ed insicurezza, sin dall’inizio. Tendenzialmente hanno molta facilità ad innamorarsi, anche se spesso sognano il vero amore, vissuto come discontinuo. Le relazioni sono alternate da alti e bassi emotivi, sentimenti di gelosia e forte attrazione sessuale.
(Continua nei prossimi giorni ….)
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5 anni di psico-blog: ..con quasi un milione di auguri



Il 13 Ottobre del 2009 ho inaugurato la prima versione del mio blog con il primo articolo di benvenuto. Da allora tantissime cose sono cambiate nella mia vita professionale, e questo momento, che voglio festeggiare con tutti voi, mi consente di vedere il cammino fatto e tutto ciò che ancora vorrei fare, che vorrei approfondire, che vorrei rendere fruibile e condividere con tutte le persone che mi leggono, con coloro che passano anche solo una volta, con tutti coloro che costantemente mi seguono.
Inizialmente non è stato facile, ero incredulo, scettico, e di certo utilizzare il blog come mezzo di comunicazione a scopo professionale richiede impegno ed energie e tutto ciò non ti viene insegnato all’università. A volte mi capita di sentire delle frasi, a considerazione del mio lavoro in studio e su internet: “Eh, ma tu hai il blog” … come se questo mi fosse caduto dal cielo o per concessione divina. Il blog è uno spazio gratuito che tutti possono aprire. Ovviamente anche Nella Stanza di uno psicologo ha aperto con zero click. Ho capito nel tempo che questa attività è fondamentale. Lo psicologo esce da una visione statica ed impolverata e si muove tra le persone, informa, si rende disponibile, crea spazi di riflessione. Lo stesso nome del mio blog è evocativo, una stanza dello psicologo virtuale aperta, dove dietro ci sono le mie mani, i libri uno sopra l’altro, gli appunti, i fogli con qualche riflessione presa al volo in svariati momenti, che poi germoglia in un articolo, in una riflessione, che condivido.  Spesso le persone che vedo in studio, si rivolgono a me perché hanno letto un mio articolo, hanno riflettuto su un tema, o comunque il mio lavoro, come una goccia d’acqua che lentamente scalfisce la roccia, ha fatto un percorso. Scopro sempre cose diverse anche sulle cose che scrivo, e su come le scrivo, come vengono lette, cosa è importante dire, come per esempio che l’articolo non sostituisce mai una visita diretta con uno psicologo, ma rappresenta uno spunto di riflessione.
Sono felice quando sento che i miei articoli in qualche modo sono utili, stimolano la riflessione, consentono di aprire nuovi orizzonti e talvolta anche portare alla richiesta di cambiamento.  Credo che questa attività sia molto faticosa, se si pensa che mentre lavoro in studio, persona dopo persona, poi ci sono tante persone che comunque leggono e che restano in contatto con il mio lavoro, qui sul blog, sulla pagina facebook. E’ un’emozione ricca. Sento in maniera molto forte la responsabilità e l’impegno da dedicare a tutto ciò, l’impegno che ho preso. Il lavoro di psicoblogger è un progetto culturale e certamente l’informazione psicologica che produce crea richieste di aiuto concrete, non solo a Cagliari, ma anche in tante altre parti dell’Italia, e non solo nel mio studio. Il mio blog è posizionato su due piattaforme, la prima e storica quella di blogger.com, e ora anche su Tiscali. A questo in aggiunta anche tutto il mondo che segue il blog attraverso Google+
Non l’avevo mai fatto, ma ora vorrei contare con voi un po’….
 46.757  visualizzazioni su Tiscali
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740.224 visualizzazioni del mio profilo e articoli su blogger e google+
e poi le riviste nazionali e locali su cui ho pubblicato e pubblicoVitaInCoppiaStarbene, i quotidiani tra cui l’Unione Sardail Mattino, le interviste in studio e telefoniche per portali internet e radio, il progetto di paperblog e tanti altri. Sono felice.
Un lavoro, quello della Stanza di uno Psicologo di 929.829 visualizzazioni. Quasi un milione. Per me è un traguardo importantissimo e lo vedo come una restituzione di energia, di un ciclo che crea cultura e scambio,  lettura … e poi tutti i vostri riconoscimenti, quasi un milione. Click dopo click, per 5 anni interi. Grazie a tutti di cuore, uno per uno. Spesso sento dire che fare lo psicologo “non paga“, ma la mia esperienza dice diversamente. E’ un lavoro ricco, entusiasmante, una vera avventura. E io la porto avanti con amore e passione, rompendo gli schemi sacri di una professione chiusa ed elitaria, così come mi hanno insegnato. E tutto ciò mi rende felice. Felice.
Sono certo che ogni grazie inviato arriverà alla persona a cui è destinato.
Antonio Dessì
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Amore, coppia e stili affettivi (Parte I)



La declinazione costruttivista dell’approccio cognitivo alla psicoterapia, in ambito di relazioni umane, ha come base lo studio di tutte quelle manifestazioni meglio note come comportamenti di attaccamento. Da questo punto di vista, tutte quelle relazioni affettive che si sono instaurate nell’infanzia con le figure di riferimento sono fondamentali nella strutturazione della personalità dell’individuo e nel lavoro, in ambito di psicoterapia, di quelli che sono meglio definiti come stili affettivi.
Uno studioso di nome Bowlby, a fine degli anni 60, ha studiato e teorizzato i principali stili di attaccamento, mettendo in evidenza come il rapporto sopratutto con la madre funga da elemento organizzatore nello sviluppo dell’affettività e di conseguenza nel rapporto con gli altri. Pertanto relazioni amicali, le relazioni con i partners, il livello di fiducia che si ripone nella relazione con un’altra persona, e l’atteggiamento verso il futuro, sono orientati da matrici molto profonde che hanno a che fare con le prime relazioni, in particolar modo quella con il care-giver (sopratutto la madre).
Le opere di Bowlby, che gli psicologi conoscono bene, mettono in evidenza il comportamento di attaccamento, che ha una matrice biologica molto forte, e la regolazione emotiva ed affettiva tra il caregiver e il bambino. In generale l’attaccamento si riferisce proprio allo speciale legame affettivo che il bambino porta avanti con la persona che lo accudisce e dimostra che lo sviluppo armonioso della personalità del bambino dipende dalla tipologia di attaccamento alla figura materna.
In generale la teoria dell’attaccamento mette in evidenza come situazioni in cui è stata presente una figura di accudimento sensibile ai bisogni del bambino portino allo sviluppo di unattaccamento sicuro. Tutto questo avrà delle ripercussioni sul bambino, il quale svilupperà un senso di fiducia verso sè stesso, gli altri e il mondo e avrà strumenti per fronteggiare adeguatamente le situazioni che incontrerà. Contrariamente una figura di accudimento scarsamente presente (per svariati motivi, ma pensiamo per esempio a quelle situazioni di depressione post-partum ecc.. ma non solo) sarà poco in grado o anche del tutto incapace di rispondere con sensibilità ai bisogni del bambino. Questa esperienza consentirà lo sviluppo di una forte insicurezza verso sé stessi e verso gli altri, configurando uno stile di attaccamento insicuro.
Gli stili di attaccamento sono stabili nel tempo e si ripresentano costantemente nella vita del soggetto nelle situazioni relazionali.
Nell’ambito dello studio delle dinamiche di coppia, la teoria dell’attaccamento, rappresenta uno degli strumenti di comprensione ed analisi delle situazioni comportamentali. In generale è possibile dire che i modi che vengono utilizzati per legarsi affettivamente ad un’altra persona (sia amicizia, sia relazioni sentimentali ecc…) riflettono in maniera inequivocabile le esperienze primarie di attaccamento che sono state vissute.
In questo senso la teoria dell’attaccamento mette in evidenza la costruzione di una matrice mentale che ha la funzione di agevolare la formazione di rappresentazioni mentali di sé stesso e dell’altro, ciò che uno pensa di sé (a seguito delle esperienze di accudimento) e ciò che pensa dell’altro (ciò che si aspetta l’altro faccia rispetto a sé stesso). Questi modelli sono perlopiù inconsapevoli, tendono ad essere stabili nel tempo, così come diversi studi suggeriscono, e influenzano fortemente le relazioni affettive successive. In generale si tenderà a ripetere la primaria relazione che l’individuo ha sperimentato, e in questo senso la psicoterapia si inserisce nell’analisi del proprio stile affettivo.
In questo senso, una persona che ha una rappresentazione di sé sicura, sostenuta da esperienze di cure amorevoli, e di conseguenza un modello mentale degli altri come individui di cui fidarsi è tendenzialmente una persona che ha strumenti per riconoscere, all’interno della creazione di un legame affettivo, segnali di affidabilità e di interesse, e disinvestire su quelli di superficialità. In questo senso la capacità di scelta è una componente molto importante e tendenzialmente sviluppata in questa tipologia di persone.
Contrariamente, le persone che non hanno interiorizzato esperienze d’amore positive, tendenzialmente non si sentono degne di essere amate, o possono anche considerarsi autosufficienti. In quest’ottica, la matrice dell’attaccamento si muove alla ricerca inconsapevole di partner che soddisfino questa rappresentazione mentale di sé. Solo per fare un esempio, è molto probabile che una donna, in passato bambina maltrattata da genitori violenti, libera da un’analisi psicoterapica approfondita, bruci la sua esistenza alla ricerca di partner a qualche livello violenti o abusanti nei suoi confronti, nonostante possa sognare di unirsi ad un parte amorevole, comprensivo e dolce.
(Continua nei prossimi giorni ….)
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Nuove forme di narcisismo? Il selfie



Qualche sera fa mi trovavo ad una cena ed ad un certo punto si è aperta una discussione sul tema deiselfie, gli autoscatti che si possono fare tramite smartphone e che spesso vengono postati sui social network o inviati tramite chat.
Diverse persone discutevano del fatto che oggi si parla spesso della sindrome da selfie, secondo cui  il Web 2.0 può incrementare aspetti della personalità meglio noti agli esperti come narcisismo.
Pertanto, spesso di parla di disturbo narcisistico di personalità connesso all’azione di postare una foto sui social network ed attendere i tanto famigerati like. Come mi disse un professore di psichiatria all’università: “i narcisisti non sono certamente quelli che si guardano allo specchio e basta“. Poiché non vivo in una caverna, spesso mi è capitato di osservare il fenomeno dei social network e di quello che succede nella rete. Spesso ho visto varie persone postare i tanto famigerati selfie. E’ una pratica ormai molto diffusa, tanto che lo fanno i più piccoli e le persone più anziane.L’etichetta di disturbo narcisistico di personalità mi sembra alquanto esagerata e sopratutto decontestualizzata, nel senso che le analisi che ho letto rispetto a questo fenomeno, non considerano la natura dei social network e la loro funzione. Non sono certamente circoli letterari o gruppi di espressione della propria emotività o affettività. Sono luoghi dove la comunicazione è molto veloce, anzi, la più vincente è quella più veloce. Le persone non si soffermano a leggere post lunghissimi. E spesso l’immagine è un modo per comunicare un concentrato di contenuti e per mostrarsi agli altri. Consideriamo il fatto che spesso i selfie vengono fatti in situazioni diverse. Durante un escursione, durante il tragitto da casa a lavoro … velocità. Comunicare agli altri qualcosa utilizzando ciò che di più veloce si possiede. In questo senso vedo anche un eccesso di interpretazione da parte di certi autori, di quelle che sono le motivazioni personali più profonde che spingono ad un selfie.
Spesso non si riconosce che l’evoluzione della comunicazione e delle nuove modalità di comunicare tra le persone incontra la tecnologia, che altro non fa che offrire nuovi strumenti per fare qualcosa che in realtà è sempre esistito. Pensiamo per esempio ai ragazzi a scuola che dopo una gita portavano in classe una foto di gruppo e la facevano girare e firmare da tutti, con dediche e contro-dediche. Ne ho collezionato ovviamente tanti di questi selfie della preistoria. Non esisteva la velocità del selfie 2,0, ma sicuramente quello era sicuramente un selfie di vecchia generazione. Da un altro punto di vista, ho spesso sentito parlare persone che utilizzano i selfie, che ad un certo punto, li usano per dare un’immagine a ciò che hanno scritto, per mostrarsi in un momento particolare in cui hanno scritto qualcosa, e a volte anche per ricevere un feedback da parte degli altri. Se si ha una tavolozza con 6 colori se ne useranno 6, ma se la tecnologia ne ha offerto ora 12?
Spesso esiste una eccessiva patologizzazione molto facile delle pratiche 2.0, forse perché sono veloci, forse perché richiamano in maniera molto forte le altre persone. L’equilibrio e la non demonizzazione sono la via auspicabile. Il social network è un diario digitale. La vita non è certo la dentro, se non in casi in cui persone soffrano di una dipendenza da internet e social network e si rifugino li. Ma qui apriamo un altro discorso che vorrei affrontare in altri post.
Sicuramente il diario digitale è un luogo che le persone possono utilizzare anche in linea con i propri stili di personalità. O meglio, il proprio stile di personalità interagisce con queste piattaforme. In generale ciò che può essere visto come un disturbo, per esempio il mostrarsi e aspettare un commento da parte di altre persone, può essere anche letto come la modalità con cui la persona costruisce la propria esperienza emotiva. Sebbene possa sembrare una cosa “da grandi”, in realtà queste modalità di scambio affondano le proprie radici nell’esperienza di vita e la storia di attaccamento della persona.
Lasciando un discorso più articolato ad altri post, in generale la ricerca di feedback non è altro, a volte,  che la richiesta di definire emozioni che non si riescono a definire. In questo senso esistono stili di personalità, e in questo non vi è alcuna patologia, che per la loro storia di attaccamento hanno sviluppano una costruzione della conoscenza e della propria esperienza emotiva basandosi sull’esterno, ovvero sul modo in cui si vedrebbero se si osservassero per così dire dall’esterno. Inoltre, alcune configurazioni di stili di personalità cercherebbero di ricavare le informazioni circa il modo più opportuno di procedere. L’incrocio di queste due caratteristiche, tendenzialmente, e parlo solo di ipotesi e a seguito di studi fatti di psicoterapia cognitiva, non porterebbe, nel decorso psicopatologico, ad una strutturazione di personalità narcisistica, ma di diverso tipo.
Pertanto è il caso di dire che la complessità del fenomeno non può sicuramente essere ridotto a “selfie = narcisista, o società narcisistica“, “comportamenti narcisistici“, perché, dal mio punto di vista le variabili da considerare sono davvero tante, inclusa un’analisi sociologica, ma sopratutto di contesto. Facebook, Twitter, ecc… non nascono per essere dei luoghi di espressione delle emozioni, di condivisione profonda, come potrebbe avvenire in una relazione umana, e l’analisi di caratteristiche di personalità potrebbe essere sicuramente falsata. Sicuramente potranno esserci delle eccezioni, che meritano un ulteriore analisi, ma è anche vero che non tutte le persone che postano selfie hanno una personalità narcisistica, così come diversi studi americani vorrebbero dimostrare.
Pertanto il selfie può divenire uno strumento in più, a servizio di una comunicazione 2.0 che possiede certamente regole e peculiarità differenti da una comunicazione reale, vissuta ed emotivamente attiva, ma non per questo da demonizzare.
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Insidia nella vita di coppia: il tradimento



Il tradimento è sicuramente una delle esperienze più dolorose che una coppia può trovarsi a fronteggiare ed i sondaggi parlano sempre di più di questa realtà incontestabile mettendo in evidenza come oggi si tradisca molto di più che nel passato.
Molto spesso mi capita di ascoltare storie di persone, di coppie, dove spesso si richiede l’aiuto di uno psicologo quando il tradimento è venuto alla luce e ha perturbato completamente la vita di una coppia con inseguimenti, continue ruminazioni sul fatto, continue domande sino ad arrivare all’ossessione e a volte violenza fisica e verbale. In tutto questo ho spesso notato che il vero problema di queste coppie non è tanto quello che di analizzare l’evento tradimento in sé, ma quello di accettare di osservare un film per intero e non sempre la stessa scena. Le coppie spesso si cristallizzano su quello stato di emozioni e non riescono ad elaborarle. Continuano in maniera ossessiva con il rewind di quella scena. Non vanno più indietro, non vanno più avanti. Il tutto diventa molto frustrante sia per chi ha tradito, sia per chi è stato tradito, e in questo senso può essere utile un aiuto psicologico. Entrambi vivono una condizione di dolore, dovuta al fatto che già nella stessa etimologia del termine tradire, dal latino “tradere”, che significa “consegnare“(ai nemici), ed in generale rompere la bolla di aspettative che l’altro aveva o quelle che la persona che ha tradito alimentava in lui/lei.
E’ comprensibile che coppie fondate sul “ti amerò per sempre” possano soffrire di più, perché già in questo patto c’è il germe che consegna la coppia ad una vita cieca, ad una vita segnata da un progetto pensato e non vissuto. Si può arrivare a non amare più la persona precedentemente scelta.
Molte volte mi sono soffermato a riflettere su storie di coppie che affrontavano il tradimento e spesso mi rendevo conto che questo evento arrivava sempre per tutta una serie di motivi affettivi ed emotivi molto importanti, che spesso i partner non accettano molto facilmente. Il tradimento è spesso l’esito di una storia di coppia, che spesso, a qualche livello, segnala la sua disfunzionalità. In quest’ottica il tradimento è come una cartina di tornasole: mette in luce il gradiente di acidità del terreno relazionale in cui si vive.
Mi sono divertito a girare su internet e vedere un po’ cosa si scrive su questo argomento, e sono rimasto molto sorpreso dal leggere tantissimi articoli che cercano di tratteggiare le motivazioni di un tradimento sulla base di caratteristiche di personalità di chi tradisce, e di evidenziare le possibili declinazioni emotive che si possono provare davanti a questo evento: senso di colpa, rabbia, vergogna…
Dal mio punto di vista è come se queste manovre consegnassero la coppia e chi legge al famigerato dilemma di “chi ha tradito” e di “chi viene tradito“.Se allontaniamo per un attimo lo zoom possiamo vedere due persone e la loro storia assieme, e questo spesso ci aiuta molto di più a capire anche la quota di responsabilità rispetto a ciò che è successo. Spesso, anche se non sempre, ci si trova davanti a situazioni che sono da un punto affettivo ed emotivo altamente frustranti, e il tradimento spesso nasce come spazio, dove chi tradisce, riesce a sopravvivere alle frustrazioni di una vita a due non più aderente alle aspettative iniziali. Ma non solo. A volte c’è anche chi tradisce perché non sa stare in relazione con l’altro, e spesso capita che nella storia di queste coppie ci siano dei tradimenti perdonati in passato, a volte anche prima di passi importanti, come per esempio il matrimonio.
La realtà è molto complessa, ed ogni storia di coppia porta le sue peculiarità. In questo senso per esempio anche questioni individuali irrisolte risultano essere sempre scaricate sulla coppia, la base sicura, che spesso si distrugge, o che funge da base per l’esplorazione individuale, un po’ come la mamma sufficientemente buona che è presente sullo sfondo mentre il bambino esplora i giochi. Pensiamo per esempio a tutti quelle coppie che vivono tradimenti omosessuali. Molto probabilmente ci si concentrerà sull’evento, sul fatto di provare disgusto perchè il proprio marito vede segretamente altri uomini, e non ci si concentrerà invece sul cosa ha portato a scegliere proprio quell’uomo, o sulla qualità della propria vita assieme. Allo stesso tempo, spesso questi uomini chiudono tutto a doppia mandata per un po’ per poi riprendere quando le acque si sono calmate.
E’ spesso presente la fantasia che sia il tradimento a rompere un rapporto. Anche in questo caso ci si concentra sull’evento e non sulla storia di una coppia. Questa visione non consente un’elaborazione ed è come un cancro che continua a svilupparsi nel tempo, anche a seguito di addii ripetuti, e scenette “ultima volta che ti sento“. Non assumersi la responsabilità del proprio esserci in coppia, o non esserci (come spesso accade), contiene un messaggio molto pericoloso che potrebbe portare a disagi relazionali ben più profondi e che vanno sotto l’insegna “non ci lasceremo mai“, “ci riproviamo“, “forse tutto cambierà“, “facciamo un figlio“, “compriamo la casa al mare“, “andiamo ad Honolulu“…. La coppia richiede implicitamente altro, per esempio, aumentare il proprio livello e profondità di comunicazione.
Se esiste un colpevole ed una vittima, esiste qualcuno che dev’essere perdonato ed un altro che perdona. Ma forse si può pensare che su quella barca si era in due, e che è andata alla deriva. A seguito dell’azione congiunta. Il tradimento è l’esito co-costruito di una dinamica complessa di coppia, che oscilla tra aspetti individuali e aspetti legati alla relazione. Spesso la frustrazione si sente quando ci si ritrova soli, in una dimensione del Noi completamente svuotata, dove l’altro spesso, ma questo è solo un caso, è completamente avvulso/a dal proprio mondo individuale e non ha niente da condividere con il/la partner. Allora il tradimento è sicuramente un momento di riflessione per chi ha tradito, per riconoscere la propria frustrazione e quanto ancora si è disposti a stare in quella relazione, ma diventa un momento di riflessione anche per chi era avvulso/a dal suo mondo individuale, senza avere occhi per la relazione che aveva promesso di portare avanti.
Spesso le persone parlano di cambiamenti radicali nel vedere il proprio o la propria partner. Ma ad uno sguardo più attento ci si rende conto che i germi del tradimento erano presenti sin dall’inizio della relazione. Esistono delle configurazioni relazionali che cristallizzandosi certamente porteranno frustrazione. Serve solo aspettare, a volte passa tempo, 10, 15 anni. E’ solo un esempio. A volte molto meno. Questo significa che la coppia non è stata in grado di trovare modalità differenti di entrare in relazione, e spesso, ciò che ho potuto notare, è una bassa capacità di comunicare e di entrare in una relazione caratterizzata da empatia, rispetto, comprensione, e da un punto di vista individuale sicuramente l’incapacità di comprendere i propri bisogni profondi.
Pertanto il tradimento è solo la punta dell’iceberg di un sistema comunicativo e relazione co-costruito di coppia. Così come l’etimologia del termine dice, “consegnare”: cosa si consegna alla persona con la quale si tradisce il partner? Una difficoltà di coppia? Un’incapacità di comunicare con il/la propria partner? ecc…
In ogni caso le relazioni extraconiugali sono molto complesse e fondano le proprie radici nella creazione di una matrice che interseca aspetti relazionali della vita a due, ma anche la costruzione di un senso personale all’esperienza che è del tutto personale e connotato dalla propria storia di vita. Pertanto non esiste una ricetta o un identikit di chi tradisce, anche se è vero che alcune persone necessitano di una via di fuga dalla relazione, spesso vissuta come troppo “stringente”.
Le relazioni extraconiugali possono basarsi sul sesso, possono basarsi sull’affetto senza contatto genitale (a volte anche virtualmente attraverso chat), possono presentare un mix delle due tipologie precedenti, possono essere segrete o non segrete, possono essere omosessuali od eterosessuali, possono coinvolgere più persone.
A volte si possono osservare coppie mascherate, dove chi è stato smascherato in realtà non sa che anch’egli/ella è stata/o tradito a sua volta. A volte le coppie si blindano sul segreto e vivono entrambi una vita di dannazione senza mostrarsi autentici davanti alla persona che loro stessi dicono di amare… Il segreto consegna la coppia all’illusione e al dubbio, e tutto ciò che è dubbio non può essere amore.
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Invidia e gelosia: un mio articolo per la rivista VitaInCoppia



Cari followers, come già sapete, da qualche mese ho accettato una collaborazione con la rivista VitaInCoppia, un’interessante periodico bimestrale a diffusione nazionale che nasce per fornire alla popolazione una informazione corretta, aggiornata e chiaramente fruibile su vari argomenti, tra cui la psicologia e la sessuologia clinica. Sull’ultimo numero è presente un mio articolo che tratta iltema dell’invidia e della gelosia, alle pagine 34-35-36. Per leggerlo integralmente potete scaricare il pdf direttamente dal sito, in forma del tutto gratuita, collegandovi all’indirizzo www.vitaincoppia.it
Ringrazio tutta la redazione per questa opportunità che mi ha offerto e tutti voi, che ogni giorno siete sempre più numerosi. Un benvenuto a tutti i nuovi followers.
Buona lettura, e buona giornata a tutti
Antonio Dessì
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Post vacation blues: la sindrome da rientro



Oggi inizia il mese di Settembre, e dopo aver sfruttato al massimo l’ultimo weekend di Agosto la maggior parte delle persone è rientrata a casa. Rientrati a casa, spesso ci si deve confrontare con il pensiero che il giorno successivo si riprenderà l’attività lavorativa, lo studio, o comunque attività che caratterizzano la maggior parte del tempo vissuto. Le prime sensazioni possono essere quelle legate alla fatica, stanchezza, e spesso può sorgere il pensiero di essere più stanchi di quando si è partiti.
Gli esperti già da tempo identificano questa emozione di tristezza accompagnata da sintomi psicologici e fisici con il termine post-vacation blues. In generale si stima che siano circa il 50% di persone a soffrire da stress da rientro, e i dati dicono che in Italia 1 persona su 10 ne soffre.
Le manifestazioni del post-vacation blues sono caratterizzate dalla sensazione di stanchezza, difficoltà a concentrarsi, spesso mal di testa, una sensazione di stordimento, confusione e sensazione di non essere perfettamente presenti, come se si vivesse dentro una bolla di vetro soffiato. A volte possono esserci tachicardia e sudorazione e dolori muscolari di vario tipo. A questi sintomi se ne aggiungono altri di carattere più affettivo, come la perdita di entusiamo, irritabilità, rimugino e chiusura relazionale.
In generale tutti questi sintomi sono dovuti alla ricerca di adattamento, in quanto durante il periodo delle vacanze ci si è abituati ad abbandonare gli schemi abituali presenti in memoria. Da un punto di vista individuale ogni persona sviluppa tecniche per fronteggiare lo stress, strategie personali ed organizzative ed interpersonali. A tutto ciò è anche vero che esiste unavulnerabilità del tutto personale a questo adattamento. Le persone che non amano tanto le novità, gli spostamenti, i cambiamenti, spesso aspettano il periodo di rientro dalle vacanze e lo vivono con naturalezza. Questo accade molto alle persone che vivono il lavoro o la quotidiana attività come rifugio da ansie e insicurezze.
Diversamente vivono le persone che possono considerarsi più ambiziose, più veloci e competitive. l rientro può risultare più difficoltoso. Ma certamente questa non è la regola, perché l’evento rientro perturba ciascuna persona in un momento ben preciso della propria storia personale.
In questo senso la sindrome da rientro non può essere considerato un fenomeno tout-court, in quanto inserito nella storia di una persona, pertanto, sicuramente è necessaria una fase di adattamento del tutto fisiologica, ma poi questa sicuramente può risultare più prolungata o far insorgere problematiche più articolate a seconda dei disagi psicologici della persona che vive il rientro dalla vacanze. Vita affettiva frustrante, lavoro insoddisfacente, carenza di relazioni ecc.. sono solo alcune delle tipologie di disagi che possono amplificare l’adattamento al rientro. E’ proprio in tale ottica che viene letta la sindrome da rientro: non un evento da etichettare con sintomi e segni, ma un evento in grado di evidenziare disagi preesistenti, frustrazione legata alla propria vita lavorativa, affettiva e relazionale.
Pertanto non esiste una pillola per guarire dalla sindrome da rientro. Ogni persona ha le sue risorse per poterlo fronteggiare, ma se il malessere persiste e diviene più pesante può rappresentare un’occasione di riflessione.
Così può essere interessante utilizzare questa esperienza per riflettere su di sé, su ciò che si ha, su ciò che manca per consentire una migliore qualità di vita, e riconoscere che quella vacanza è riuscita a trasformare qualcosa, forse per troppo tempo silente.  A tal ragione le persone che vivono in equilibri precari vivono il periodo di vacanza come liberazione, come fuga, contrariamente a chi conduce una vita appagante che inserisce il proprio periodo di vacanze come un momento fisiologico di riposo e spesso vive il rientro con soddisfazione, con energia, con entusiasmo.
Dedicare 10 minuti di riflessione a ciò può essere liberatorio ed avviare pensieri orientati ad un cambiamento.
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La Donna Sarda: un mio articolo sulla coppia e l'estate





Buongiorno a tutti, la redazione di Ladonnasarda è tornata da me in studio per una nuova intervista sull’innamoramento, la scelta del partner e l’effetto del clima estivo sull’attrazione e il desiderio sessuale. La giornalista della redazione Martina Marras ha scritto un articolo dal titolo “D’estate ti amo di più: la bella stagione fa bene alle coppie”, nel quale ha selezionato alcuni pezzi dell’intervista che mi ha fatto.
Se siete interessati alla lettura integrale dell’articolo, potete farlo collegandovi al seguente link http://www.ladonnasarda.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=633%3Ad-estate-ti-amo-di-piu-la-bella-stagione-fa-bene-alle-coppie-vecchie-e-nuove&Itemid=720
Ringrazio la giornalista Martina Marras per la sua professionalità e gentilezza, tutta la redazione di LaDonnaSarda per questa ulteriore possibilità di collaborazione, e tutti voi per le tantissime visualizzazioni anche durante il periodo di vacanza.
Buona lettura a tutti, e buon martedì!
Antonio Dessì
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Terapie sessuali. Il mio articolo su La Donna Sarda













Cari bloggers,
mi è arrivata proprio in questo momento una notizia e prima di pubblicare i post relativi alla pausa estiva voglio subito condividerla con voi.
Ero in attesa di ricevere comunicazione sulla pubblicazione di un intervista e un articolo su LaDonnaSarda, una sezione del portale online dell’Unione Sarda.
La giornalista Martina Marras, che ha curato la stesura dell’articolo e ha effettuato la registrazione dell’intervista che mi è stata fatta, mi ha appena comunicato che l’articolo è on-line da circa 20 minuti.
Ringrazio la Dott.ssa Marras per la sua cortesia e professionalità, e ringrazio la redazione di DonnaSarda per la stimolante opportunità e visibilità che mi ha offerto.
Buona lettura a tutti,
Grazie, grazie, grazie!
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