Outlet del cuore



Estratto dal mio quaderno di lavoro personale
(…) E’ vero che nei sentimenti spesso si assiste ad un fenomeno simile alla grande distribuzione commerciale. Si investe poco nel coltivare i sentimenti per un’altra persona, ma li si ricerca come se fossero già confezionati e pronti per scartare, così come ogni cosa è pronta nella vita reale take-away. E’ l’era del commercio d’amore, la ricerca spasmodica di incastri, di ideali, di vetrine dove scartare ciò che non piace e realmente di poco amore. Appassionarsi all’altro, condividere la propria storia, crescere assieme, diviene sempre di più qualcosa di retro’, da snobbare, nella corsa dannata orientata da una solitudine interiore ed incapacità di essere autentici e liberi dal mercato. Così come le griffes raccontano di spaventapasseri travestiti da esseri umani, così cuori di latta, cuori di plastica, e pochi battiti, nell’analfabetismo emotivo dilagano e ingoiano anime marchiate a fuoco e a volte inconsapevolmente consacrate al deserto del cuore. E ci si dimentica che l’amore è un laboratorio artigiano quotidiano, non una catena di fantocci della grande distribuzione, e nemmeno un outlet dove narcisisticamente scegliere ciò che si ferma alla retina e non raggiunge la corteccia cerebrale. Eppure, quelle solitudini, quella cecità affettiva, attira anime che come falene si schiantano sui cristalli delle macchine in corsa, nella notte del dis-amore (…)
(Antonio Dessì)
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Problemi sessuali: tra pillole magiche e consigli



Sono passati per me diversi anni dalla prima volta che ho iniziato ad occuparmi di problematiche sessuali, e così come allora ancora oggi mi ritrovo spesso come psicologo e come sessuologo a dover riflettere su alcuni pregiudizi e stereotipi che, come satelliti, ruotano attorno all’area delle problematiche sessuali. Una cosa che dico spesso è che come psicologi/psicoterapeuti ci si ritrova a dover sfondare due porte, come sessuologi sicuramente tre.
E’ frequente per me essere contattato per problematiche sessuali e far fronte a quella che nel tempo è stata la costruzione di un significato che ruota attorno alla sessualità umana. Esclusa qualsiasi patologia di natura organica, dove sempre mi avvalgo della collaborazione di colleghi urologi e ginecologi, un disturbo sessuale è certamente una manifestazione cognitiva, ovvero di pensieri e di emozioni, e comportamentale (che ha delle ripercussioni individuali e relazionali di coppia) che è tendenzialmente accompagnata da un sentimento di sgradevolezza, a volte di ansia, altre di depressione e che all’interno della relazione di coppia tende ad automantenersi.
Questo significa che uno/una dei partner può manifestare una problematica sessuale (incapacità orgasmica, mancanza di erezione, eiaculazione precoce specie nei casi in cui si verifica in quella relazione e prima no, evitamento sessuale ed inibizione) e spesso questa difficoltà può parlare di un disagio di coppia, che risulta appeso e non leggibile per entrambi. In questo senso nella prassi clinica ho sempre l’abitudine di avviare un adeguato assessment, con incontri congiunti e incontri individuali con ognuno dei partner. Ritengo che questa modalità sia di vitale importanza per una buona riuscita dell’intervento. A seguito dell’assessment è possibile presentare un progetto di intervento cucito addosso a quel caso specifico, perché ogni disturbo, sebbene nell’immaginario collettivo non abbia differenze, in realtà è eterogeneo nei suoi elementi costitutivi.
Spesso le problematiche sessuali risultano essere presenti sin dall’inizio dell’attività sessuale di una coppia e questo segnala sicuramente delle difficoltà relazionali che portate avanti sicuramente contribuiranno alla creazione di un circolo vizioso che si autoalimenta e che andrà ad intaccare entrambi.
In tutto questo spesso si riscontro un attenzione selettiva sul sintomo. Ci sono uomini che continuano a disperarsi per la loro mancanza di erezione, che implorano i medici per ottenere pillole miracolose, che sono completamente dentro un sistema di ansia che li paralizza. Spesso questo è dovuto al fatto che la sessualità è vissuta come un fatto meccanico, che in una coppia non si entra in contatto intimo, e che spesso, dopo tanti fuochi d’artificio arriva il blocco e non si sa perché. Bisogna decidere se ascoltarsi dall’ombelico in giù o interamente. Situazioni molto frequenti, per esempio considerare il rapporto sessuale una prestazione dalla quale misurare il proprio valore personale è sicuramente fonte di ansia da prestazione. Ma ci sono anche tante donne, che non riescono a lasciarsi andare durante il rapporto, e anziché interrogarsi sulla relazione che conducono con il proprio partner, o la propria partner, continuano a colpevolizzare sé stesse o ad appigliarsi ad ideali di coppia, come per esempio: “il sesso ci dev’essere” o la più gettonata: “Il sesso è un completamento…”. Mi chiedo molte volte di che cosa o a cosa ci si riferisce…
Prima del sesso sicuramente, per la mia esperienza, è importante che ci sia altro, sopratutto in relazioni che si portano avanti da diverso tempo. Ah si certo, si può parlare della classica pomiciata del sabato sera, ma li è un altro discorso. Ciò che mi ha sempre incuriosito sono alcune somiglianze che si riscontrano nelle storie di disturbi sessuali. Molte persone hanno delle esperienze simili, sebbene inserite in trame narrative completamente diverse. In tutto questo la scelta dell’area sessuale come area di confine tra lo psichico e il somatico è sicuramente luogo privilegiato per tanti per poter esprimere un disagio … e non un sintomo! Il sintomo è ciò che si vede.
Nelle persone che soffrono per un disagio sessuale spesso ho riscontrato che l’area della sessualità era di per sé un’area molto delicata, sicuramente molto importante, e talvolta anche pericolosa per i contenuti e significati che poteva veicolare. In sostanza è un punto debole che può crollare prima di altri.
Perché dare una pillola senza un adeguato approccio integrato medico-psicologo non è una buona prassi terapeutica.
Perché la pillola tende ad eliminare il sintomo, ma non il problema. Tre uomini che soffrono di disfunzione erettile potrebbero richiedere, al di la dell’assenza di problematiche funzionali, una pillola per aiutarli. Non sempre questo ha successo, sopratutto perché non vengono modificate delle condizioni relazionali e individuali che sostengono il sintomo. E sopratutto,la sessualità non è il sangue che entra nei corpi cavernosi. Diciamo che neanche a Quark hanno mai detto qualcosa del genere parlando di specie animali e di tutti i riti di seduzione ecc … Spesso potrebbero esserci molte somiglianze nelle storie di questi uomini, e per un medico semplicemente riscontrare che “non gli si alza più“. Da un punto di vista psico-sessuologico questi uomini potrebbero portare dei vissuti molto differenti, come per esempio di rabbia nei confronti delle donne, di ansia di prestazione oppure un senso di colpa. Percorsi completamente diversi, che aprono scenari relazionali eterogenei. La cosa che li accomuna è il meccanismo patogenetico attuale, la mancanza di erezione un’attivazione emotiva intensa (dovuta ad emozioni anche differenti) a carattere simpatico che impedisce la vasodilatazione genitale e in questo senso inibitoria dell’eccitazione. In questo senso la sessualità è sempre una porta per lavorare su di sé.
Oggi il sesso è spesso diventato un’ossessione. Lo si deve fare, ci si deve misurare, si vuole dimostrare qualcosa. Si parla poco di intimità e non si è capaci a costruirla e in questo senso un sessuologo non è mai un mago del sesso, un meccanico mentale dei corpi cavernosi, o un riabilitatore per problematiche vaginali. E’ un esperto che aiuta nel processo di integrazione nel divario tra somatico e psichico nella lettura del disagio che porta all’osservazione di un disturbo sessuale e sostiene la coppia nella costruzione di un intimità più autentica e non gonfiata da sangue nei corpi cavernosi!
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Massacro d'amore: la dipendenza affettiva



L’amore e l’affetto si nutrono di reciprocità, ma se l’amore si nutre di rifiuto, lontananza e abusi, allora è dipendenza (Antonio Dessì)
Dalla posizione privilegiata di uno psicologo è possibile osservare tante di quelle manifestazioni affettive e di relazione che, ad uno sguardo ingenuo potrebbero sembrare semplici relazioni di coppia con problemi, ma che con uno sguardo più attento e con la capacità di stare accanto alle emozioni, rivelano la loro sofferenza. Parlo di un tema che ho già affrontato in altri post, quello della dipendenza affettiva, una condizione relazionale negativa che è osservabile nell’assenza di reciprocità e nelle manifestazioni della relazione di coppia. Un incastro perverso che presto porta alla comparsa di un donatore d’amore a senso unico. Esistono degli uomini e delle donne che possono essere definiti come manipolatori, in questo senso ciò che mi è stato sempre possibile osservare nel mio lavoro, e ancora meglio con le coppie con queste configurazioni, è la loro capacità di divenire burattinaio di un/una burattino/a. Maghi dell’illusione, ma anche del raggiro e dell’inganno, il narcisista manipolatore ha sviluppato un’arte rispetto alla manipolazione, e proprio come un ragno, tesse la ragnatela in attesa della propria preda.
Spesso con tratti paranoidi, antisociali o borderline, i narcisisti spesso non provano senso di colpa e si approfittano dell’amore altrui per scopi egoistici, tra i più frequenti quelli sessuali, ma anche di relazione.L’obiettivo è sempre quello di distruggere l’altro, anche se non tutti raggiungono un livello di consapevolezza di ciò. Ma lo fanno e basta. La manipolazione della vittima amorosa è spesso intervallata da momenti in cui Dottor Jekyll si trasforma in Mister Hyde, e tra un impasse amorosa e l’altra, controlla e si assicura che le catene della sua vittima siano ben posizionate.
Le vittime di questo processo si sentono svuotate, sfinite, confuse e spesso con sintomi legati aidisturbi dell’umore (distimia, labilità affettiva -avere il pianto facile – , disforia – irritabilità pervasiva nelle proprie giornate –  …). L’uscita da queste trappole non è mai senza traumi, ed è lunga e tortuosa. Dal punto di vista della vittima d’amore, la dipendenza affettiva è una condizione che è possibile in una relazione di coppia  vissuta come totalizzante ed indispensabile per la propria esistenza. In questo senso anche la modalità con cui si ricerca un partner è importante. Il bisogno ossessivo di avere qualcuno vicino è predittivo rispetto alla possibilità di ritrovare una situazione di questo tipo.
Per la vittima d’amore, la relazione con il/la proprio/a amato/a diventa la linfa vitale di cui alimentarsi. Con l’andare del tempo l’oggetto d’amore diventerà più importante di sé stessi/e e si sperimenterà una sordità emotiva rispetto all’accogliere i propri bisogni. Gli sforzi tesi all’annullamento di se stessi/e hanno come obiettivo quello di non arrivare alla rottura della relazione.
Nella dinamica tra dipendente e co-dipendente affettivo, perché entrambi hanno un livello di dipendenza condivisa, il manipolatore affettivo spesso fa finta di amare e non prova sentimenti per la sua vittima d’amore ed ha una tendenza a maltrattare, su vari livelli, non solamente fisico ma anche psicologico. La sensazione è che l’altro diventi uno specchio, dove il manipolatore riflette la propria immagine interiore. Se è vero che il dipendente affettivo porta con sé traumi anche precoci nel proprio sviluppo, è altresì vero che anche il manipolatore spesso, nell’ottica del suo funzionamento compromesso e danneggiato, porta con sé altrettanti traumi.Il gioco perverso è quello di perpetuare il trauma traumatizzando. Pertanto la dipendenza affettiva si costruisce assieme, un duetto inconsapevole e doloroso, in un palcoscenico spesso fatto di dolore e solitudine irrisolti per entrambi.
Ma a tutto ciò è importante per un dipendente affettivo riconoscere la propria impotenza nell’avere gli strumenti per gestire questi vissuti, ed apprendere a prendersi cura di sé, abbandonando quella relazione, che ha un sapore di antichi dolori, di vecchi traumi. E in più, quella relazione non è il posto più opportuno per poterle osservare e comprendere. Il rischio è la dannazione, e l’infelicità.
In generale la prima fase che porta ad una relazione di questo tipo è laseduzione. Spesso donne o uomini dipendenti restano affascinate/i dal potere seduttivo del potenziale partner manipolatore. Persone brillanti, seduttive, capaci di risolvere problemi ma solo perché manipolative, affermate professionalmente, spesso estremamente pragmatiche e razionali, e sempre e comunque la sensazione che quella persona sia giusta, che in qualche modo colmerà mancanze e vuoti, anche inconsapevolmente. Il luccicore di questa mossa relazionale spinge il dipendente affettivo a ricercare una relazione, spesso anche con un vissuto proiettivo legato a quanta protezione e felicità si potrebbe avere nello stare con una persona così. L’altro, il manipolatore, è tendenzialmente attratto da persone che può sottomettere, perché spesso ha vissuto questo, e se spesso è vera l’ipotesi della riattualizzazione del trauma traumatizzando, è comprensibile il ribaltamento dei ruoli e quanto quella realtà per il manipolatore diventi uno specchio su cui proiettare anche i propri dolori.Facendoli vivere alla vittima d’amore, e tentando di distruggerli.
Esistono delle aree di vulnerabilità che spesso i dipendenti mettono in gioco subito, e queste fungono da gancio di traino per la relazione. Le aree che possiamo considerare di vulnerabilità sono a servizio della relazione. Se questo non succedesse, e spesso ad una via, non potrebbe instaurarsi una relazione di dipendenza, proprio perché nella manipolazione affettiva queste aree vengono stimolate e rese come punti su cui innescare un processo di sottomissione: se il gancio è forte l’altro sarà più sottomesso ed allo stesso tempo avrà il terrore ed esperirà sofferenza all’idea di sganciarsi. Questo porta, se non adeguatamente gestito, ad un braccio di ferro relazionale, dove spesso all’azione di tirare sempre di più e di sottomissione si può arrivare anche alla violenza fisica.
E come si può evincere, l’idillio d’amore non è altro che un massacro d’amore. Sul piano della dinamica relazionale spesso il manipolatore sente l’esigenza di avvilire la sua preda. La tormenta sul piano del suo aspetto fisico, sul piano della sua intelligenza, punteggia aspetti del suo carattere che non sarebbero compatibili con il suo, e spesso la confronta con un ipotetico altro che potrebbe andare meglio. Tutto questo ha ovviamente degli effetti sistemici, nel senso che, il/la dipendente affettivo/a inizia ad avere reazioni di insicurezza, di terrore, si può sentire sotto esame continuo ed in generale camminare nelle sabbie mobili, e a questo può affiancare reazioni di rabbia, a volte esplosioni, comportamenti legati al sentimento di gelosia. Questo succede spesso perché queste azioni provocano degli effetti e la creazione di un circolo vizioso che si nutre di ansia continua proporzionale al grado in cui si tenta di controllare l’altro e la relazione. Pedinamenti, controllare il cellulare, essere sospettosi non sono infrequenti.
(continua ….)
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Disidratati per mancanza d'amore



In amore, ci sono volti che continuano a sorridere, occhi che hanno smesso di vedere e cuori arresi al destino della deprivazione. Sono ciò che chiamo disidratazione d’amore, un processo che lentamente asciuga le parti vitali di un individuo, che nonostante tutto, continua ad amare. Sensibile alla mia formazione in psicoterapia costruzionista osservo spesso questi fenomeni interrogandomi su cosa ognuno delle persone coinvolte fa per far si che tutto ciò succeda. Nell’analizzare un rapporto di coppia la responsabilità è sempre condivisa, anche quando si decide di costruire un rapporto dove l’altra persona non è disponibile, o lo è parzialmente. Pertanto si può decidere di farsi l’ultimo pianto, ma poi è necessario rimboccarsi le maniche per curare la disidratazione.
E’ vero che nei rapporti sentimentali a volte si può sentire di amare di più, altre volte di meno, alle volte si sta sulle montagne russe, altre volte in un deserto di cactus, alla ricerca di un goccio d’acqua per evitare la disidratazione mortale. Nessuno detiene la verità in ambito di relazioni amorose, ed ognuno adotta il suo personale punto di vista. Ci sono delle memorie molto profonde che  portano a scegliere determinati/e partners piuttosto che altri/e, e in tutto questo non c’è nessuna colpa.
Ci sono rapporti dove non ci si ama per niente, contenuti che colmano i vuoti, la paura di stare da soli, la solitudine e la noia. Ma amare non è acquisire nozioni su come farlo, ma fare esperienza, anche con ciò che può non essere funzionale, e prima lo si fa, prima si può scegliere di navigare in altre acque. L’amore proviene da dentro ed è un ottimo esercizio per chiedersi cosa si sta amando e cosa ha risvegliato quel sentimento. A volte, come nella disidratazione d’amore, si ama chi non può amarci. Si può amare anche sbagliando, anche se non amo molto questa definizione dal sapore un po’ ossessivo, perché l’amore non è questione di saldi, sconti, promozioni del centro commerciale. E’ una storia. La storia personale di ognuno, a volte fatta di non amore. Mettersi in gioco è il premio che ci si può dare,e costruire una consapevolezza di sé per poi aprire gli occhi. Chi ha occhi interiori per guardarsi, ha occhi per vedere profondamente l’altro e per raccogliere ciò che quella relazione possibile può insegnare, e allontanarsi quando questa fa soffrire. Certe storie d’amore, pur nel migliore degli intenti, sono storie di dis-amore.
Molte volte l’amore non ha niente a che fare con la persona che scegliamo, ma la valutazione è À rebours, prendendo a prestito il titolo di un romanzo di fine ottocento di Joris Karl Huysmans e in questo senso, il mare emotivo che accompagna la consapevolezza è comprendere profondamente cheognuno ama come sa amare, e che il potere che si ha è quello di riconoscere se quella forma di amore appaga i propri bisogni e consente un’ulteriore costruzione di significati condivisi. Ma non lo si può fare da soli. Spesso in amore nascono dei giochi, degli inganni di un processo che si ferma alla retina e non scende mai a livello viscerale, la sede delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti più profondi. Ma i tempi maturano i frutti, le emozioni, che possono divenire sempre più vivide e chiare.
Ci sono uomini e donne disidratati d’amore, che hanno fatto del dolore la loro bandiera, e del senso di perdita la loro bussola. Chiamano Amore tutto ciò, perché sentono le farfalle allo stomaco, perché perdono la testa per il contatto con la persona amata. Niente di sbagliato, ma sempre vivere ogni storia con la consapevolezza che sarà sicuramente fonte di ricchezza per sé, e sicuramente anche per l’altro, anche se non può amarci o se siamo noi a non amare l’altro. Trame di narrazioni personali, profonde e prezioseche escono da vecchi cassetti e si ripresentano sul palcoscenico della vita di ognuno. Un’opportunità. Si, per lavorare su di sé e crescere, per abbandonare vecchie terre ed orientarsi verso nuovi mondi, in continua esplorazione, e se non si vuole cambiare, perlomeno la consapevolezza della scelta della dannazione e della sedia elettrica. Se tutto ciò non ci fosse non si potrebbe riprendere il proprio cammino, e centrarsi su di sé.
In questo senso il lavoro con uno psicoterapeuta rappresenta la posizione privilegiata per poter stare davanti ad uno specchio, con il proprio dolore, con la propria solitudine, con il fatto di rendersi conto di aver investito tanto tempo in una relazione che non c’è mai stata, ma anche di capire perché non si riesce ad amare. Accecati da una retinopatia che non ha consentito di distinguere, di scegliere, o da un cuore imprigionato. Amore passa sempre per i sensi, ciò che perturba poi un mondo di significati che è il proprio bagaglio, la propria scatola di pellicole impolverate. Ecco perché i vecchi film vanno visti per intero, e nella stanza di uno psicologo c’è sicuramente un proiettore e la passione per le storie.
A volte l’amore e le sue difficoltà non sono altro che antiche ferite, così come chi ha imparato a mendicare amore a chi non sa darlo, a chi è disposto alla disidratazione nella speranza di ricevere un sorso d’amore che gli/le consenta di non prendere contatto con il dolore di non essere stati mai amati. Perché si può essere amati, a patto che si riconosca che non tutti possono amarci. Ma è necessario cambiare luoghi e scenari e munirsi di strumenti per cercare attivamente, scartare i deserti e gli scorpioni, i ghiacciai e le belve inferocite. Ma in tutto questo occorre sviluppare la vista. Gli occhi interiori, che vedono sè stessi e l’altro. Questo non significa che uno scorpione non potrà più avvicinarsi, ma verrà riconosciuto. E quando si hanno occhi interiori, allora, al di la di ciò che si prova, si è pronti per scegliere.
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