Ossessioni d'amore



Film in bianco e nero, di chi insegue e chi viene inseguito, di pagliacci tristi e pierrot con le lacrime disegnate, sopratutto quando non si ha più la forza nemmeno per piangere. Così si presentano le storie di coppie affette da dipendenza affettiva. Eppure, nella tragedia del dis-amore il tutto è un duetto inconsapevole costruito a due.
I sentimenti amorosi consentono la co-costruzione di una nuova realtà, ed insieme a questo uno spazio di crescita, quando la reciprocità diventa un elemento essenziale di un equilibrio delicatissimo nella vita a due. E invece, la colonna sonora di molti/e dipendenti affettivi/e è “Fotoromanza” di Gianna Nannini. Si, amori camera a gas.
Così dalla possibilità di arricchimento e crescita si passa alla costruzione di relazioni che ingabbiano e che lentamente nel tempo iniziano a chiudere ogni possibilità di uscita e fuga. Camere a gas e pareti fatte di dolore, a volte di silenzioso dolore, di aguzzini e prede. Spesso i/le dipendenti affettivi/e non esprimono quanto soffrono nella relazione che stanno portando avanti per paura di perdere il/la partner, in un gioco perverso e paradossale che suona più o meno così: “So che con te non sto bene, ma non posso vivere senza di te”. E questo è un livello di elaborazione già avanzato che implica il riconoscimento di una situazione disfunzionale. Altre volte, come molto spesso succede, sono i sintomi a parlare, disturbi ansiosi e depressivi, dipendenze, disfunzioni sessuali (anorgasmia, disfunzione erettile, basso desiderio sessuale, evitamento dei rapporti ..) talvolta sino ad arrivare alla psicosi.
Nella mia esperienza come sessuologo ho modo di vedere centinaia di persone che si rivolgono a me per difficoltà sessuali, e lontano dalla didattica di una scuola di specializzazione e immerso nella realtà clinica mi sono sempre reso più conto di quanto sia delicato e assolutamente importante saper gestire l’immaginario collettivo legato alla figura professionale con competenze sessuologiche. Sfondare una porta come psicoterapeuta, ma sfondarne due come sessuologo è sicuramente ciò che ho sempre sentito, e nel tempo ho imparato a proteggermi rifiutando tutte quelle richieste che altro non erano che l’ennesimo tentativo di riparazione ad una situazione che ormai non andava più. Spesso la richiesta di cura per una disfunzione sessuale arriva come tentata soluzione ad una situazione relazionale ormai alla deriva, spesso in evidenti situazioni di dipendenza affettiva. In questo senso, finché vivrò e farò questo mestiere, e così come il mio addestramento personale in psicoterapia mi ha insegnato, ho imparato ad osservare la sessualità come una componente e modalità di comunicare della vita delle persone e non come uncollante per le relazioni. Il sesso non risolve proprio un bel niente.
La fantasia del poter aggiustare una sessualità è inflazionata, sopratutto quando dietro c’è la richiesta di non toccare la relazione. In questi casi, diversamente da una richiesta di tipo psicoterapeutico, la persona “sa” cosa non funziona e ti chiede in senso manipolativo di aggiustarla. E’ un po’ come se la macchina non partisse più e andando dal meccanico gli si dicesse: “sono le candele“, senza sapere nemmeno come si apre un cofano e cosa c’è dentro. A volte trasmissioni tv, articoli, parlano della possibilità di guarire partendo da ciò che accade sotto le lenzuola. Ciò che spesso mi lascia perplesso ha la cecità invece agli aspetti relazionali ed affettivi di quello che succede sotto le lenzuola, e molto spesso, una disfunzione sessuale è semplicemente tutto ciò che è possibile fare all’interno di quella relazione. Così come per esempio quando è solo uno dei partner a rivolgersi al sessuologo: spesso è quello che ha più possibilità di crescita rispetto a quello che resta a casa ad aspettare che il “giocattolo” (peni e vagine) venga riparato. Ma questo succede anche quando la persona porta sintomi legati ai disturbi dell’umore o ansiosi, o anche psicosi.
Il discorso sulla dipendenza affettiva e sulle sue parti visibili alla persona (i sintomi), le cui spiegazioni spesso alimentano il sistema di dipendenza dal partner, spesso si dipana in un terreno in cui si può parlare di amore, e anzi, spesso alcune caratteristiche della dipendenza affettiva vengono scambiate per il sentimento di attaccamento amoroso.
Se pensiamo a San Valentino, quante volte ci ritroviamo davanti ad una rappresentazione iconografica dell’amore come “un cuore formato da due metà”?. In questo senso spesso vedo il messaggio più pericoloso, sopratutto per situazioni che possono essere definite come dipendenza affettiva. Il sentimento di attaccamento amoroso è l’incontro di due unità, e non due metà che ne fanno una. Spesso ho riflettuto su quanto il poter essere unità davanti al proprio partner consenta ancora la possibilità di scegliere, una libertà che nel bene e nel male rende consapevoli di ciò che si sta scegliendo e consente di prendere decisioni e a volte di lasciarsi. Chi sta in una condizione di dipendenza affettiva non può più scegliere.
In questo senso la co-costruzione di una relazione dipendente spesso vede la configurazione di drammi affettivi, nei quali entrambi i partner spesso si sentono imprigionati ed incapaci di uscirne. A tutto ciò, sensibile alla mia formazione in psicoterapia costruttivista, l’analisi degli antecedenti che hanno portato alla costruzione della relazione sono sempre molto importanti e spesso restituiscono una chiave per il cambiamento.
Così, accanto ai sintomi, sessuali, dell’umore, ansiosi, psicotici, si può iniziare ad osservare, nei casi che sto prendendo in considerazione, come il disagio sia legato ad una dinamica costruita a due. Abitualmente i partner dei/delle dipendenti affettivi/e sono persone problematiche (spesso soffrono di disturbi dell’umore o più spesso di disturbi di personalità). Spesso il partner dei dipendenti affettivi ha anch’egli una modalità di mascherare la propria dipendenza, sicuramente meno evidente a chi sta dentro la relazione, ma significativa (tra questi l’uso di alcool, droghe, dipendenza da social network, sexual-addiction …). In questo senso spesso questi/e partner osservano i dipendenti affettivi come soggetti bisognosi e pertanto incapaci di condurre un’esistenza al di la della relazione. In questo ci sono dei vantaggi secondari che lentamente si spiegano all’interno della relazione. Altre volte succede in alcune coppie che attivano questo “duello affettivo” che il partner co-dipendente possa essere rifiutante, irraggiungibile e sfuggente, o spesso come nel caso dei disturbi di personalità, squalificante e maltrattante.  La riflessione su queste interazioni è spesso legata al significato che assumono queste “lotte relazionali“, questo “restare appesi” o “sul filo del rasoio”. Sono dinamiche seduttive, dove l’amore è realmente l’unico vero assente.  L’incremento della condizione di dipendenza affettiva, in casi come questo, è alimentato dal desiderio di sentirsi amati e affonda le radici su storie affettive spesso di deprivazione emotiva. Maggiore è il rifiuto, più cresce la dipendenza. E si arriva alla deriva… la disperazione (spesso la molla che porta a chiedere aiuto).
La dipendenza affettiva si manifesta con le stesse caratteristiche legate alla dipendenza da sostanze:
  • Ebrezza –  la persona prova un sentimento e sensazioni corporee di piacere quando è vicino al partner. A questo si aggiunge che tutto ciò gli è indispensabile per il proprio benessere.
  • Tolleranza – si ricerca sempre più tempo da dedicare al partner, e l’effetto è quello dello svuotamento della propria vita, riduzione della concentrazione sul lavoro, e riduzione dei contatti con altre persone.
  • Astinenza – la persona esiste solo quando è presente l’altro e la sua assenza può provocare cascate emotive di ansia abbandonica. In questo senso l’attendere il momento di unione con l’altro è spesso il karma portato avanti durante le giornate, vissute in funzione di ciò.
  • Incapacità di controllare il proprio comportamento – una continua oscillazione tra la capacità di essere lucidi e il proprio modo di sentire all’interno della relazione di dipendenza che lega i propri bisogni ai bisogni dell’altro, in assenza di reciprocità e condivisione.
In questo senso, ciò che come sessuologo sento la responsabilità di affermare, è appunto che spesso dietro la richiesta di cura per una disfunzione sessuale può esserci una problematica di questo tipo, e posso assicurare che centinaia di casi mi hanno dimostrato questo. Altre situazioni possono essere più sessuologiche, ma in genere sono davvero terapie brevi. Pertanto, anche nel contratto terapeutico è bene essere chiari da subito se si aiuterà la persona a mantenere una relazione disfunzionale con risultati incerti sul piano sessuale, o se eticamente verrà portata a riflettere sulle proprie difficoltà e decidere di collaborare verso un cambiamento e un vero intervento terapeutico.
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