Femminicidio: non basta spiegare ...



Non bastano spiegazioni psicologiche da salotti televisivi davanti ad un caso di femminicidio. ‘Amore malato’, chi parla di ‘ossessione’, chi di ‘psicosi’ scomodando Jung. Concetti troppo complessi per una donna che vive accecata e vittima drogata di un partner che gioca il ruolo di aguzzino. Se un partner umilia, svilisce, arriva a dirti ‘t***a’, a scriverti in un messaggio ‘p*****a’, mai aspettare la seconda volta, mai aspettare di chiarire o discuterne quando, dopo essersi concesse, il sesso con lui abbassa la tensione. E’ perversione e si fa a due, ed è necessario smettere di partecipare ad un gioco troppo pericoloso, anche se ne sei drogata. Basta una sola volta, non due, per voltarsi ed estirpare un ‘amore’, denunciando, e sei sola, chiedendo aiuto. ‘Amori’ che come lo stramonio (erba del diavolo) crescono e si alimentano di odio.
(Riflessione su un caso di femminicidio)
Antonio Dessi’
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La bellezza dell'amore non è per tutti



L’amore autentico e sincero è l’espressione delle emozioni, di parti profonde di sé, e il fascino di capire l’altro e di amarlo, amando se stessi, e l’immagine che l’altro riflette. Così amore è una farfalla rara, e necessità di qualcuno che non usi le mani per acchiapparla, ne’ tantomeno reti, ma che gioisca della sua bellezza, protegga la sua vicinanza nel proprio giardino, e resista al tentativo di toccarla con le mani, metterla dentro una teca e decretare la sua morte per la propria incapacità di amare.
Antonio Dessì
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Post-San Valentino: quali bilanci?



Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
(Pablo Neruda)
“Les Amoureux” di Raymond Peynet

Esistono tante modalità di vivere in contatto con l’altro. Non parlo di giusto o sbagliato, di cosa dev’essere fatto o di cosa è necessario fare. Ma esistono dei modi sani e altri disfunzionali, non perché sia uno psicologo dalla sua stanza a decidere cosa sia disfunzionale, ma perché nella mia professione ascolto la sofferenza che proviene da relazioni che non funzionano. E le studio. Vivere in coppia è un completamento nella vita affettiva e relazionale di un individuo. Troppo spesso chi vive le tanto gettonate “incomprensioni“, “diversità di carattere” e altre difficoltà, si dimentica o forse non ha mai appreso, che al di la’ delle idealizzazioni, della ricerca dell’ultima riga delle favole, la coppia si costruisce e si sceglie. Una coppia sana è quel sistema dove ogni individuo che la compone ha appreso a prendersi cura di sé, conosce i suoi punti di vulnerabilità, le sue aree disfunzionali e resiste al tentativo di delegare all’altro il compito di risolvere, e sviluppa una capacità empatica nei confronti dell’altro/a. La coppia è incontro, un passo uno, un passo l’altro: la reciprocità, l’elemento base della comunicazione umana. La coppia è scegliersi, e riscegliersi ancora.
Troppo spesso invece si vivono problemi di coppia perché alla base, nella strutturazione della relazione c’è un patto implicito che non è quello di costruzione, ma a volte di distruzione. A volte è un patto di rinuncia, a volte un patto di “consoliamoci nei nostri problemi“, “solo tu puoi capirmi“, “non riesco a lasciarti pur stando male“, e se l’altro inizia a stare male perché frustrato nei suoi bisogni, allora arriva il famigerato “non ti riconosco più“, comel’ennesima bolla infranta di un amore visto con gli occhi delle proprie aspettative e non osservando chi si ha davvero davanti. Così, non si possono chiedere cioccolati o Baci Perugina a chi ha solo cubetti di ghiaccio da offrire. Non si possono chiedere abbracci a chi ha solo frustini emotivi per controllare e svilire. Ma c’è anche chi vive di pretese, a volte entrambi, “tu mi devi capire“: la tragedia di una coppia senza un “noi”. E capite che quando entrambi vivono la frustrazione e l’incapacità, il blocco, nel riconoscere il proprio disagio, i fuochi d’artificio non tardano ad arrivare.
Per stare in coppia in maniera sana è importante stare in maniera sana con se stessi, evitare di ricercare la soluzione ai propri problemi nel rapporto con l’altro, facendo un figlio, correre a comprare l’abito da sposa, inseguire l’altro, accettare le umiliazioni, accontentarsi di briciole d’amore, bere il veleno dell’abuso, accontentarsi di un “ti stimo“. Ti amoTi amo, e ancora Ti amo, la richiesta di un cuore che ama se stesso.
Esiste la possibilità di vivere con amore, in coppia, di avere qualcuno vicino, che sappia anche lasciare l’altro solo, e che sappia stare da solo, senza la paura di perdersi.La coppia, il Noi, è una base sicura quando è costruita con amore, perché accoglie l’uno e accoglie l’altro, dentro una dimensione così intima, che è comprensibile solo a quelle due persone, perché è co-costruita. Unica e irripetibile, luogo in cui ci si sente sicuri a distanza, dove anche lasciarsi diviene un gesto maturo e d’amore. Questo richiede impegno e lavoro su di sé ed impegno nei confronti della relazione. Il rischio è quello di vivere l’illusione di stare in coppia, dove non esiste nessuna coppia perché nessuno dei due è pronto per poter costruire un Noi, maturo, funzionante e bacino da cui attingere nel completamento della propria vita affettiva, e del proprio percorso di vita. All’intimità non si arriva con nozioni, non si arriva con consigli, non si arriva con psico-viagra e protocolli di riabilitazione degli organi genitali. Troppo spesso si arriva a litigare per il sesso.Questo “sesso, sesso, sesso”, a volte l’ultima spiaggia di coppie che non sanno costruire un Noi. L’intimità è il frutto maturo di un percorso, di conquista di sé, di contatto con i propri bisogni, di fermezza, pacatezza, capacità di scegliere e desiderio di unione intima. Intimità è non temere l’altro. E’ la capacità di lasciarsi contaminare, senza temere di perdere sé stessi, e accogliere ciò che la storia dell’altro può insegnare, nella condivisione emotiva ed affettiva. Desiderare l’altro, si, nella sua esperienza, nel suo percorso da condividere con il proprio, e raccontarselo, con la capacità di amarlo e amare il contatto con l’altro. Se questo non c’è, tanti pupazzi di San Valentino non hanno valore, e resteranno come trofei di amori alla deriva, impolverati, nelle stanze di ogni disilluso d’amore.
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Perfetti o impefetti in amore? Buon San Valentino!



Oggi è San Valentino, e tante coppie si sentono attivate da questa ricorrenza. Già nelle settimane scorse a tutti è capitato di intravedere i famigerati Baci Perugina, i gadgets, libri, biglietti …
Così San Valentino diventa una ricorrenza dove spesso prevale il conformarsi, l’inseguire un ideale d’amore commerciale che consente di sentirsi “più coppia” ed unirsi ad un coro pubblicitario. Così regali, diamanti, anelli, promesse del 14 Febbraio,  diventano un modo per tendere verso un obiettivo, a volte perdendo di vista dove si è arrivati assieme, cosa si è fatto assieme, quali difficoltà malgrado tutto si è riusciti ad affrontare assieme, e quali difficoltà ancora ci sono.
Pertanto mi piace pensare al San Valentino come un momento di riflessione, una possibilità in più ai tanti giorni dell’anno per raccontarsi cosa si è riusciti a fare assieme, come si è stati in relazione, quali sono le aree in cui ci si sente insoddisfatti. E poi se ci sono sorprese, progetti assieme…. e abbracci forti.
Così è importante raccontarsi che l’altro non è sempre colui/colei che può capirci sempre e in ogni momento, che l’altro/a non è qualcuno che può accettare sempre quello che si desidera nei tempi che si considerano “giusti” affinché non si sia indotti a maturare delle rinunce, e in questo senso, chiedersi quanto tempo si vuole ancora sostare assieme. Stare in coppia è un continuo lavoro di costruzione e ricostruzione, che dalla dimensione del Noi, riporta su ogni singola individualità, modificandola. Non è qualcosa che è scontato o che si può acquistare: è impegno reciproco. Stare in coppia è sicuramente una grande risorsa, ma richiede fatica e desiderio di crescere con la persona che si è scelta.San Valentino rappresenta un’occasione in più per poter riflettere sulla propria coppia e su due persone che portano due complessità, che necessitano di essere comprese, di essere accettate e amate come uniche ed irripetibili.
Così possono ridursi le difficoltà di una coppia, accettando che le aspettative iniziali nei confronti dell’altro e della fase di innamoramento lascino spazio ad unsentimento di attaccamento che ha occhi interiori per vedere che l’altro non è un perfetto incastro, ma è una persona che può scegliere o non scegliere di crescere assieme in un percorso assieme.
Esistono relazioni imperfette, non incastri perfetti, così come la complessità della realtà racconta. La volontà di crescere assieme va festeggiata, non i “per sempre“, ma la volontà qui ed ora di amarsi e di fare un pezzo di strada assieme e condividere. E scegliersi, scegliersi ancora, rinnovando di volta in volta il proprio attaccamento. E non darlo sempre per scontato …
Comunicare le proprie emozioni, parlare, dialogare con il sesso. Chiedersi quanto stia avvenendo tutto ciò nella propria coppia restituisce una visione di un viaggio. Un viaggio deciso da chi? Da uno dei partners, o da entrambi? E’ il luogo che piace ad entrambi? Come si è costruita questa meta? Ci stiamo incontrando o ci stiamo inseguendo?
Riconsiderare la coppia come metafora di un viaggio significa anche poter accettare le difficoltà. Non esiste coppia che non ne abbia avuto e anche quelle di lunga durata ne hanno. Ma per quel che posso ascoltare di coppie che sfidano il tempo, il segreto sta nel non considerarsi mai indietro se si fa una sosta, se si incontra una difficoltà da affrontare. Se ci si è scelti per intraprendere un viaggio assieme un motivo ci sarà.
Così come quando risulta impossibile porre riparo ad una crisi, perché si smette anche di amare, accettare che il viaggio assieme si conclude li. Così, al di la dei peluches e dei Baci Perugina, forse il San Valentino può assumere un altro significato, più intimo, sincero e con meno maquillage e paillettes. Raccontarsi ciò che si è.
Buon San Valentino a tutti!
Antonio Dessì
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Alessitimia: Cosa stai provando? Non lo so



Alessitimia è un termine che è stato proposto in psichiatria  per la prima volta nel 1973 dallo psicoanalista Peter Sifneos. A seguito di un’intensa osservazione clinica il termine alexitimia fu coniato con l’intento di  definire un insieme di disturbi delle funzioni affettive , emotive ed emozionali ed in particolare l’incapacità a comunicare,  riconoscere e dare un nome alle emozioni. E’ frequente e può capitare nella vita di un individuo sperimentare la difficoltà di decodificare cosa sta accadendo dentro di sè, a livello affettivo e di emozioni, ma l’alessitimia si esprime attraverso una difficoltà abituale, un’espressione limitata delle emozioni accompagnate da rigidità. Quando si ascolta una persona che soffre di alessitimia si ha la sensazione di sentire “a ripetizione” sempre la stessa gamma di espressioni sulle emozioni, talvolta svuotate e slegate, altre volte proprio stereotipate.  L’etimologia greca del termine alessitimia significa letteralmente “non avere parole per descrivere ciò che si sente“. Le persone che soffrono di alessitimia incontrano difficoltà ad identificare le emozioni e le sensazioni corporee, e nel lavoro psicoterapeutico hanno molte difficoltà a ricondurre i propri disagi fisici (escluse condizioni mediche) alla loro condizione psicologica e/o relazionale.
Dall’osservazione clinica emerge spesso che le persone che soffrono di alessitimia si trovano in condizioni di buon adattamento psicosociale, questo significa che si tratta di individui che conducono una vita come tante altre persone che non ne soffrono. Diversi studi scientifici (Van Kerkhoven e coll.; 2006, Kano e coll., 2007; Evren e coll., 2008) suggeriscono che l’alessitimia comporta manifestazioni di seri disturbi di natura psicologica e somatica, tra questi emicranie e cefalee, disturbi gastrointestinali e problematiche legate al funzionamento degli organi genitali, tra questi le disfunzioni sessuali, ma anche disagi di natura dermatologica (candida ecc…). E spesso questo complica la possibilità di intervento, perché spesso queste persone rifiutano, anche apertamente, gli interventi dello psicologo, li contrastano, e gli spunti di riflessione utili non vengono elaborati, ma spesso vengono lasciati cadere. Spesso i pazienti alessitimici interrompono il trattamento molto presto (qualche seduta). Reticenti e controllanti, spesso rifiutano, consapevolmente o non, il dialogo sulle  emozioni e non riescono a capire come mai lo psicologo non parli solo di questioni concrete e razionali. Come già detto, il lavoro con questi pazienti spesso si interrompe molto prima che il terapeuta abbia avuto il tempo necessario per inquadrare bene il caso e per mobilitare tutte le risorse possibili.
Riprendendo i miei articoli sull’attaccamento e gli stili affettivi (vedi archivio), diverse ricerche associano il costrutto di alessitimia ad uno stile di attaccamento insicuro ed evitante. Infatti, rispetto all’alessitimia e ai disturbi dello sviluppo emotivo è stata messa in luce l’influenza critica, estremamente significativa, delle prime esperienze relazionali e di attaccamento. Molto spesso, nel racconto delle storie affettive di persone alessitimiche emerge una ridotta disponibilità affettiva da parte delle figure di accudimento, molto spesso con la presenza di madri depresse o con disturbi di personalità.  In generale la difficoltà maggiore per questi soggetti risiede nell’incapacità di riconoscere i motivi che li spingono ad esprimere determinate emozioni, tendenzialmente scelgono una strada più viabile che è rappresentata dall’espressione somatica di quello che provano (gastriti, emicranie, capogiri, nausea…) e di conseguenza hanno molta difficoltà a mettersi nei panni dell’altro, mostrando di conseguenza scarse capacità empatiche. Molto spesso le difficoltà maggiori vengono riscontrate dai/lle partner dei soggetti alessitimici, per i quali la consulenza psicologica può essere un buon strumento per comprendere i limiti della relazione e le aree di sofferenza attive.
Sono persone che tendenzialmente non hanno tante relazioni sociali significative, e compensano la limitata capacità di espressione delle emozioni con attività in grado di restituire loro una coerenza interna (dipendenze senza e con droga, shopping e sesso compulsivo, disturbi del comportamento alimentare).
In generale si tratta di un deficit nel dominio cognitivo-esperienziale dei sistemi di risposta emotiva e del livello della regolazione interpersonale delle emozioni (Taylor, Bagby & Parker, 1997/2000, p.31). Questo perché la difficoltà riguarda:
  1. difficoltà di identificare i sentimenti e di distinguerli dalle sensazioni somatiche;
  2. difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone;
  3. processi immaginativi limitati;
  4. stile cognitivo orientato esternamente.
In questo senso ciò che riguarda l’alessitimico/a è ciò che già dagli anni ’90 è stata definita intelligenza emotiva ed interpersonale. Lo sviluppo degli affetti e la capacità di regolazione di questi è facilitato nella primissima infanzia dall’esperienza di condivisione degli affetti e del “rispecchiamento” delle espressioni emotive con il caregiver primario (in genere la madre) e, in seguito, dalle interazioni giocose nelle quali si verifica l’apprendimento delladenominazione e dell’espressione dei sentimenti (Taylor & al., p.41). La madre riveste un ruolo di “contenitore” attraverso la funzione diassorbirecontenere,elaborare, interpretare gli stati affettivi del suo bambino, soprattutto quelli disturbanti, e restituirglieli mitigati.
L’alessitimia sembra avere conseguenze importanti nel decorso e nella prognosi di numerose condizioni mediche (ad esempio nei disturbi coronarici, nei soggetti trapiantati, nell’asma e nei disturbi respiratori…), in termini sia di qualità della vita che di sommazione di fattori di rischio.
Ad oggi l’alessitimia è considerata come uno dei possibili fattori di rischio per svariati disturbi somatici e psichiatrici e, secondo alcuni autori, molti disturbi potrebbero essere riconcettualizzati come veri e propri disturbi della regolazione degli affetti.
L’incapacità di elaborare le emozioni sembra essere un fattore di predisposizione generale alla malattia psicosomatica (mal di testa, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, dolori articolari cronici, asma bronchiale, malattie dermatologiche…). I soggetti alessitimitici sembrano più facilmente soggetti a sintomi somatici funzionali, a lamento somatico senza spiegazione medica, a preoccupazioni ipocondriache.
Secondo alcune speculazioni, l’alessitimia e i problemi di regolazione affettiva (come succede nei pazienti borderline) sembrano essere tra i più importanti fattori che diminuiscono l’efficacia delle terapie psicodinamiche e tra le principali cause di drop-out e di ricadute dei pazienti.
Pertanto, una terapia classica basata sull’introspezione e sull’interpretazione dei sintomi rischia di essere inefficace o persino dannosa (può portare allo stallo della terapia, all’iperinvestigazione e all’esasperazione dei sintomi somatici, a rinforzare il senso di non comprensione di sè…). In questo senso, l’identificazione di strategie terapeutiche alternative che favoriscano il riconoscimento, la denominazione e la gestione degli affetti, all’interno di una relazione caratterizzata dal “contenimento” e dalla disponibilità empatica dello psicoterapeuta è auspicabile.
La letteratura sembra indirizzare verso terapie di supporto, terapie a orientamento cognitivo o a forme modificate di terapia psicodinamica (Cantelmi & Sarto; Taylor & al.).
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Tutto l'amore del mondo: chi sono i dipendenti affettivi?



Il terreno su cui uno psicologo si muove rispetto al tema delle dipendenze affettive è estremamente delicato. Nel mio blog ho scritto diversi articoli sul narcisismo, sulla dipendenza affettiva e sintomi sessuali come strategia per mantenere il rapporto, ma un messaggio che mi sembra molto importante rimandare è quello relativo alla co-costruzione affettiva inconsapevole di questa problematica relazionale. Se è vero che esistono delle caratteristiche tipiche di persone con tratti narcisistici di personalità, dall’altro lato esiste un incastro perfetto (nella mente del dipendente affettivo) con la persona che sceglie per portare avanti una relazione. Molto spesso lavoro con coppie che sono affette da dipendenza affettiva e che certamente non chiedono il mio aiuto per questo, ma più spesso per problematiche sessuali, dopo aver tentato Viagra, Levitra e antidepressivi. Altre volte richiedono una consulenza donne o uomini che soffrono per altri disagi collaterali (ansia, depressione ecc….) e che certamente se ne vedono bene dal mettere in discussione la relazione nella quale stanno. Ciò che è possibile sentire è la solitudine, una bolla di giochi relazionali e di poco amore che tiene vincolate due persone. In tal senso, il lavoro sia sul singolo, sia sulle coppie è di tipo sistemico, perché anche se in realtà si rivolge allo psicologo una sola persona, l’altra è comunque un implicito nel lavoro che si può portare avanti. Molto spesso anche il/la partner che non va dallo psicologo ha sviluppato dei sintomi, ma spesso appare come più “sano” rispetto a  chi ha chiesto la consulenza. Questo è spesso dovuto al fatto che uno dei due latita, e da questo punto di vista la difficoltà sta proprio nel capire che anche queste mosse relazionali con lo psicologo sono, sicuramente inconsapevolmente, tese al mantenimento della relazione disfunzionale. Un po’ come se si volesse aggiustare un pezzo e ritornare nuovi, senza andare in profondità e sentire spesso la distanza emotiva e l’unione impossibile che può esserci tra due persone che sono entrate nel circolo della dipendenza.
Un aspetto interessante, che spesso ho avuto modo di notare nella nascita delle coppie che poi sviluppano una dipendenza affettivarisiede già nei primi momenti di contatto tra i due potenziali partner. La sensazione che ho sempre avuto è stata quella di sentire storie di persone che si “univano” alla ricerca di appagare bisogni affettivi profondi irrisolti. Nella mia formazione in psicoterapia sicuramente ho imparato che non esiste un giusto o sbagliato ma un cosa e un come che spinge le persone a co-costruire qualcosa.  Così, nella storia di tanti dipendenti affettivi c’è un vuoto d’amore e spesso, come nel teatro greco, un coro di voci che continuano a cantare attorno: “Come fai a stare in una situazione così difficile?”.
Questo spesso serve solo a rinforzare il comportamento del/della dipendente affettivo/a, che “incitata” da amici, parenti ecc.. sul tema della resistenza, percepisce i suoi sforzi di mantenere una relazione disperata come “vero amore“. A volte, succede invece che questi tentativi vengano interpretati come nobili gesti, ma poi spesso si scopre che la radice di tanta nobiltà d’animo e di tanta devozione all’oggetto d’amore è un film in bianco e nero che si ripete nel presente. In questo senso nella dipendenza affettiva la protagonista è la distanza, due persone lontane emotivamente e in disarmonia con quello che succede durante le giornate (inseguimenti, soffocamento d’amore…). In questo senso la terapia è la restituzione di una coerenza tra interno, ciò che si prova, ed esterno, ciò che è più consono con il proprio sentire. Una storia di dis-amore appresa molto presto e sulla quale la persona ha strutturato la propria affettività, ma anche la propria voglia di rivincita. Un po’ come nelle fiabe e nei film: “Con così tanto amore prima o poi mi amerà“, “In effetti, se ora mi scrive così poco, forse ha bisogno solo dei suoi tempi per innamorarsi“, “Magari gli regalo qualcosa, così mi dirà delle cose…“.
I dipendenti affettivi vivono costantemente il loro amore inseguendo la loro strada, quella della redenzione e del riscatto affettivo, e i narcisisti quella della loro chiusura e solitudine: non esiste un luogo di incontro, e quando la dipendenza si risolve, a volte ci si rende conto che il luogo di incontro e amore è quello di lasciarsi, affinché ognuno possa prendersi cura di sé (anche se spesso i dipendenti cercano di “curare” il partner co-dipendente). Ogni persona ha la sua storia, gli eventi che si sono snodati nella costruzione di un’affettività e di un bisogno di amore. Molto spesso, nelle storie dei dipendenti affettivi il ruolo che si assume è quello della negazione dei propri bisogni emotivi ed affettivi, e molto spesso infatti, se si incontra e si tenta l’unione con un partner con caratteristiche tipiche del narcisismo,l’espressione dei propri bisogni viene vissuta dal dipendente affettivo come l’acqua santa sul demonio, proprio perché l’equilibrio disfunzionale si basa su questo e l’espressione dei propri bisogni, a seconda della resilienza del partner, può rappresentare la minaccia di rottura della relazione.
E’ paradossale, ma se è vero che nel caso del narcisismo si è incapaci di amare, non è corretto ammettere che un/una dipendente affettiva cerca amore, anzi, spesso non sono proprio attratti/e da partner disponibili affettivamente. Mi piace dire che i dipendenti affettivi hanno difficoltà ad accettare antiche ferite e cercano nel presente come liberarsene, modificando i finali e attuando un maquillage psicologico. Amano la sfida, il riscatto, le grandi imprese d’amore. Se è vero che spesso il partner narcisista ha il desiderio di tenere vicino il/la partner dipendente affettivo/a per i propri scopi narcisistici senza poterlo/a amare, è vero che il duetto inconsapevole si struttura con ungioco perverso dove il/la dipendente affettivo/a si lega da solo/a sopratutto ai tentativi di rottura delle catene, anche in psicoterapia. Spesso è il senso di colpa, la bassa autostima e la paura di separarsi, a giocare un ruolo importante. Pertanto, è come se si perdessero dei confini personali e si diventa ciechi di vedere l’incapacità di amare del partner e la si attribuisce a sé stessi: “Se non è voluta uscire stasera con me è perché sicuramente l’altra sera ho detto qualcosa di sbagliato“. E il gioco è fatto …
Le relazioni dipendenti sono come un ammasso di gelatina appiccicosa, che un bravo terapeuta maneggia con guanti inizialmente e poi cerca “regalarne” un paio al partner che gli/le chiede aiuto per poter continuare a risolvere la relazione disfunzionale. Se si staccano da una parte, le parti si riattaccano dall’altra. Pertanto il lavoro psicologico è molto complesso, sopratutto nei casi in cui uno dei partner rimane “a casa” e l’altro va dallo psicologo, spesso senza averle/gli mai sfiorato la mente l’idea di avere una relazione disfunzionale e fonte di sintomi.
E’ un gioco ad incastro ed occorre sviluppare una buona capacità di analisi di sé e della propria storia affettiva per stare in contatto con ciò che succede da un punto di vista emotivo nella coppia. Anzi, spesso le persone che superano la dipendenza affettiva con il partner si rendono conto di essere diventate una vera coppia nel momento in cui hanno deciso di lasciarsi. E’ un tuffo nel vuoto e non un incontro, un salto in un passato a volte di dolore e solitudine, un passato che si tenta con ossessione di cambiare, un ripercorrere sempre la stessa strada alla ricerca di sé e con l’illusione di cercare l’altro, precludendosi la possibilità di credere di poter cambiare e cercare amore, e non più dolore, solitudine, pretese, tenere a sé qualcuno/a che si è incapaci di amare. Il danno maggiore è legato al fatto che si peggiora in due e si cronicizzano disturbi già presenti prima della relazione.
Da questo punto di vista, ciò che mi è stato possibile vedere è che nei casi di dipendenza affettiva molto spesso anche le terapie farmacologiche risultano essere inefficaci perché sicuramente assumere un antidepressivo per un disturbo distimico (depressione che dura da almeno due anni) può temporaneamente risollevare la persona, ma non appena si scala il farmaco a conclusione di terapia, la relazione spesso si è avvolta di un altro mantello, quello dell’illusione che tutto possa andare (a volte succede che proprio nel periodo di benessere si facciano scelte importanti, tipo un figlio, andare a vivere assieme ecc….).Occorre pertanto una terapia che sfrutti al massimo il tempo, con strategia ed efficacia, perché i tentativi di mantenere la relazione sono tantissimi ed aumentano con l’iniziare della terapia da parte di uno dei partner in genere, ma anche se si va in coppia. Questo perché i postumi potrebbero essere più difficili da gestire, spesso se si sono avuti figli, matrimoni ecc… Pertanto la situazione si complica, e non poco. Inoltre è importante dire, e questo è un mio punto di vista del tutto personale, che certi tipi di psicoterapia non sono adatti a fronteggiare questa problematica, anzi, alcuni tipologie di psicoterapia sviluppano un’empatia eccessiva nel partner dipendente che allunga tanto i tempi di costruzione di alleanza terapeutica con il nuovo terapeuta e a seconda della personalità del dipendente può favorire un’esacerbazione di un processo persecutorio, ovvero, “E’ il terapeuta che vuole rompere il vero amore che c’è tra di noi“.
La dipendenza affettiva di nutre di assenza di confini, ed in generale si esprime sul piano emotivo con il senso di colpa, la paura di separarsi, il terrore della distanza, la difficoltà a mostrare le proprie emozioni e quello che si prova.
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Ma con chi si connettono? I dipendenti da social network



Nell’ambito delle dipendenze, sempre più attenzione, a partire dagli anni 90, è stata data alle dipendenze da internet. Con l’andare del tempo la vita virtuale si è proposta per tante persone come estensione e “spazio di vita“, sottraendo sempre più elementi emotivi e relazionali alla vita reale. Parliamo di dipendenze da internet, una forma di dipendenza “senza droga, che ha destato molta attenzione e tante riflessioni nella comunità scientifica internazionale.
In particolare la persona che soffre di una dipendenza da internet, molto spesso con scarso insight (consapevolezza) e con l’illusione di poter controllare  e smettere il comportamento quando vuole (un po’ come per tutte le altre dipendenze “Posso smettere di fumare quando voglio“, “Da domani non mi faccio più” …) presenta alcune caratteristiche generali, anche se non necessariamente tutte le persone che ne soffrono presentano tutti i criteri. Inoltre non necessariamente tutte le persone che presentano caratteristiche tipiche delle dipendenze da internet riconoscono di avere un problema, proprio per il fatto che l’invasione delle tecnologie ha reso più socialmente accettabile tale comportamento.  Il problema non è tanto sulla quantità, ma l’effetto e la motivazione (a volte anche inconsapevole) che spinge la persona  a drogarsi di “like” o attività su internet.
Nelle dipendenze da internet tendenzialmente si vive con preoccupazione o comunque con attivazione (pensieri, emozioni …) il dominio legato a tutte quelle che possono essere le manifestazioni del web prescelte (chat, se il soggetto utilizza questo strumento, facebook, twitter, Instagram, E-bay, giochi on-line…). In particolare la preoccupazione spesso è legata all’essere a conoscenza di tutto ciò che è successo e di non essersi persi niente. E’ un po’, in tanti casi, la trasposizione sul web di un sentimento di inadeguatezza e di esclusione. Questa predisposizione comporta lo sviluppo di un elemento essenziale nella psicologia delle dipendenze, ovvero la tolleranza, che nel caso delle dipendenze da internet si sviluppa con un aumento del tempo dedicato al web. Il soggetto ha la tendenza a controllare di continuo l’attività web prescelta, con accessi continui sul proprio profilo. L’aspetto più interessante è legato al fatto che tale attività spesso porta ad una graduale chiusura in sé stessi ed una messa in secondo piano delle relazioni sociali. E’ spesso nelle relazioni di coppia che questo tema emerge come tema di conflitto, dove il /la partner vede costantemente il partner dipendente concentrato/a sulle attività sul web, disinvestendo così dalla relazione reale. Nella mente del dipendente possono esserci dei momenti in cui pensa di poter ridurre la sua attività sul web, e il fallimento rinforza il sentimento di inefficacia. In alcuni casi, anche se i social network sono sempre più socialmente accettati e parliamo più di chat a contenuto erotico, giochi d’azzardo ecc… il soggetto può tentare di nascondersi agli altri rispetto alla sua attività. I continui accessi al web possono comportare difficoltà sul lavoro o nello studio, sia per quanto concerne i tempi utilizzati, sia per l’impatto emotivo (pensiamo ai social network) possono avere.
LA SINDROME DEL LIKE. Facebook e altri Social network non sono necessariamente dei mostri da evitare, ma anzi, possono rappresentare un utile strumento di comunicazione. Come tutti sappiamo, molto spesso questi social network sono caratterizzati per tante persone dall’accumulo di amicizie virtuali, a volte che si dimentica pure di avere in lista. Diventa una vetrina dove sbirciare, dove flirtare, dove mangiare il tempo … uno spazio che lentamente si rende disponibile per essere utilizzato, e nei casi di Internet Addiction, nel consentire ad una persona di esprimere un proprio disagio emotivo attraverso una dipendenza.
La sindrome del Like è piuttosto interessante. Uno studio dell’Università del North Carolina mette in evidenza come il sistema dei Like in realtà rappresenti da un punto di vista neurobiologico una montagna di scariche di dopamina, un neurotrasmettitore che tra tutte le sue funzioni è coinvolto nelle dipendenze e nei sistemi di gratificazione. Alcune persone sono particolarmente sensibili al mondo del social network, per svariati motivi, e i social si impossessano di loro attraverso il loro funzionamento. Postare commenti, foto, ed attendere con trepidazione i “like”. Si, molte volte “Like” da persone che nemmeno si conoscono, ma che fanno scattare la persona ad ogni trillo sullo smartphone. A volte tutto questo si traduce in una fonte di gioia, a volte in una fonte di frustrazione se non se ne sono ricevuti abbastanza (sulla base del criterio che la persona stabilisce).
Estasi digitale, tanto che le ricerche parlano di circa 21 milioni di utenti in Italia, che si aggiudica la prima posizione nell’utilizzo dei social network.
Ma con chi si è connessi?Sicuramente con persone che si conoscono personalmente ma anche con tante che non si conoscono e sono li a riempire liste. Perché diventa così importante collezionare friends? Probabilmente facebook non nasce con questo proposito, ma sono le persone che ne hanno fatto questo utilizzo. Facebook, Twitter, Instagram (per citare i più conosciuti), diventano per alcune persone “le persone” da salutare la mattina quando si beve il caffé, “le persone” che accompagnano la giornata, “le persone” che stanno vicine sino a quando non si spegne la luce per dormire.  Molte volte trascurando le persone reali, e così, le persone che ne sono dipendenti e che si lasciano intrappolare da questo sistema aumentano progressivamente il tempo in rete tanto da compromettere la propria vita reale; se non possono connettersi soffrono, diventano irritabili fino a stati di agitazione o depressione.
Ci sono anche io“, così sembrano dire le storie di tanti dipendenti da social network. Così, vicino agli amici in carne ed ossa, durante un pranzo di famiglia, durante il lavoro, con il/la propria/o partner si sacrificano momenti di contatto reale. Si è più abituati a guardare il riflesso degli schermi degli smartphone e quegli odiosi like, montagne di click a volte messi a caso o con superficialità, che guardare negli occhi una persona reale o affettivamente importante. Probabilmente poco importa una chiacchierata con il vicino di ombrellone al mondo di Instagram, ma quello che emerge è che diventa importante che in quella spiaggia ci sia una buona connessione ad internet. Così se manca per una giornata, il dipendente da social si trova a dover fronteggiare stati di nervosismo e frustrazione. Un vissuto di esclusione rispetto ad un mondo che in quel momento ha smesso di esserci.
Molti potrebbero rispondere: si, ma è un modo anche per socializzare.
Ma forse, così come dicono alcuni studi, l’area su cui fa leva il social network e la like-addiction sta proprio nella lettura della scarica di dopamina da un punto di vista neurobiologico e sistemi di gratificazione da un punto di vista più psicologico. Un “mi piace” equivale, biochimicamente parlando, a ingurgitare cibi che adoriamo, a fare sesso e, purtroppo, a assumere sostanze psicotrope.
Uno studio svedese mette in evidenza come per gli utilizzatori dei social network il 77% legge gli aggiornamenti di status,  il 69% mostra incoraggiamento e il 66% far sapere agli altri che si ha un interesse per loro.
Il comportamento di controllare costantemente le notifiche e il desiderio di like a post o foto sia il modo principale per verificare la percezione che gli altri hanno della persona. Così viene descritto nello studio. Anche da un punto di vista motivazionale, spesso si innesca un meccanismo di competizione. Piacere di più rispetto ad altri, a tutta questa schiera di “amici” che a volte di sfuggita mettono un “like”, contribuiscono alla creazione di un’identità online. Nel mondo virtuale poco importa se uno è timido o egocentrico, se affettivamente funziona o se è algido. Il social diventa un palcoscenico dove mettersi in gioco. Poco cambia dalla realtà, ma forse guardare uno schermo di uno smartphone è più semplice che guardare gli occhi di una persona. E così, commentare, scherzare, notificare diviene sempre più semplice.
Così il social diventa spesso un nido su cui stare, lontani da una vita reale a volte frustrante, a volte che non si sa gestire. Le possibilità sono tante sulla base del senso e il significato che ogni persona, che soffre di dipendenza da internet, ha.
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