** APERTURA STUDIO SEDE DI OLBIA **



Negli anni di attività professionale mi è capitato spesso di venire contattato da persone che, risiedendo nel Nord Sardegna, non avevano possibilità di raggiungere il mio studio a Cagliari.
Così ora, in questo momento professionale ho trovato l’occasione per ampliare il mio impegno e disponibilità ad una nuova sede del mio studio nella città di Olbia.
La disponibilità di posti è ridotta e circoscritta ai fine settimana (sabato incluso) in quanto la mia principale sede di lavoro durante la settimana è Cagliari, la cui utenza non mi consente un impegno maggiore in altre sedi.
E’ possibile fissare un appuntamento per la sede di Olbia con la stessa modalità, ovvero contattandomi sul mio cellulare di servizio 392-1350189 dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13-14.30 ed indicandomi che si intende prenotare uno spazio per una consulenza, individuale o di coppia, nella sede di Olbia.
Lo studio ha sede ad Olbia città presso il Centro psicologico, psico-educativo e psicoterapico Kreisvia Antelami 36.
Lo studio oltre al lavoro di psicoterapia, si avvale della presenza di vari professionisti nel settore delle scienze psicologiche e si occupa di neuropsicologia, interventi educativi anche in ambito di disturbi pervasivi dello sviluppo, certificazioni di trattamento, psicodiagnostica e parent training (in tutte quelle situazioni di disagio per la presenza di disturbi nei bambini come ADHD etc… e problematiche in adolescenza).
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Psicologia della noia e dell'annoiato/a



La noia è un’esperienza che spesso può tormentare e far cadere in un vortice cronico di sensi di vuoto e di poca pienezza anche in presenza di abbondanza. Non è la classica noia da domenica piovosa dove tutti stanno in casa e non escono, ma quel sentimento di vuoto che spesso nasconde un malessere più profondo e fa precipitare la persona che ne soffre in un vortice di inutilità.
L’esperienza delle persone che spesso provano noia è molto dolorosa perché si tratta di uno stato emotivo in grado di modificare completamente la percezione di ciò che ruota attorno all’annoiato. Così, è come se il mondo e la realtà attorno assumessero dei contorni poco definiti, evanescenti e colori pallidi e cerei.
La noia è un’esperienza emotiva che, esclusa la motivazione di assenza di stimoli, può divenire cronica. Non si tratta di una “patologia“, ma di un’esperienza affettiva inserita in un funzionamento psichico dotato di senso e significato personale che può essere compresa ed elaborata. Così come l’annoiato vede contorni evanescenti e colori cerei, così tutte le sue esperienze di vita, lavorative, affettive, ricadono in un contenitore e vengono accomunate da un comun denominatore spesso chiamato “indifferenza” e da un’esperienza che spesso viene definita come “fastidio“. Il definire l’esperienza come fastidio non aiuta la persona, perché non essendo questa un’emozione, mantiene chi ne soffre in un circolo di pensieri dominati da un’idea prevalente di inutilità di cose, luoghi, persone. Spesso le motivazioni portate come giustificazione alla noia sono quelle della “solita routine“, “non succede mai niente“, “non c’è niente che mi entusiasma“, “farei prima a cambiare lavoro“, “sarebbe meglio vivere a Panama” e nei più oniroidi “non fa per me“. Talvolta, il sentimento di noia compare anche in ambito psicologico quando la persona, abbandonati i sintomi, non sa cosa farne di se stessa, oppure come difesa da ricadute depressive, dall’ambivalenza legata alla comprensione profonda dei propri bisogni, dalla percezione di essere incapaci di vivere, dalla rottura/assenza di ricorsività nella capacità di dialogo interiore (mancanza di empatia), dal rifiuto dei limiti (…) e dal proprio sistema di valori.
La noia è spesso sfuggita dalle attenzioni scientifiche, ma recentemente (2013) uno studioso di nome Eastwood la definisce come un’esperienza caratterizzata da un desiderio non appagato di fare-esperire qualcosa di soddisfacente. La noia si presenta come un’emozione sentinella, nel senso che ha il potere di incidere sui livelli di concentrazione e porta ad uno stile attribuzionale di pensiero che tendenzialmente è esterno. In questo senso l’esperienza dell’annoiato è quasi quella di un ubriaco che non sa dove andare: una passeggiata con amici è noiosa, i programmi tv sono noiosi, un pranzo in famiglia è noioso…
Effettivamente la noia sembra proprio una faccenda di attenzione. In uno studio del 2012 è stato riscontrato che le persone più propense a provare noia ottengono prestazioni peggiori nei compiti che richiedono attenzione sostenuta con una maggiore probabilità di presentare sintomi di ADHD e di depressione (Malkovsky,Merrifield, Danckert, 2012).
L’esperienza soggettiva di chi si annoia è spesso caratterizzata dal vedere un mondo in bianco e nero, dove niente entusiasma veramente. A questo, diversamente da una persona depressa, con la quale ne condivide la visione della realtà, l’annoiato ha la caratteristica di sognare, ovvero di ripetersi che qualcosa cambierà e che prima o poi riuscirà a gioireSpesso però non sa realmente cosa sia necessario cambiare e cosa potrebbe farlo/a stare meglio. Non a caso le persone che soffrono di noia sono dei fuggitivi, nel senso che sono alla continua ricerca di nuovi stimoli: collezionare nuovi amici, non lasciarsi sfuggire la serata clou in un locale, provare sport estremi… E’ la fuga a decretare la sofferenza di noia e non i contenuti. Infatti l’annoiato, dopo aver sperimentato le nuove cose, risprofonda nel suo stato di insoddisfazione, o non trattiene per molto la tensione positiva.
Essendo la noia il frutto di una percezione che si ha sulla propria vita, lo sguardo esterno e non interno dell’esperienza soggettiva, contribuiscono ad una visione opaca e dai contorni evanescenti. Pertanto a volte la noia è la fuga da uno stato depressivo profondo, che l’annoiato non vuole o non sa comprendere. Chi si annoia non trova valore in quello che fa o in quello che vive, ed in genere ha percezione su quello che non desidera, ma non è consapevole di quello che desidera veramente per poter decretare un cambiamento nella propria vita.
La condizione di noia talvolta segnala un’incapacità profonda di dialogo interiore, sopratutto per quanto concerne la lettura dei propri bisogni più profondi, affettivi etc… e spesso un’incapacità ad avere una motivazione intrinsecaL’annoiato cerca stimoli esterni, cercando di sanare un divario interno che non sa o non vuole comprendere. La mancanza di contatto profondo può avere diverse spiegazioni ed è specifica di ogni persona che soffre di noia, o non riesce a godere di quello che ha. A volte mancano delle tappe importanti nel proprio sviluppo psicologico, e questo può portare ad uno spostamento di asse dai propri bisogni ai bisogni di altri (ma questo è solo un esempio), oppure mancano delle esperienze fondamentali che non si sono ancora fatte e che per un qualche motivo imprigionano la persona in un vortice di insoddisfazione, oppure si sogna una vita per sé senza saperla costruire con quello che si ha (un po’ come eterni bambini desiderosi di avere tutti i giocattoli del mondo e annoiarsi davanti ai regali ricevuti a Natale sotto il proprio albero a casa).
Possono esserci spiegazioni più di stampo analitico al processo di noia, come quello del conflitto che porterebbe ad un rifiuto del limite. In questo senso l’annoiato soffrirebbe per un’incapacità di aderire su un piano di realtà alle proprie capacità e limiti, sia internamente a se stesso/a, sia esternamente. Un po’ come se si desiderasse di continuo il paese dei balocchi senza capire che quella è una carovana che passa una volta all’anno in città e che è finzione. Infatti chi si annoia, secondo questa visione, ha spesso un desiderio di vita eccezionale, esperienze e amicizie fantastiche, amori travolgenti quasi holliwoodiani. Questa visione grandiosa e per certi aspetti narcisistica sarebbe continuamente delusa, nell’annoiato, da un continuo esame di realtà, che mostra una realtà deludente, persone limitate e talvolta rapporti sentimentali banali o non soddisfacenti rispetto ai loro ideali.
Paura di fallire. Un’altra visione dell’annoiato è quello che lo vede incapace di porsi uno scopo allineato ad un esame di realtà che connette i bisogni interni e le risorse esterne. Questo, secondo questa visione, potrebbe rappresentare un tentativo di evitamento dalla paura di fallire. Nel senso che, essendo l’annoiato totalmente disilluso, eviterebbe di muoversi per non sentire ancora fallimenti. Questo potrebbe portare allo strutturarsi di disagi più profondi nel suo funzionamento psichico. Inoltre dire “non ne ho voglia“, “mi annoia“, si è visto da diverse speculazioni in ambito psicoterapeutico, essere una manovra psichica di protezione dalla percezione di non essere meritevoli di ottenere quello che veramente si desidera.
Sicuramente il sentimento di noia si inserisce all’interno di un funzionamento della persona, e talvolta sembra diventarne uno stile di vita. Sia questo per bisogni inappagati, sia per immaturità psicologica nel comprendere i propri limiti e quelli della realtà esteriore, sia per una modalità quasi “onirica” della visione della realtà e di se stessi, sia come difesa alla depressione o alla svalutazione di sé, sia come incapacità di riconoscere valore a ciò che si esperisce. L’annoiato è dannato alla ricerca esteriore di quello che non sa di volere, è attratto da qualsiasi bancarella perché non sa se li c’è qualcosa che si può perdere, per poi finire nuovamente deluso/a dall’esame di realtà e dai limiti esterni.
Un buon lavoro su di sé tendenzialmente immunizza da sentimenti di noia, e restituisce alla persona lo spazio interno per poter riconoscere che già con quello che si ha, ci possono essere molte cose su cui lavorare e costruire una propria identità più stabile e più forte. L’annoiato aspetta che la felicità arrivi con l’incontro magico, con le amicizie travolgenti e sempre pronte con cose nuove, dalle cene che sorprendono… Talvolta, la ricetta è proprio quella diimparare a stare nella propria realtà, e mentre si vedono passare treni che si schifano perché noiosi, accettare che quei treni sono quelli possibili e reali, e non cadere nel vortice di aspettare il treno dorato con i diamanti ai lati, che potrebbe decretare l’aspettare di una vita abbracciati alla noia.
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I distacchi e la metafora del tarassaco



I distacchi, gli amori che finiscono, sono un achenio di tarassaco che va via con il vento. Vento che distrugge l’intera pianta. Non bastano né mani, né corpo per poterlo fermare. Ma nella sua natura che porta via c’è qualcosa di buono. Non è capace di distruggere i semi. E quando soffia sparge i frutti della pianta, spingendoli altrove da dove si era. E basta camminare un po’ e vedere crescere nuova vita altrove.
(Antonio Dessì)
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it - Nella Stanza di uno psicologo
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Il vero gioiello sei Tu



IL VERO GIOIELLO SEI TU

(…) Lavora su te stesso/a come il migliore degli artisti. Con mani ferme e con fantasia e amore. E non scordare mai di imbellirti intrecciando fili di sogno e speranza. Non cercare il gioiello tra la droga delle vetrine della città, nè tantomeno negli occhi divenuti vetro, perchè dell’estetica ne hanno fatto le loro lacrime. La bellezza è autentica ed è tra le tue mani. Sei esattamente Tu.
(Antonio Dessì)
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it – Nella Stanza di uno Psicologo
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Essere in equilibrio è più pesante che saper esplorare



Mi capita spessissimo di ascoltare persone che, giunte dallo psicologo, propongono come obiettivo la ricerca di equilibrio. Con il tempo mi sono reso conto che dietro quella richiesta in realtà si celavano i sintomi, le paure, le ossessioni, la depressione e tanti altri. Una sorta di caverna mentale chiamata “Equilibrio”. La vita scorre in bicicletta e stare in equilibrio significa stare fermi in un punto ed imperturbabili, e per questo non serve sicuramente uno psicologo o uno psicoterapeuta. Inoltre, lo stare fermi in equilibrio, come un grande elefante al circo durante il suo numero, garantisce di conquistare nuovi sintomi, come per esempio la sfiducia in sé stessi, la tristezza negli occhi davanti ad un mondo che scorre, dalla posizione ferma ed imperturbabile. Una posizione che lascia indietro, che blocca l’esplorazione e la vita.
La parola equilibrio si adatta forse alla crusca che sponsorizza la Marcuzzi, ma non certamente a chi vuole lavorare su di sé ed acquisire flessibilità, e non equilibrio. La flessibilità è movimento, acquisire strumenti per gestire le perturbazioni che costantemente rimbalzano sul sistema mente e lo modificano. Se si sta fermi a testa in giù come l’elefante in figura, forse ci si perde qualcosa. E a volte, chiedendo equilibrio, in realtà si sta dicendo che non si vuole cambiare niente. E un buon terapeuta, in quel caso sa che non ha niente da fare in più. E’ un po’ come se la persona dalla caverna dicesse: “Aiutami a non uscire di qui”. La risposta è: “Basta non uscire”.
Antonio Dessì
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Legami: "Come" o "perché" possono far soffrire?



La fonte di maggiore sofferenza per le persone è la rottura di una ricorsività nell’unità di senso e costruzione di significato. Questo significa che nel sistema mente la ricorsività di senso tra la parte che esperisce e la parte che riflette sull’esperienza è interrotta per un black-out. Così succede anche per i legami: possono far soffrire o possono rendere felici. Ma la sofferenza sta proprio nella rottura dell’unità di senso, e nella difficile ricostruzione della co-costruzione che è avvenuta tra le due persone coinvolte nel legame. Lo sviluppo di capacità empatiche, l’analisi delle sequenze e degli scambi comunicativi spesso rende alle persone un senso che sino a quel momento era celato, mascherato da emozioni come rabbia, tristezza, disgusto e altre. Chiedersi “perchè” si soffre non aiuta, perché riporta la persona in un rituale quasi liturgico di tutte le sequenze che vengono lette con un’unità di senso che manca. E’ come cercare di avviare un software senza sistema operativo. La comprensione empatica verso se stessi, verso l’altro/a, consentono di comprendere profondamente la natura del legame, “Cosa è quel legame”, “Come si fa a fare quel legame”, le caratteristiche, le difficoltà reciproche, e conservare e accettare il come si è provato affetto, mai da mettere in discussione, questa volta incorniciato in un’unità di senso e significato più percorribile, e con la ripresa di una ricorsività mentale prima interrotta. Pertanto, tutti i legami sono utili, a patto che non si interrompa l’unità di senso e la ricorsività. Questo richiede un abile lavoro di centratura su di sé e di capacità di spostarsi e stare anche sull’altro, senza perdersi, per poi ritornare su di sé e ricostruire la trama interrotta.
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