Buona Pasqua




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Un viaggio che si chiama "coppia"



Costruire una coppia inizia con comprendere che cosa ognuno porta per poter organizzare un viaggio. E’ una barca che va verso l’orizzonte, cullata dalla speranza, e l’aria di un progetto comune nei polmoni. Non mancheranno i momenti di solitudine, perché a volte si rema anche da soli, a volte assieme.Ma mai in assenza di speranza e di unione anche nella difficoltà. A volte è necessario accudimento, perché non sempre siamo in forma, e un giorno potremmo averne bisogno anche noi. Non mancherà essere scoraggiati, perché stare in coppia non ci salva nemmeno da questo. E le paure: pesano meno se si reggono in due. Credo che il principale motore sia proprio la speranza, forse la forma più autentica di amore. Senza questa ogni progetto è uno stare al porto, in attesa di partire, senza mai cambiare scenario all’orizzonte e sempre sotto lo stesso cielo.
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Il fuggitivo: uomini che fuggono



Ci sono uomini che della fuga ne hanno fatto una filosofia di vita. Che si tratti di una proposta di convivenza, un viaggio assieme, una responsabilità condivisa, in un attimo questi uomini spariscono ancor prima di aver consapevolezza di averli persi.
Ci sono uomini e donne che nelle storie affettive raccontano, sulla poltrona dello psicoterapeuta, di aver tentato di costruire un legame con questa tipologia di uomini. Le loro narrazioni sembrano tratteggiare le storie di Jane Austen e i fantasmi di Netley.
Perché è questo l’epilogo di queste storie: la sagoma di un corpo che si è appena poggiato sul letto e il suo profumo. O come nel caso di Laura (nome di fantasia) i messaggi su whatsapp che continuava per giorni a scorrere, per dimostrare a se stessa, al mondo che non aveva avuto a che fare con un fantasma.
Questi uomini-fantasma non lasciano ombra, perché di sé parlano molto raramente e con molta difficoltà. Alcuni sono consapevoli del proprio egoismo e della loro poca disponibilità a scomodarsi, ma spesso non sono in grado di farsene carico e inscenano tutta una serie di narrazioni dove attribuiscono narcisisticamente la colpa agli altri della loro condizione (genitori, amici o persone  che lavorano con loro …). L’inganno di queste relazioni è spesso un gancio emozionale che si basa sul senso di colpa. Laura si sentiva molto in colpa per questa fuga, e si sentiva responsabile. All’apparenza sembrerebbero molto buoni, disponibili, gentili e questo a volte spiazza chi cerca di entrare in relazione con loro. Possono essere molto seduttivi, ma mai autentici. Se siete in una relazione di questo tipo, provate ad iniziare a chiedere qualcosa, ad avanzare l’ipotesi di un progetto assieme, un vostro bisogno e vi renderete conto che questi uomini inizieranno a mostrare i loro segni di sofferenza per poi scappare. Alcuni sono consapevoli di questo e mettono la fuga come minaccia e gancio relazionale basato sul controllo.
Questi uomini, sebbene con sfumature peculiari per ognuno di loro, sono i più diffusi e esercitano la loro fuga a più livelli. Sono quelli che non sanno avere una storia più lunga di un semestre, quelli che fuggono davanti all’altare neanche fossero posseduti, quelli che piuttosto dormono in macchina ma nello stesso letto con voi mai.  Tendenzialmente hanno una struttura di personalità di tipo fobico-ossessivo e hanno uno stile affettivo prettamente evitante.
Provate a chiedere conforto in un momento per voi difficile. Questi uomini tendenzialmente vi risponderanno con un “Chiamami quando hai risolto il tuo problema, così ci beviamo una cosa”. Non si impegnano. E’ spesso su questi incastri emotivi che alcune donne, o uomini (nel caso di relazioni omosessuali) iniziano a sentire la sofferenza e la solitudine. A guardarli non si fa fatica a riconoscere in loro un eterno ragazzino, immaturo, a volte un po’ furbo. Raramente maligno. Preferisce fuggire. questi uomini non fanno segreto del loro disimpegno. Per loro la relazione con un donna é tutta consumata nel binomio letto/ristorante. Alcuni tendono a mantenere la relazione sempre su uno stadio di conoscenza, superficiale, e mostrano sofferenza quando si tenta di costruire un legame più profondo.
Così quando si presenta anche solo l’ombra di un problema, dalla A di armadio da montare alla W di mondo, se mai stesse finendo, costoro riescono a sentirne la puzza e a mettersi in salvo con velocità da record.
Risultato: telefoni staccati, mail senza risposta, periodi di sparizioni magiche. Probabilmente sono coi piedi a mollo alle Bahamas mentre voi siete coi piedi a mollo nel bagno che perde. Per poi materializzarsi all’orizzonte non appena il guaio è rientrato. Sprizzando sorrisi da ogni poro e proponendovi spritz in compagnia…
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Reciprocità e relazioni affettive



Spesso ho sentito parlare di reciprocità nelle relazioni umane come una sorta di “mercato affettivo”: un passo uno, un passo l’altro, tu fai una cosa, io ne faccio un altra.
Lo scattare di reciprocità nelle relazioni umane richiede tempi diversi da persona a persona e ha molto a che fare con i significati personali legati alla stabilizzazione del legame. Non è mai statico, ma dinamico e tende alla ricerca di sicurezza, passando per aree di destabilizzazione. Tendenzialmente, quando funziona, non mostra un andamento così rigido, perché poggia su un legame sicuro. Inseguimenti, trabochetti, sospettosità, gelosia, e altro, indicano spesso una stile affettivo insicuro e una sofferenza a stare sul legame reciproco. A volte le reciprocita possono non scattare mai e il legame può seguire prettamente dei copioni piuttosto che la strada piu viabile in due rispetto a quel momento storico. L’aspetto temporale è fondamentale, non in termini di tempo cronologico, ma nella capacità di riconoscere il proprio tempo, il tempo dell’altro, e il tempo del legame, e in questo avere la flessibilità di muoversi e riconoscere le proprie risorse. La consapevolezza di ciò che consente a se stessi di stabilizzare il legame consente di comunicare all’altro di cosa si ha bisogno per poter reggere quello scambio emotivo ed affettivo, ed allo stesso tempo la capacità di ascoltare l’altro consente di comprendere di cosa l’altro ha bisogno per creare un legame.
Sono abilità che possono essere sviluppate a partire da un lavoro di auto-osservazione sul proprio stile affettivo.
Antonio Dessì
www. studiopsicologicocagliari. it
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Un'esistenza tra rabbia e disperazione



Ci sono alcune persone, meravigliose persone, che sul senso di perdita hanno costruito il significato con cui si mostrano al mondo. Nel post precedente ho voluto ricordare la poetessa Alda Merini, un esempio di questo tipo di personalità, e la bellezza con cui si mostrava al mondo attraverso le sue parole e la delicatezza con cui si raccontava.
Il percorso in psicoterapia di una personalità con questa struttura è peculiare, nel senso che nell’esistenza di queste persone spesso viene narrata la perdita, ma per fare una struttura depressiva non basta ci sia stata la perdita di una persona cara, un genitore, una figura di riferimento, un fratello, una sorella, o una perdita sul piano simbolico molto importante (la diagnosi di una malattia per esempio..). E’ necessario che attorno alla perdita si sia affiancato il senso di colpa e in qualche modo ci sia sentiti responsabili di quella morte (e in questo senso intervengono spesso altre componenti di personalità). E se questo avviene molto presto nella storia di sviluppo, è comprensibile che la persona dovrà trovare coerenza anche nelle sue storie affettive, spesso colorate da sofferenza per l’abbandono, la perdita, il senso di essere non amabili.
E’ un discorso molto articolato, e non ho nessuna presunzione di essere esaustivo con queste poche righe. Inoltre, quando si parla di struttura depressiva non si intende in alcun modo la psicopatologia. Lo scompenso di una struttura di questo tipo porta spesso sintomi legati ai disturbi dell’umore, ma non solo. La mappa non è il territorio, e ogni persona merita la dovuta attenzione perché unica e irripetibile. Non ho mai conosciuto due persone uguali, sebbene con temi comuni. O un’evoluzione simile, sebbene percorsi di vita differenti.
Le persone con una struttura depressiva soffrono spesso per sentirsi inamabili, indegne, incomprese, e spesso ogni storia affettiva porta oscillazioni emotive caratterizzate da rabbia e disperazione. Queste sono le principali emozioni su cui la psicoterapia costruttivista lavora con una persona con questa struttura.
In questo senso non bisogna fare del terrorismo psicologico perché una persona con questa struttura di personalità può assolutamente essere accompagnata a sperimentarsi con persone con un attaccamento diverso dal proprio (spesso evitante) e imparare a gestire le proprie oscillazioni emotive e costruire legami di fiducia. Il tema della forza è fondamentale, per la persona, per il terapeuta che sceglierà di lavorare su queste strutture di personalità.
Non esiste un partner o una partner “mostro”. Sarebbe troppo semplice, e forse anche dannoso pensarlo. Esistono opportunità di incontro per crescere e comprendersi. E quando non si riesce da soli, attraverso l’aiuto di un buon professionista, quando si è sentito che quello psicologo/a può davvero essere d’aiuto e forte.
Infatti, un tema importante in questa struttura di personalità è l’inaiutabilità. Ovvero, la persona sente di non poter essere aiutata da nessuno, a conferma del proprio stato di solitudine, e talvolta della gravità con cui egli/ella stessa pensa alla propria esistenza.
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Un dolce ricordo: Alda Merini



Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Alda Merini


Un’esistenza tormentata, iniziata il 21 a primavera del 1931. Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Alda Merini, in coincidenza con la giornata mondiale della poesia e l’inizio della primavera.
Una personalità segnata dal senso di perdita, salvata dalla forza ritrovata nelle sue parole donate al mondo. Essendo una delle mie autrici preferite non potevo non ricordarla.
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Narcisismo e relazioni disfunzionali



Chi come terapeuta affronta il tema del narcisismo si confronta costantemente con una realtà di relazioni spesso altamente disfunzionali. Non è tendenzialmente possibile stabilire con esattezza quanto tossica può essere una relazione con una persona con tratti narcisistici di personalità. Molto dipende da un attenta valutazione della gradazione di narcisismo e il momento storico in cui la persona che tenta di unirsi ad un narciso (o narcisa) si confronta. Spesso l’unione avviene attraverso legami di dolore, rabbia, rifiuto e in generale tutto ciò che consente anche alla persona che si unisce al narciso di confermare il proprio mondo relazionale e la propria storia (spesso dolorosa sul piano affettivo e con un urgenza psicoterapeutica di ridefinire l’area del trauma, delle fratture relazionali, spesso sottovalutate o non consapevoli).
Tendenzialmente è possibile dare diverse letture su questa tipologia di relazioni e in psicoterapia renderle come momento importante per poter rielaborare alcuni aspetti di sé e scoprire risorse sino ad allora non considerate su cui costruire un equilibrio più solido.
A volte mi capita di sentire che, acquisiti strumenti di comprensione verso se stessi (storia personale, stile affettivo, oscillazioni emotive prevalenti e loro significati..), spesso lo specchio della relazione narcisistica si rompe e restituisce alla persona un’immagine di una persona infantile, priva di strumenti relazionali, egocentrica e centrata solo su se stessa. In questo molte persone che hanno vissuto relazioni con narcisisti/o donne narcisiste (spesso accudendo) sprofondano, a seconda dei tempi che si sono dedicati a quella relazione, nella solitudine, nella rabbia, nella disperazione. Alcuni
1. Il carico sul proprio equilibrio psichico;
2. La rinuncia ad identificarsi con un ruolo di partner in una relazione sana e mediamente nevrotica (ovvero con una sana conflittualità e problem-solving).
3. Il fallimento nel tentativo di salvare la persona narcisista.
Alcuni narcisisti hanno più possibilità, attraverso una psicoterapia, di acquisire strumenti per lo sviluppo di una mente relazionale. Altri faticano di più a sviluppare una mente relazionale in psicoterapia. In ogni caso non può essere il partner o la partner a farsi carico di una responsabilità così importante per tre ragioni, e non certamente esaustive dell’esperienza clinica e bibliografica di colleghi che da anni e anni ci lavorano:
Questi elementi è importante vengano inseriti nella storia di vita della persona rimasta intrappolata, cercando di ritrovare quei fili rossi conduttori che spesso rappresentano la ripetizione di schemi relazionali appresi molto preso, o comunque in linea su come la persona ha strutturato la propria personalità e il senso di amabilità.
Antonio Dessì
www.studiopsicologicocagliari.it
wwww.antonio-dessi.blog.tiscali.it
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La mappa non è il territorio



La mappa non è il territorio
Cosa potrebbe significare?
Ognuno di noi ha un modo di pensare, parlare e fare le cose completamente unico. E questo corrisponde ad un modo di vedere la realtà completamente differente da persona a persona, come se avessimo una “mappa”, che ci permette di orientarci all’interno della complessità del mondo.
Questo è anche uno dei motivi principali per cui spesso le persone talvolta fraintendono ciò che l’altro dice, oppure noi stessi parliamo dando per scontato che l’altro capisca (ma di questo ne parleremo nei prossimi post). Su questo spesso emerge una sofferenza relazionale, psichica, dovuta ad un vuoto di senso che la psicoterapia mira a sanare attraverso un delicatissimo lavoro.
La psicoterapia cognitivo costruttivista, approccio della mia seconda specializzazione, nel tempo ha sviluppato un modello molto flessibile di lettura del disagio psichico e relazionale che parte da questo assunto. Non è possibile avvicinarsi alla complessità dell’essere umano con soluzioni facili, regole o terrorismi psicologici. Un intervento psicoterapico stabile nel tempo è quello che valuta i risultati e i cambiamenti in termini di sostenibilità e le ripercussioni sui sistemi e sottosistemi che nel corso della terapia ha perturbato, sopratutto quando la terapia è finita. L’approccio costruttivista agisce su questa prospettiva e garantendo un intervento flessibile e a misura della persona che chiede aiuto.
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** Avviso pausa attività studio **



A conclusione di questa intensa giornata di lavoro e blogger vi comunico che lo studio rimarrà chiuso sino al 7 Marzo per una breve pausa.
Restano a disposizione alcuni modi per prendere contatto con me riguardo richieste di consulenza:
E-mail: dessi-antonio@tiscali.it
Segreteria: 392-1350189
Risponderò ai vostri messaggi e messaggi in segreteria con regolarità a partire dal 7 Marzo. Vi ricordo di indicare sempre un riferimento telefonico personale che mi autorizzate ad utilizzare per essere ricontattati.
I messaggi di commento a questa pagina saranno visibili in tempo reale, mentre i messaggi di commento sul blog saranno moderati a partire dalla data sopraindicata.
Un caro saluto a tutti
Antonio Dessì
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Osservare la complessità umana: prima passione e poi lavoro



Nella mia esperienza lavorativa con le persone che mi portano una sofferenza ho capito sin da subito l’importanza di avere rispetto per l’esistenza umana, prima delle lauree, l’abilitazione e due specializzazioni quadriennali che potrebbero portarmi in un sentiero di presunzione. Presunzione di sapere ciò che è meglio per una persona. Presunzione di fissare un obiettivo di terapia che non sia concordato o che non veda in primis un’assunzione di responsabilità da parte della persona della propria sofferenza.
Lo psicoterapia è una bussola.
Uno psicoterapeuta non ha capacità predittive, e se qualcuno afferma il contrario posso dispiacermi ma non farmi coinvolgere, perché gli eventi della vita sono incontrollabili e mutevoli, come è mutevole e dinamico il multiverso delle possibilità umane. Perché dire “universo” è troppo poco. La psicoterapia è imparare a danzare nel dipanarsi dell’esistenza umana. Al sole, in aridità, sotto la pioggia. In luogo tranquillo. La psicoterapia non è la garanzia per una vita felice: è un momento in cui ci si ferma, e poi si riparte senza quell’aiuto, indispensabile sino ad allora.
Così i miei anni di studio sono stati una preparazione, un creare cornici dove potevo orientarmi e gestire le mie ansie da giovane psicologo. E una coerenza con me stesso, che sin da piccolo ho mostrato sempre molta curiosità per tutto ciò che mi circondava. La mia voglia di esplorare.
Con il tempo ho imparato ad osservare, a stare sul presente e riconoscere il mio aiuto professionale non nel saper perentoriamente orientare verso un obiettivo che ritenevo importante per la persona che avevo davanti, ma consentire alla persona di avere una chiave di lettura nuova e la possibilità di integrare i suoi pensieri, le sue emozioni, e i suoi processi, nel concentrato di parole che posso somministrare e che provengono dai miei sacrifici, come professionista, come persona.
Sorrido molte volte quando leggo articoli, libri che spiegano come funziona una categoria di persone o velatamente raccontano di soluzioni facili e indolori alle problematiche dell’esistenza umana, delle relazioni affettive. Ci ho creduto anche io a tutto ciò, ma ho constatato che non funziona in termini di mantenimento di un legame buono, come dovrebbe essere quello tra psicoterapeuta e persona che assiste.
Ho sentito subito il peso di un compito molto importante a cui sentivo di essere chiamato. Ho deciso di studiare la complessità. E ogni volta che lo faccio mi pongo davanti a ciò che osservo come se fosse la prima volta che incontro qualcosa con quella forma, con quel colore, con quelle emozioni che mi rimanda. E nessun colore è lo stesso, ogni forma può essere simile ma non uguale. E questo orienta il mio intervento, sempre unico, irripetibile, personalizzato.
Così, ci sono stati Maestri per me che mi hanno insegnato anche attraverso i loro errori sopratutto e ne hanno voluto discutere con me, e questo mi ha spinto sempre di più a crescere e a voler capire di più, comprendere, avere un occhio sul passato, l’evoluzione della storia personale, l’affettività, e le risorse. E in questo vedo un gesto di amore importante ricevuto, al di la dell’accudimento che come allievo ho ricevuto.
Un equilibrio delicatissimo e importantissimo, ma di cui vado fiero di essere attento e di aver portato con forza, a volte non senza essere scoraggiato.
In psicoterapia non vince chi ha soluzioni o chi sa risolvere meglio le cose e in fretta. Se l’esistenza umana e delle sue relazioni fosse stata un universo leggibile in un capitolo di un libro sono certo che non avrei scelto di fare lo psicoterapeuta. Forse sarei diventato un artista.
La sfida alla comprensione della complessità umana è stata in primis la richiesta che io per primo ho fatto a me stesso.
E questo concentrato di tutto ciò che ho costruito voglio portare alle persone che chiedono il mio aiuto.
Un caro saluto a tutti, in questa giornata di Marzo nuvolosa. Ma anche le nubi sono tutto ciò che di complesso esiste nel multiverso delle possibilità umane.
Grazie di cuore per chiunque leggerà queste mie parole. Ma anche a chi può criticarle o non sentirle in linea con ciò che pensa. Perchè vincere è facile se non ci si confronta. E uno psicoterapeuta non può non considerarlo.
Antonio Dessì
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Ti senti spesso vulnerabile alle malattie o privo di forze?



Questo schema è caratterizzato da un’ansia esagerata per gli eventi tragici, catastrofi e malattie che per la loro natura potrebbero colpire inaspettatamente in qualsiasi momento. Questo schema è particolarmente frequente nei pazienti ipocondriaci e con undisturbo d’ansia generalizzato, ma anche in strutture di personalità che si organizzano in senso fobico o depressivo secondo una lettura psicoterapeutica di tipo cognitivo-costruttivista, su cui poggia la mia formazione specialistica.
I pazienti con questo schema spesso riferiscono che le loro madri e le loro nonne erano estremamente prudenti frequentemente preoccupate e allertanti rispetto a gravi malattie e altri pericoli vitali, e sollecitavano un’estrema cautela e attenzione durante l’infanzia. Questi prudenti “guardiani” possono aver insegnato a queste persone, sin da bambini, ad obbedire a regole molto rigide sull’igiene, come non mangiare frutta non lavata o lavarsi le mani dopo esser stati in un supermercato per evitare le malattie o altri accorgimenti che hanno favorito lo svilupparsi di un senso di Sè fragile. Inoltre, questo schema si può trovare in pazienti che sono stati realmente vittime di gravi e incontrollabili eventi nelle loro vite, come disastri naturali o gravi malattie.
La Schema Therapy e la psicoterapia ad approccio costruttivista sono modelli di psicoterapia che studio da qualche anno e che risultano essere molto flessibili ed efficaci nel trattamento di questi disagi emotivi.
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